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Brevi note relative alle leggi ed alle disposizione
vigenti nel contado di Bormio in tema di incendi nonché riguardo
gli incendi più disastrosi e memorabili
Gli incendi – la “manifestazione” più deleteria del fuoco tanto
da costituire in passato una delle piaghe dell’umanità – costituirono
nel corso dei secoli – e peraltro in certi casi ancora oggi costituiscono
– gravi sventure ed eventi funesti per intere comunità.
Per tale motivo anche nella Magnifica Terra tali eventi vennero considerati,
per vari e diversi aspetti, nelle deliberazioni degli organi esecutivi
e nelle previsioni legislative.
Infatti:
* nei verbali dei Consigli si può leggere:
- « si ordina che ci sia una multa di 5 libbre imperiali per chiunque
porti o faccia portare il fuoco per i fienili, in cui si ha ammassato il
raccolto, per ogni persona e per ogni volta » (Sorte invernale 1531-32);
- « si diano pure 40 soldi imperiali a Gottardo, detto Tirognino,
come compenso per suonare di notte la Bajona, quale allarme di incendio
» (Sorte invernale 1534-35);
- « si stabilisce parimenti che nel presente Consiglio Comunale
siano eletti due uomini nelle singole contrade dell’intero territorio di
Bormio, i quali abbiano ogni genere di potere e siano obbligati d’ora in
poi per tutto il mese di febbraio ad avere fatto costruire due scale di
legno ed una pertica uncinata per ogni contrada, incorrendo nella multa
di 10 fiorini per ciascuno dei due eletti… Codesti deputati evidentemente
nelle loro contrade siano obbligati ad andare di casa in casa per prendere
provvedimenti che scongiurino gli incendi ed a dare ordini agli abitanti
delle dette case, penalizzandoli qualora non avessero obbedito secondo
il criterio degli stessi eletti » (Sorte invernale 1548-49);
- « si ordina pure che nessuno in tutto il territorio di Bormio
osi o presuma portare il fuoco scoperto da una casa all’altra, altrimenti
incorrerà nella multa di 20 soldi imperiali, per ogni volta e per
ogni persona; nello stesso modo sia multato chi porta il fuoco scoperto
per i fienili e per le stalle: tale multa potrà essere pagata dal
padrone di casa, che non abbia rispettato gli ordini e qualsiasi persona
di Bormio sia obbligata da questo giorno fino al 1? di Marzo ad avere fatto
costruire delle lanterne o altre lanterne coperte; nello stesso modo i
deputati alla salvaguardia del fuoco attraversano le contrade siano tenuti
a provvedere, accusando i predetti delinquenti…» (Sorte invernale
1548/49).
* negli Statuti di Bormio, rivisti ed approvati nel 1562, viene statuito:
- art. 64: « chiunque minacci di appiccare il fuoco a qualche
edificio, bosco, pagliaio o fienile, sarà punito con l’ammenda di
25 Lire da versarsi al Comune, tutte le volte che abbia proferito tali
minacce e sarà bandito dal Comune, a meno che non si porti adatte
e sufficienti garanzie di non appiccare né lui né altri casi;
nel caso che si sviluppi un incendio, egli ne sarà tenuto responsabile
a meno che non possa provare la sua innocenza »;
- art. 68: « chiunque lasci fuoriuscire dalla sua abitazione
del fuoco che produca un danno ad altre persone nel territorio di Bormio,
pagherà al Comune 25 Lire ogni volta; se poi dolosamente e perfidamente
appiccasse il fuoco a qualche edificio del Paese, pagherà al Comune
50 Lire e dovrà risarcire i danni derivanti. E se nell’incendio
appiccato a bella posta qualcuno trovasse la morte, il colpevole sarà
condannato a morire sul rogo. L’autore dell’incendio, se non potesse pagare
l’ammenda di 50 Lire e risarcire i danni, sarà condannato al rogo
senza alcun scampo e remissione; nel caso riuscisse a fuggire sarà
bandito a vita e tutti i suoi beni confiscati e dati alle vittime fino
al risarcimento completo; il resto, insieme con l’ammenda succitata, andrà
al Comune per metà e per l’altra metà alla Camera dei Signori
delle Tre Leghe »;
* nelle successive modifiche approvate il 6 giugno 1612 negli Statuti
fu previsto:
- art. 136: « nessuno potrà assolutamente accendere o fare
accendere nei boschi di Bormio un fuoco, da cui possa provenire un danno,
pena ammenda di 5 Lire per ogni persona e per ogni volta; per di più
il contravventore dovrà risarcire in pieno il danno che ne dovesse
derivare»;
- art. 148: « chiunque non accorra quando si suona a stormo o
comunque sia necessario nell’interesse del Comune, verrà condannato
a pagare 100 Lire se anziano delle contrade e 40 se famiglio »;
- art. 152: « nessun potrà accendere un fuoco nei fienili
che non siano lastricati o interrati, pena l’ammenda; chiunque, con la
testimonianza di un’altra persona sporga denunzia, riceverà metà
dell’ammenda »;
Però, nonostante le numerose ed attente misure di sicurezza,
per forza di cose (tipologie costruttive e di vita) nel Bormiese, nel corso
dei secoli furono gli incendi ed al proposito è interessante rilevare
la circostanza che l’Autorità Comunale pare intervenisse (una specie
di anticipazione delle Società di Mutuo Soccorso) a favore dei danneggiati
come è comprovato dalle seguenti delibere:
- « sono date 8 staie di segale a Guana figlia di Giovanni di
Liruno per l’incendio di Molina. Sono pure fornite 4 staia di segale gratuitamente
a Caterina, moglie di Rinaldi di Premadio detta Poteira… per l’incendio
subito dalla stessa Caterina… si stabilisce pure che ai vicini di Molina
siano assegnati dal Procuratore dei boschi le piante necessarie a minor
danno in bosco piano di Morena per la costruzione di canali e di due fontane
nella stessa contrada » (Sorte invernale 1557/58);
- « sono date ad Antoniola, moglie di Toni Margete, 8 staie di
segale e mezza soma di vino e tutto ciò gratuitamente per sussidio
da dare alla suddetta Antoniola, perché la sua casa bruciò
e i Consiglieri della Valdisotto abbiano il potere di concedere, alla medesima
Antoniola, il permesso di tagliare il legname sufficiente per la costruzione
o il rifacimento delle case che, come è stato detto, sono state
bruciate dall’incendio » (sorte primaverile 1561).
Tra le numerose disposizioni riguardanti le modalità per la ricostruzione
degli edifici danneggiati dal fuoco, suscitano particolare curiosità
ed interesse le seguenti:
- « permesso di raccolta di legname per il funzionamento delle
fornaci per la calce (Bormio, 02/04/1856). Trabucchi Antonio, autorizzato
ad aprire due fornaci per la calce per soddisfare le istanze dei danneggiati
dall’incendio e bisognoso di legna nel quantitativo di 40 spazze per il
loro funzionamento, venne autorizzato alla raccolta delle legna nel bosco
Fiorino di sotto con precise condizioni: era concessa la raccolta della
sola legna per terra, restando proibito il taglio di qualsiasi legna verde
ed anche morta, ma ancora in piedi; la legna veniva misurata ai piedi del
bosco e qualora risultasse in una quantità maggiore alla concessa,
Trabucchi doveva pagare 6 Lire alla spazza, oltre alla multa di 150 Lire;
la legna doveva essere adoperata esclusivamente per la cottura di calce
servibile per i restauri delle case incendiate in Bormio. La calce doveva
essere ceduta al prezzo di 11,20 lire al carro di pesi 72 locali; Trabucchi
doveva corrispondere la somma di 150 lire al Comune dopo la misura e prima
di asportare la legna dal luogo in cui veniva accatastata »;
- divieto di segare di notte il legname (Bormio, 27/03/1957). Il permesso
richiesto da Confortola Luigi, segatore di Valfurva, di poter segare di
notte i legnami assegnati agli incendiati venne negato, in quanto altre
segherie esistevano nel Comune e una in Bormio. Il lavorare di notte venne
concepito solo come un vano pretesto dei segatori per segare il legname
di furtiva provenienza e per facilitare l’attività dei ladri di
piante. In tale occasione, per la conservazione dei boschi, venne ordinata
la rigorosa custodia del martello delle squadriglie e venne intensificata
l’attività delle Guardie boschive ».
Breve cronaca degli incendi
Bormio, 14 ottobre 1621
Nelle “Memorie storiche per servire alla storia ecclesiastica del contado
di Bormio” del teologo Ignazio Bardea e nelle “Antichità di Bormio”
dell’Alberti è menzionato il disastroso incendio di tutto l’abitato
di Bormio per ordine di Ottavio Sforza, comandante il Forte di Bormio,
allo scopo di snidare dal Borgo i Grigioni ed impedire che vi trovassero
ricovero.
In precedenza i Grigioni saccheggiarono chiese e case riccamente arredate
(dal 1376 nel Borgo non vi erano più stati né tumulti, né
guerre, ed il commercio era fiorente). Essi scatenarono il loro furore
soprattutto contro le cose sacre, con particolare rincrescimento del loro
comandante Guller il quale “… non poté ameno di non gittarne per
risentimento per terra il cappello e ne predisse sinistri incontri vedendo
non osservati i replicati giuramenti fatti di non metter mano a chiese,
donne e figliuoli, ed anche ad uomini fuorché in fatto d’armi…”.
L’incendio fu provocato dai soldati di Sua Maestà Cattolica
con tiri di fuoco d’artiglieria e appiccando fuoco per casa, per non dire
stanza per stanza. Risparmiarono quelle nelle quali si cuoceva il pane
per la loro guarnigione e quelle destinate all’alloggio dei loro superiori.
Invano i Bormiesi protestarono contro sì immenso disastro, nel
quale anche la Chiesa Parrocchiale rimase distrutta (venne riedificata
nel 1628 ed ufficiata nel 1630).
Gli spagnoli trovarono comodo incolpare i Grigioni e solo nel 1634,
con regolare processo, riportato dall’Alberti, fu chiarito che gli autori
dell’incendio erano stati gli Spagnoli.
Valfurva, Estate 1800
“Un’ostinata siccità, che cominciò dal 20 luglio persevera
ancor oggi 13 agosto con impetuosi venti, In quest’orrida siccità
quasi tutti i boschi del contado perirono per gli incendi, non si sa come
furtivamente succitati ed in specie il bosco celebre del Seresina e l’anti
vigilia di S. Lorenzo perì pure il bosco di Cornogna e di Plaghera,
boschi i più grandi e rinomati del contato con un tabiato e circa
25 rene di fieno di Domenico Colet detto Fofen ed una casa abitabile al
pozzo con circa 4 rene di fieno di Giacomo Rezzol detto Sertor e vi fu
pericolo che restasse incendiato tutto il Rosombo con le case di Plaghera.
Il 21 agosto finalmente dopo aver fatto il popolo molte preghiere Dio
si degnò di mandare ai suoi fedeli copiosa pioggia che proseguì
per 2 giorni.”
Madonna dei Monti – Niblogo, 31 marzo 1809
“Fatto memorabile occorso nella valle di Furva il venerdì Santo:
tre donne di Madonna del Monte di Niblogo di sopra, invece di venire alle
funzioni – o almeno restarsene a casa a far orazioni – vollero avviarsi
a far del pane, e quasi per un evidente castigo del cielo furono punite,
poiché due case presero fuoco.
Una di queste, sebbene avvertita dal pericolo, si ostinò a rimanere
nella stanza gettando dalla finestra cose di nessun valore come il nido
delle galline. Infine, avvicinatasi alla finestra, non so se per uscire,
cadde indietro e restò dal fuoco incenerita. Cessate le fiamme poco
più altro non si trovò che il cuore ancora intatto con qualche
parte di coscia.”
S. Nicolò Valfurva, 2 maggio 1814
“Il 2 maggio verso mezzogiorno, avendo preso fuoco il tetto della cappellania
di prima erezione ed anche quello della seconda ed essendoci un furiosissimo
vento a guisa di turbine che spenta aveva ogni speranza di estinguerlo,
fu invocato l’aiuto di S. Nicolò e da me fu data la benedizione
con la sua reliquia. Subito cessò il vento e fu possibile in pochi
minuti estinguerlo.”
Uzza, 5 febbraio 1821
“Castigo orribile, parte accaduto e parte minacciato alla Valle di Furva,
accaduto nel giorno 5 febbraio di notte. Circa alle due e mezza si manifestò
un furioso incendio in casa di Noali di Uzza causato primo per non aver
luogo sufficientemente riparato, secondo per aver messo sopra il così
mal stabilito cucinino fascini per accendere la pigna, terzo poi per non
aver acqua in casa sebbene vicini al buglio, quarto per aver voluto da
loro stessi estinguere il fuoco senza acqua.
Essendovi un terribile vento, in pochi minuti è stata accesa
la casa intera dei Noali ed in meno di un quarto ancora quelle dell’Andreola,
del Bertolina e poco dopo anche quella dell’Anselmi sopra la strada ed,
infine, anche la Chiesa di S. Rocco.
Or con tutta verità si può dire che Dio in quella notte
operasse una continua miserazione o miracolo perché il vento era
continuo, proveniente dai Dossi, e così impetuoso che spargeva il
fuoco non solo in Uzza ma anche nella contrada di Teregua (più di
sette case e la chiesa stessa furono in gran pericolo se tutti i popoli
non avessero avuto occhio ad estinguerlo subito, specie quando stava per
intaccare la paglia). Pure la contrada di S. Niccolò è stata
salvata per miracolo, piovendovi sopra gran copia di faville portate dal
gran vento. Tizzoni e scandole si ritrovarono sino a S. Antonio, S. Gottardo
vicino ai mondi di Pradaccio e di Adam e vicino alla chiesa del Carmine.
A Uzza dodici famiglie rimasero senza casa e la vedova del fu Luigi
Anselmi e le tre figlie perirono in un involto.
Ingente il danno calcolato in circa lire valtellinesi 40.000; si salvarono
solo tre capi di bestiame e la maggior parte della mobilia di Domenico
Andreola da lui, per precauzione, portata negli involti.”
Isolaccia, 15 marzo 1849
Rocca Giuseppe Luigi fu Pietro riportò nelle sue memorie:
“… Isolaccia, piccola frazione abitata da 250 persone, posta nel comune
di Valle di Dentro, distretto di Bormio, provincia di Sondrio, regno Lombardo-Veneto,
sotto il regime dell’Ill.mo Regio Governatore Ferdinando I d’Austria.
Volgea punto l’anno 1849 li 16 marzo… Alle ore otto e venti di notte,
mentre gli abitati giacevano saporitamente nel sonno, un insolito fuoco
si alzava dalla casa degli Eredi fu Giovanni Ponti, posta quasi in calce
del paese a sera. Opinano, la massima parte, che una donna semipazza che
in questa casa abitava, avesse riscaldato la stufa senza i debiti modi
e senza criterio; altri, invece, che fosse stato causa un legnetto che
andava a riferire nel camino e che a poco a poco avesse portato il fuoco
nel pavimento della stanza di sopra. Appena alcuni videro la fiamma levarono
repentini e malinconici gridi d’aiuto dalle coltri, e semignudi rimirarono
la feral cagione…
Tutto fu ridotto in cenere, anche il domicilio del parroco fu in preda
alle fiamme più ardenti, ed egli semignudo uscì e frettoloso
entrò nel tempio per sottrarre a tale eccidio il SS.mo Sacramento
e tutto ciò che vi era di più prezioso; a quest’opera concorse
anche il parroco di Semogo ma a nulla riuscirono. Diedero la benedizione
con il SS.mo e frettolosi dovettero depositare il Sacramento nel tabernacolo
non potendo più resistere per il calore delle fiamme e l’intenso
fumo.
Visto inutile ogni tentativo la massima parte si ritirò nelle
sei case in capo al paese, che riuscirono a salvare, e nelle due in fondo
che erano alquanto lontano dalle altre.
A Pedenosso, distante un miglio circa, alcune case presero fuoco ma
grazie all’intervento di alcuni valorosi, si salvarono…
Gli abitanti (di Isolaccia) si trovarono esposti con la loro prole
ai rigori del freddo, privi di viveri, di ricovero e di panni nei quali
avvolgersi; pure il bestiame era disperso nei campi. Tuttavia, in tale
frangente, la fraterna carità si mostrò, più che in
altre occasioni generosa: già il giorno seguente giunsero a Bormio
carri con pane e farina mandati dall’insigne arciprete di Bormio Stanislao
Santelli.”
Bormio: Dossorovina, 26 giugno 1855
Tristemente memorando è nella storia di Bormio l’immane incendio
del 1855. Sviluppatosi in casa Canclini detto Trombin, per l’imprudenza
di un fanciullo, in brevi momenti avvolse nelle fiamme la torre con l’orologio,
ne distrusse l’antica e maestosa cupola in legno e il castello delle campane
che crollarono con orrendo fragore. In poche ore ridusse ad un cumulo di
rovine 84 case, danneggiò la chiesa parrocchiale facendo cadere
le campane, distrusse l’adiacente casa dell’arciprete, quella dei Benefici
del Corpo Comparrocchiale già capitolo della Collegiata e l’Oratorio
della Confraternita del SS.mo (arredato).
L’incendio si estese a tutta la contrada fino al ponte di Combo e a
tutto il riparto di Dossorovina, mietendo 4 vittime.
Numerose furono le famiglie rimaste senza tetto, prive d’ogni mezzo
di sussistenza e di mezzi indispensabili al riparo di sì estesi
danni non sopportabili dalle ristrette risorse del paese, già esausto
e assai aggravato da tanti altri pubblici pesi imposti.
La carità pubblica concorse con lire 11.000, mentre il danno
fu ingente. Fu allora che Bormio riconobbe la necessità di avere
in paese un corpo di pompieri ed un numero sufficiente di macchine spegnincendio.
Bormio, Ottobre 1882
Un incendio sviluppatosi in casa di Urbani Gio.Maria nella contrada
Dossorovina, avrebbe ancora prodotto la rovina del Borgo se il pronto accorrere
dei pompieri con le macchine e la folla del popolo, presente in Bormio
per la Fiera, non avesse circoscritto con grandi sforzi l’incendio.Rimasero
distrutte le case di via Alberti sino alla via Castello.
Sant’Antonio Valfurva, 10 aprile 1899
“… Uno spettacolo dantescamente infernale: il terrore della popolazione,
gli ululi di spavento, il crepitar delle fiamme, il fragor delle ruine,
il muggir del bestiame impaurito, le urla, le imprecazioni… e nel mezzo
della diabolica fornace, dall’alto del campanile circondato dalle fiamme,
la campana che da sola suonava a distesa, quasi ad implorare dal cielo
quell’aiuto che ormai dagli uomini era vano sperare: 80 case che bruciavano
insieme!
Né cessò di suonare se non quando, sentinella vittima
della consegna, le fiamme aspirate lungo la tromba del campanile dalla
violenta colonna d’ora (che la faceva follemente ondulare) invasero da
ultimo anche la cella campanaria: cadde semifusa con uno schianto lamentoso
che parve l’ultimo gemito d’agonia del paese che moriva…”
Così descriveva lo spaventoso incendio di Sant’Antonio Valfurva
del 10 aprile 1899 il dotto. Italo Pedrazzini, per decenni medico condotto
della Valfurva.
Verso le ore 16 di lunedì 10 aprile 1899 nella frazione di Sant’Antonio
scoppiò l’incendio che la distrusse completamente in 3 o 4 ore.
Delle circa 80 case che componevano il paese, quasi tutte di legno addossate
le une alle altre, solo 5 poterono salvarsi. Le fiamme si svilupparono
nella casa degli eredi Manciana fu Giuseppe, posta al centro della frazione,
e si propagarono con rapidità a tutto il borgo, favorite da un forte
vento.
Non appena si ebbe indizio dell’incendio, le poche donne che si trovavano
ad accudire alle faccende domestiche, si diedero a chiamare gli uomini
e le altre donne che erano nei ampi e nei pascoli, che cominciavano a verdeggiare
fra le nevi fondenti. Le fiamme passavano da un fienile all’altro, come
disse il curato, “come grosse ondate di un torrente furioso”.
La povera gente attonita cominciò a raccogliere le cose più
care e portare nella Chiesa sperando che là, sotto la protezione
di S. Antonio, si potessero salvare. Ma le fiamme divoratrici in poco più
di un’ora investirono il tetto di legno della chiesa, arsero tutte le povere
masserizie accumulate nell’interno e carbonizzarono persino la statua del
Santo. Il campanile si tramutò in un camino che aspirava le fiamme
dell’immenso braciere: il vortice prodottosi faceva suonare le campane
che alla fine caddero con grande fragore. Si riuscirono a salvare solamente
alcuni paramenti ed arredi sacri; l’attiguo ossario fu in parte risparmiato
insieme al crocifisso.
Le bestie, cacciate in gran fretta dalle stalle già in preda
alle fiamme, volevano farvi ritorno e solo a viva forza si riuscì
a tenerle lontane. Alcune pecore, suini e galline, perirono tra le fiamme.
Come tentativo di limitare l’incendio al primo nucleo di case in cui
scoppiò, si usò dapprima una piccola pompa di proprietà
comunale. Poi, avvertiti dai rintocchi delle campane, accorsero in molti
dalla frazioni vicine e da Bormio. Pompieri , guardie forestali, carabinieri,
guardie di finanza cercarono con ardimento e coraggio di domare l’incendio,
ma sventuratamente senza risultato. Le pompe, se non a spegnere il fuoco,
valsero a ritardare il rapido propagarsi delle fiamme, proteggendo così
le persone che si affannavano ad asportare gli oggetti di maggior valore.
Il Frodolfo, poverissimo d’acqua per la stagione, non bastava ad alimentare
i mezzi dei pompieri di Bormio e Valfurva; persino il ponte che lo attraversava
rimase bruciato.
Tutta la notte continuò la rischiosa opera di spegnimento, si
lavorò in condizioni di grande pericolo, basti pensare che anche
le macchine spegnincendio furono intaccate dalle fiamme. Purtroppo all’alba
si presentava un quadro ben triste: solo 5 case si erano salvate.
Fortunatamente si ebbero solo due vittime: un giovane handicappato
(Cola Lodovico, nato l’11 maggio 1877), che fu ritrovato in casa
carbonizzato ed una povera donna (Rezzola Virginia di Giuseppe fu Antonioli
Maddalena, nato il 4 marzo 1839) che morì d’asfissia in una stalla
dove si era spinta per salvare il maiale, unico suo patrimonio.
L’epilogo dell’immane disastro fu il seguente: 85 case, tutte non assicurate,
totalmente distrutte; 87 famiglie, cioè 460 persone, senza tetto,
senza derrate alimentari per sé e per il bestiame.
L’11 aprile di recarono sul luogo del disastro il Prefetto, il Capitano
dei Carabinieri, il Giudice Istruttore del Tribunale, l’Ingegnere del Genio
Civile provenienti da Sondrio e l’Arciprete, il Sindaco e la Giunta provenienti
da Bormio. In questa occasione il Genio Civile stimò il danno in
Lire 400.000. La sventura dei poveri danneggiati si aggravò con
il persistere del maltempo (pioggia, neve e freddo) che contribuì
ad aumentare il numero delle vittime: nei giorni successivi all’incendio
morirono Rezzoli Prudenza di anni 27 ed Alessi Caterina di anni 64.
In data 8 maggio 1899 il Pretore, dopo aver svolto indagini sulla causa
che diede luogo all’incendio del borgo, scrisse al Sindaco di Valfurva
per avere ulteriori informazioni e per verificare la consistenza dell’accusa
avanzata contro Manciana Marianna fu Giuseppe.
Il Sindaco così gli rispose: “da quanto si venne a cognizione
e che si intese dalla voce pubblica, l’incendio si sarebbe sviluppato nella
casa della Manciana Marianna fu Giuseppe. Dilatandosi nel suo fienili il
fuoco ebbe poi a propagarsi nel fienile di Manciana Niccolò fu Giuseppe.
Si racconta che la Manciana Marianna abbia fatto cuocere grasso o burro
e poi per incuria siasi appiccato il fuoco, ma a questo riguardo non si
poterono avere concrete notizie provate da testimonianze. Da alcuni è
detto che la causa sia stata qualche scintilla caduta inavvertitamente
nel fienile in mezzo al fieno e covone da qualche mezz’ora; d’altri che
la Manciana avesse portato il recipiente del burro bollente nel fienile
sull’astrico e vi avesse versato dell’acqua per spegnere il bollore onde
si fosse avvampata la fiamma in atto, appiccando il fuoco alla paglia.
Ma né dalla Manciana né dai vicini o primi accorsi, non si
poterono per ora avere chiarimenti veri d’origine. Sta solo il fatto che
la pubblica voce riversa a carico della Marianna l’origine della catastrofe
avvenuta escludendo però il dolo”.
Secondo una credenza popolare la causa dell’incendio che devastò
il paese furono le parole magiche pronunciate in un momento di disattenzione
dalla “Kavala”, una contadina, durante la bollitura del latte per farlo
cagliare. Con quelle essa fece accorrere i “Maghét”, ma “siccome
la vecchietta, presa così alla sprovvista, non si ricordò
più la parola necessaria per farli tornare indietro ai loro alloggiamenti
metafisici, i folletti scatenati si buttarono alacremente sul paese, trasportando
fiammelle dappertutto ed il paese bruciò in un solo colpo” (i Maghét
sono spiritelli piccoli, rossi, dispettosi e crudeli che abitano sui monti
e di lassù con una bacchettina magica muovono frane e temporali
improvvisi, creano valanghe, distruggono ponti…).
Bormio, 26 ottobre 1903
Verso le ore dodici di notte il suono delle campane destava dal sonno
la popolazione. Un minaccioso incendio si era sviluppato nel fienile del
Sig. Cola Giuseppe albergatore, situato sopra la chiesa parrocchiale… Accorsero
i pompieri di Bormio con le 4 macchine del comune a cui si aggiunse quella
del Sig. Clementi Attilio. Vennero di rinforzo i pompieri di Furva e di
Isolaccia con le loro macchine, molti terrieri delle vallate, e dopo 5
ore di ordinato lavoro l’incendio era domato. Andarono distrutte 5 case.
Furono vittime il pompiere Colturi Lorenzo fu Michele e Demonti Maria nata
Bedognè.
S.Pietro di Piatta, 4 e 17 agosto 1904
Nell’Archivio parrocchiale di Piatta si trova la cronaca scritta da
don Luigi Rodigari di Piazza.
“Erano le ore 15 del dì 4 agosto 1904 e la campana di S. Pietro
diffondeva i suoi lugubri rintocchi. Dietro la chiesetta omonima, di recente
restaurata, si innalzava una densa colonna di fumo nerastro; l’incendio
era scoppiato nel centro della frazione. Un vento impetuoso batteva su
quei rocciosi paraggi, alimentando il fuoco che, in un attimo, prendeva
spaventose proporzioni. Fu vista come una coda di fuoco staccarsi dal primo
gruppo di case e, volando, portare distruzione ad un altro gruppo alla
distanza di una sessantina di metri. Mezz’ora dopo la medesima parte della
frazione era una fornace ardente. Ai lugubri rintocchi della campana, alla
vista del fumo e del fuoco, da tutti i paesi circonvicini accorse gran
quantità di gente, ma per mancanza di acqua e contro quel vento
forsennato, non giovarono i buoni desideri dei pronti soccorritori. Non
si poterono salvare che poche masserizie e tutto il raccolto di quell’anno
andò in fumo.”
Non erano ancora consumate le 14 case distrutte il 4 agosto, quando
un secondo incendio il 17 agosto distruggeva le 6 case rimaste in piedi.
L’incendio avvenne nella medesima ora e nelle quasi identiche condizioni
del primo e finì a gettare nella desolazione quel villaggio.
Piatta, 9 gennaio 1910
“Con cuore palpitante di dolore e con mano tremante, mi accingo a descrivere
il disastroso incendio che colpì questa povera Piatta la notte tra
l’8 e il 9 gennaio 1910. Era una notte fredda e gelata d’inverno: serenissimo
il cielo, soffiava solo da settentrione un venticello acuto…
Alle undici e mezza circa, le donne che abitavano nelle case a destra
della strada, che da Piatta conduce a Bormio, di fronte alla casa di Sertorelli
Nicolò fu Giuseppe ed in quelle a fianco, furono svegliate di soprassalto
da una detonazione simile allo scoppio di una mina; nell’aprir gli occhi
un chiaror sinistro che barbagliava già nelle vicinanze delle finestre
delle loro stanze, colpì la loro vista… Precipitarono dai letti,
corsero alle finestre gridando al fuoco.
Le vampe, intanto, prendevano proporzioni sempre più larghe.
Partivano dalla casa Sertorelli Nicolò e portate dal vento, piegandosi
ora a destra, ora a sinistra, ora a nord, ora a sud, appiccavano fuoco
a quanto di combustibile trovavano… Circa a mezzanotte arrivò il
soccorso tanto desiderato: i pompieri di Bormio con macchine, soldati,
borghesi d’ogni classe. Il popolo di Cepina, a cui si deve dare certo una
lode, fu talmente pronto ad accorrere che arrivò quasi assieme ai
pompieri di Bormio e prima d’ogni altro popolo…”
Fortunatamente non si ebbero vittime umane; andarono invece perduti
molti capi di bestiame grosso e minuto, nonché tutti i raccolti.
Quanto sopra tratto (ridotto ed integrato) da “L’incendio di S. Antonio
Valfurva del 10/04/1899” di Mario e Ilde TESTORELLI – Maria Sara COMPAGNONI,
edizioni Centro Studi Alpini – Museo Vallivo di Valfurva – collana “Li
ciaf dal Skrign”.
Davide Dei Cas |