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“La Flama de san Lorenz” e altre credenze legate al fuoco

Il più antico “documento” sull’uso del fuoco da parte dell’uomo risale a circa 600.000 anni fa. Il controllo, la possibilità di produrlo, conservarlo e trasportarlo fu certamente la tappa che segnò per l’uomo la definitiva separazione con i suoi predecessori ancora molto simili agli animali. 
Il fuoco, come l’acqua, è un simbolo di fecondità e di rigenerazione, un elemento che proviene dal sole, divenendone la sua rappresentazione sulla terra. In molti riti agrari i falò, le braci e la cenere sono ritenuti in possesso del potere di favorire la crescita delle messi e il benessere di uomini e di animali: l’origine e il significato della “flama” che ogni anno si accende a Oga la notte di san Lorenzo è da cercare in tali rituali. Il grande falò acceso sul terrazzo naturale di Tadé (anticamente Rossen) che concludeva il raccolto delle messi era un rito di rigenerazione della natura dopo un ciclo vegetativo e anche un rito di rinnovamento per la collettività: al grande falò infatti si associa ancora la festa notturna dei giovani del paese che rimanda a tempi in cui certamente si celebrava un rituale orgiastico che riattualizzava il caos primordiale precedente la creazione, al quale seguiva l’ordine ciclico delle stagioni. I piccoli falò che si accendono nella stessa notte nel villaggio di Oga sono forse una piccola eco dell’incenerimento dell’ultimo covone che, in tempi lontanissimi, al termine della mietitura veniva bruciato per spargere sul campo le sue ceneri al fine di accrescerne la fertilità.
Sicuramente “la flama” non evoca il fuoco che straziò nel suo martirio il santo patrono di Oga, Lorenzo: il solo legame sembra essere la coincidenza del rituale con la festa del santo, coincidenza forse forzata per dare una veste appena cristiana a una celebrazione certamente pagana.

Glicerio Longa, nel suo studio di etnografia bormina, riferisce di altri arcaici rituali legati ai falò e al fuoco rigeneratore che si celebravano al risveglio primaverile della natura. Egli scrive che “in Valfurva, l’ultimo di carnevale, i ragazzi bruciavano dei fasci di paglia raccolta presso i privati. Radunatisi in luogo elevato, sopra il paese, e appiccato il fuoco ai covoni, questi venivano sollevati in alto con delle pertiche; mentre il fuoco divampava allegramente, i ragazzi ballavano torno torno sulla neve, scuotendo i campanacci e gridando: Al va ‘l Matt! Al mòr al Karnavàl!”. 
Un altro rituale certamente d’origine pagana, ma assimilato dalla Chiesa, è invece la liturgia della bendizione del fuoco che si celebrava la mattina del sabato santo. Nel piazzale antistante gli edifici sacri si bruciava una grande catasta di legna e il carbone benedetto dal sacerdote veniva raccolto dai contadini e sparso negli orti, nei prati e nei campi per ottenere un buon raccolto. Il carbone veniva anche portato a casa per mescolarlo con il fuoco domestico onde scongiurare gli incendi. Nel riferire tale uso, il Longa concludeva: “come si vede, dell’antica adorazione del fuoco esiste una sopravvivenza intatta tra i monti del Bormiese!”

Il santo venerato nel Bormiese quale protettore dagli incendi fu san Floriano che, secondo una leggenda, spense un incendio divampato in un edificio (in alcune varianti in un’intera città) con un solo secchio d’acqua.

Il fuoco, oltre a essere un elemento rigeneratore, aveva anche, negli antichi rituali, significati purificatori e di distruzione delle forze del male. E’ da ascrivere a questa categoria il rituale che nell’Ancien Régime si celebrava nella piazza di Bormio ogniqualvolta veniva catturato un lupo, animale che nella mitologia nordica era simbolo del male. Secondo tali miti il lupo Fenris, relegato dagli dei all’interno della terra, si sarebbe liberato dalle catene che lo tenevano imprigionato e avrebbe divorato il sole. 
Negli Statuti di Bormio era previsto un premio per tutti coloro che avessero consegnato la carcassa di un lupo grande o piccolo, la quale veniva bruciata in piazza dai servitori del Comune. Nel 1537, per esempio, furono date 8 lire a Bernardo Murchi e a Leonardo Alberti per la cattura di 2 lupi. Nella somma era compresa, si dice, la spesa per la legna del loro incenerimento. Qualche anno dopo, nel 1545, si pagarono 4 lire per un lupo e altre 4 per due lupi "cerveri", ovvero linci, a cui si aggiunsero 50 soldi per la legna necessaria a bruciarli e 10 soldi ai servitori per il loro lavoro nell'eseguire l'incenerimento.
Il rogo purificatore era la pena destinata a coloro che praticarono la stregoneria, per gli infanticidi, per i sodomiti e per gli eretici. Se rari sono i casi di applicazione della pena per gli ultimi tre reati (nei documenti superstiti ed esaminati si registra un caso di condanna al rogo per un giudeo nel 1483, due esecuzioni della pena per infanticidio e nessuna per sodomia), le streghe e stregoni che invece furono arsi vivi per connivenza con il demonio, in tre secoli, sommano a circa 150 persone. Non indegno di attenzione è il fatto che nei sortilegi delle streghe vi era quello di trasformarsi in lupo: un teste dichiarò infatti, in un incartamento del 1630, di aver visto due lupi, uno più grande dell’altro, che gli attraversarono un prato e, poco dopo, trovò al loro posto due donne, madre e figlia, inquisite poi per stregoneria. Un altro testificò dinnanzi ai magistrati di avere inteso “che Lorenzo del Sos, il vecchio, haveva detto che la Mottisella si era fatta in foggia di un lupo et era saltata in mezo al suo bestiame”.
 

Sant’Antonio, il “dio del fuoco”

I nostri progenitori vissuti in tempi antichissimi assegnarono al fuoco uno straordinario significato magico-religioso: gli sciamani, gli asceti e tutti coloro che vivevano eccezionali esperienze religiose le esprimevano con termini che significano <calore>, <bruciore>, <molto caldo>. Nelle civiltà orientali le persone che hanno potere sul fuoco (camminare su braci ardenti, mangiare carboni accesi, stringere ferri incandescenti), oppure le persone che vivono esperienze estatiche caratterizzate da un calore fisiologico intensissimo, sono considerate persone che hanno raggiunto uno stato di libertà spirituale eccezionale. Un’esperienza di straordinario calore era anche quella vissuta dai giovani guerrieri nei rituali indoeuropei di iniziazione militare, dove il combattimento iniziatico si concludeva in uno stato di “calore e collera” inverosimile; alcune parole del vocabolario eroico indoeuropeo - come furor (=delirio e passione) o ferg (= collera) - definiscono propriamente esperienze appartenenti al sacro che si manifestano come un calore vivissimo. 
Il “fuoco” interiore che caratterizzava persone straordinarie che personificavano o erano molto vicine alla sacralità, ossia asceti, sciamani e guerrieri, era invece temuto dai comuni mortali che non possedevano la capacità di dominare quello stato di “calore e collera”: soltanto quelle persone eccezionali sapevano spegnere e controllare la febbre provocata da potenze appartenenti al soprannaturale. 
Le credenze che sono state esposte in estrema sintesi sono quelle che, con ogni probabilità, attribuirono al monaco ritiratosi nel deserto egiziano intorno al 270 per condurvi vita eremitica e ascetica il potere di spegnere il “fuoco” che dilaniava i visceri di coloro che furono colpiti dall’herpes zoster, la terribile malattia più nota come “fuoco di Sant’Antonio”: nella biografia del Santo, scritta da S. Atanasio intorno al 360, si descrivono le terribili tentazioni, i tormenti ad opera dei demoni e le conturbanti visioni erotiche contro cui dovette combattere l’anacoreta. Tali prove sovrumane non potevano essere meglio simboleggiate che da un fuoco demoniaco che dilaniava i suoi visceri. Per il totale dominio delle passioni che lo turbarono nel corpo e nello spirito, il culto popolare lo elevò a protettore e guaritore da ogni morbo pestilenziale con sintomi simili a quello del “fuoco di Sant’Antonio”. E’ da ricordare infatti che alla base delle credenze popolari vi è quella che alcuni studiosi chiamano “legge di similarità”, ossia il simile produce il simile: così se sant’Antonio seppe dominare il fuoco interiore suscitato dai demoni, allo stesso modo, impetrando il suo ausilio, egli poteva alleviare le sofferenze e guarire le malattie che avevano sintomi simili. 

Molto spesso i santi sono però anche la cristianizzazione di dei che continuavano a vivere nel folklore cristiano nonostante ogni sforzo dei dotti per estirparne la credenza. A proposito di sant’Antonio nacque, probabilmente nell’Alto Medioevo, una leggenda secondo cui si recò nell’inferno e rapì il fuoco per donarlo agli uomini. Si tratta evidentemente del riaffiorare del mito del titano Prometeo che salì l’Olimpo per sottrarre agli dei il fuoco di cui l’umanità era stata privata, ridonandoglielo; il cristianesimo riassorbì il mito pagano e sant’Antonio divenne il successore del dio “preveggente” e, con lui, forse assimilò anche un altro dio del fuoco, Efesto, che, racconta il mito, fu scaraventato da Zeus giù dall’Olimpo, si fratturò le gambe e poté camminare solo con l’aiuto di grucce: anche sant’Antonio, è da ricordare, fu sempre raffigurato con le grucce. 

Il culto di sant’Antonio abate nel Bormiese

Il culto di sant’Antonio è attestato nel Bormiese in tempi antichissimi: la chiesa a lui intitolata nella contrada allora detta Furvaplana (ora Sant’Antonio Valfurva) venne consacrata il 16 luglio 1082, come attestano alcuni vecchi repertori di documenti. 
In un verbale del Comune di Bormio del 1356, vi è una delibera dove si ordina agli ufficiali di nominare tre persone che, con un notaio, dovevano provvedere ad acquistare un terreno nella contrada di Combo su cui costruire una chiesa in onore di S. Antonio abate e di S. Agostino. 
In onore del santo il Consiglio, ogni anno a partire dal 1563, dopo la revisione degli Statuti, stabilì che il ricavato della vendita delle carni del porco del Comune fosse destinato agli emissari del convento di S. Antonio di Vianna (cap. 215). Anteriormente a quella data, ai frati dello stesso convento il Comune dava ogni anno 40 soldi e, nei pagamenti che il caneparo della sorte invernale doveva eseguire, si precisa che tale esborso veniva fatto per voto del Comune, e poteva essere estinto con un versamento capitale di quaranta lire.
È assai probabile che i frati di Vianna, o Vionna come talora si scrive, appartenessero all' ordine ospedaliero degli Antoniani, ordine costituito nella cittadina di Saint Antoine de Viennois (da cui la forma “Vianna” usata dai cancellieri bormini), dove si conservano i resti mortali del santo, per assistere i malati che là si recavano per ottenere dalle taumaturgiche reliquie la guarigione dall'herpes zoster. In un privilegio del 1095 ai monaci di sant’Antonio fu concesso di allevare porci il cui lardo si usava poi come medicamento per quella malattia; quelle bestie potevano vagare liberamente per le città, mantenute da tutti. La norma statutaria a cui si è accennato è, verosimilmente, da mettere in relazione con quest'uso che si diffuse ovunque. E’ da ricordare inoltre che il mantenimento pubblico d’un porco avveniva anche nella lontana Livigno dove, fra gli obblighi del sagrestano vi era quello di provvedervi durante l’inverno, lasciandolo poi libero di pascolare durante l’estate. Forse fu questa la ragione per cui sant’Antonio si effigiava con accanto il porco, benché sia più probabile che, almeno originariamente, il porco simboleggiasse i demoni che ripetutamente tentarono e tormentarono il santo, come scrisse sant’Atanasio, e che, si dice nel Vangelo, dopo la liberazione dell’indemoniato da parte di Gesù, trovarono rifugio in un branco di porci.
Nell'iconografia tradizionale il santo poggia su un bastone dalla forma della lettera greca tau: essa può simboleggiare sia la stampella del dio greco del fuoco Efesto, sia la croce egizia che per i cristiani alessandrini fu simbolo d'immortalità. La tau è frequentemente applicata alla tonaca, sulla spalla destra.
Un altro attributo che lo distingue è il campanello che può apparire appeso al bastone oppure al collo o alle orecchie del porco; esso ricorda il suono di campanelli che annunciava da lontano l'arrivo dei questuanti dell'ordine di sant’Antonio o, secondo altri, il campanello che distingueva i maiali allevati dai monaci antoniani.
Il fuoco nella mano richiama la terribile e temutissima malattia di cui era guaritore. Il terrore per la malattia è testimoniato negli incartamenti bormini da un processo del 1484 e da un altro del 1561. Nel primo, in una lite in Vallaccia, Bormo detto "Cessare" fu processato per aver augurato a Romerio fu Giovanni Grazioli di infettarsi col fuoco di sant’Antonio (... accipit lapides in manibus causa percutendi eum; tamen eum non percussit nec proiecit extra manus et dixit quod veniret sibi ignis Sancti Antoni, tristus quod erat). Nel 1561 Andrea della Vulpina, prima di riempire di botte Anna, moglie di Conforto Raisoni, gli augurò “el mal de Santo Antonio” (... Anna uxor Conforti Dominigati Raysoni de Livigno, dedit accusam qualiter Andrea filius Cristofori dicti della Vulpina de Livigno percussit eam, et interrogata est causa suprascripta dixit hec verba formalia, che andando ditta Anna suso per veder certi soy prati, trovo dentro, in ditti prati, de piu sorte de bestiamo, qual bestiamo era del ditto Andrea et ditta Anna disse al ditto Andrea, <magliadro invidioso, te mangi il tuo et quello de altr>i et alhora ditto Andrea gli rispose a ditta dona, <non mangi niente del tuo, che ti vegna el mal de Santo Antonio> et poy li butto dietro de uno buglio de uno porcho et dispoy la piglio per li capelli et la gitto a terra et li salto con li piedi suso in lo stomacho).
Nei due casi citati, quella che secondo la nostra sensibilità è una semplice ingiuria, per chi visse quando la malattia e la medicina erano tutt’uno con la magia, l’augurio di ammalarsi del “fuoco di sant’Antonio” era considerato un vero e proprio maleficio: alla parola infatti era assegnato un fortissimo potere magico e la parola, quando veniva espressa, realizzava ciò che esprimeva.

La chiesa intitolata al santo a Livigno risale verosimilmente alla prima metà del XVI secolo (la più antica attestazione reperita è del 1557). Citata nella visita pastorale di monsignor Ninguarda nel 1589, non doveva essere dissimile dalle tipiche costruzioni in legno di Livigno, come testimonierebbe la descrizione di Giovanni Tuana del 1630, dove si dice che la sola costruzione in muratura di Livigno era la chiesa. Il riferimento cade evidentemente sulla chiesa parrocchiale; del resto, il tempietto giaceva in uno stato di relativo degrado, che avrebbe costretto la Vicinanza, nel 1658, a rifabbricarlo.

Un’altra caratteristica del culto di S. Antonio, forse quella più popolare e ancora assai viva fino a non molti decenni fa, è quella di protettore di tutti gli animali domestici. Essa risale, almeno nel Bormiese, ai secoli XVII e XVIII, quando cessarono le grandi pestilenze, l'ultima delle quali tormentò il Contado nel 1635-1636. 
In questa prospettiva va forse vista la ricostruzione del tempietto di Livigno, quando cioè nel folklore si assegnò al maiale ai piedi del santo la funzione di simbolo di tutti gli animali. 
A Scianno di Pedenosso si costruì un’altra chiesa intitolata al santo che fu consacrata il 16 luglio 1717.
Il 2 agosto 1743 il vescovo concesse ai vicini di Turripiano il permesso di edificare una cappella nella chiesa della Santissima Trinità "ad onore di S. Antonio abbate", sulla base di una supplica in cui si poneva l'accento su un voto fatto dai vicini "in tempo della mortalità del bestiame".

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