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UNA VOCE FRA CIELO E TERRA
« Le campane seguono la vita, il cammino dell’esistenza terrena e allacciano, con la loro voce, gli uomini a Dio così nelle ore liete come in quelle tristi » (tratto dal documentario: Una voce fra cielo e terra, a cura di Carlo
Pozzi, girato nel 1955 durante l’ultima fusione presso la Fonderia Pruneri
– Grosio - e, in seguito, presentato alla Mostra d’arte cinematografica
di Venezia)
ESISTONO TRE TIPI DI CAMPANE: Ferro battuto sono le più antiche di forma cilindrica, quasi quadrangolare un po’ svasate in basso Bronzo (RAME 80% - STAGNO 20%) più recenti Bronzo e Argento per ottenere una maggiore sonorità oppure una leggenda racconta che una fata la notte prima della fusione lasciasse cadere nei forni accesi una gran quantità di argento e monete d’oro In effetti, qualcosa di magico c’è nei concerti di campane che spesso si sentono passando per le strade dei nostri paesi; nessun suono è ricreato dal computer, è solo l’arte, l’abilità dell’uomo che danno vita a questi capolavori che risuonano in ogni vallata, scandendo il ritmo della vita Sicuramente la più famosa fonderia della Valtellina è
quella appartenuta alla famiglia Pruneri fondata nel 1822 da
Giorgio Pruneri a Grosio in via Roma (oggi Supermarket Antonioli)
fasi di lavorazione: la magica creazione
Nei tempi più lontani l’attività veniva svolta occasionalmente
sui sagrati delle chiese, dove si costruivano i forni per la fusione dei
metalli. Era sempre una festa, un momento di partecipazione di tutto il
paese alla creazione di una campana
La costruzione delle campane: un’arte assai difficile 1. Preparazione delle forme.
2. Ogni anima (vuoto della campana) veniva rivestita con terra creta dando una forma circolare. 3. Sull’anima si metteva una falsa campana in creta identica a quella che si doveva fabbricare (stava provvisoriamente al posto di quella in bronzo). 4. La falsa campana veniva rivestita di sego e poi si ideavano le decorazioni (con immagini di santi e messaggi di pace) e le iscrizioni in cera. 5. Si posizionava la camicia, rivestimento formato da vari strati di creta, (tre strati applicati in tre tempi diversi: dopo l’asciugatura) e alcuni legami di canapa e ferro (per la resistenza). 6. La camicia era sollevata (con una gru), si eliminava la falsa campana e si riposizionava la camicia. 7. Quindi si posava, sulla sommità, la corona contenente i fori per la fusione. 8. Il pozzo si riempiva di terra ben pressata per far resistere la forma al peso della colata. 9. Dal forno a ogni campana, c’erano dei canali per condurre il metallo nelle forme, mentre i tubi di sfogo venivano aggiustati in modo da permettere l’uscita dei gas caldi. 10. All’alba del giorno stabilito per la fusione il forno era riempito di rame, riscaldato a fuoco vivo mediante la legna. 11. Le fiamme penetravano nella fornace attraverso un foro, avvolgendo il rame. il calore era enorme e il fuoco era continuamente alimentato… ad un certo punto al rame si aggiungeva lo stagno. 12. Raggiunta un’ottimale fusione, poi, si prelevava un piccolo campione di materiale, lo si faceva raffreddare e veniva rotto così un bravo fonditore si poteva rendere conto di che tipo di miscela avesse creato e se fosse utilizzabile per la costruzione della campana. La tecnica della lavorazione e della fusione si tramandava di padre in figlio. Secondo una voce popolare quel fonditore che avesse fallito il getto si sarebbe gettato nella fornace per il disonore) 13. Il metallo era pronto per essere liberato nelle forme (il lucente metallo scorreva nei canali e colava nelle forme). 14. La corrente d’aria, fuoriuscente dai fori di respiro, mostrava che la prima forma era riempita e, quindi, si passava alla seguente. 15. La campana era pronta: suono, tonalità e armonia venivano
controllate da un diapason.
Dal documentario “Una voce fra cielo e terra” Tra due forme di materia sorda, una di mattone e l’altra di creta, nello spazio in cui dovrà formarsi il loro corpo scenderà nuova linfa di vita: il bronzo incandescente…Il procedimento non è mutato nei secoli: la sagomatura del profilo, la camicia di creta, la misurazione dell’armonia; con un ciclo di lavoro che può sembrare rudimentale ma che l’uomo ha rispettato quasi come un culto. Già si preparano i loro abiti di festa: parole, figure e simboli che parlano di pace, di amore, di bontà fusi nello stesso bronzo vibreranno, diffondendo ad ogni rintocco il loro messaggio fra gli uomini. Arde il fuoco e consolida la forma di creta; in esso è il simbolo della purificazione della materia, dove verrà a formarsi il nuovo corpo della campana; il fuoco avrà bruciato ogni impurità del passato…Calano nel grembo della terra le forme delle nuove campane, verranno sepolte e dalla terra risorgeranno i nuovi bronzi. Forse nella creazione della campana è l’allegoria della vita dell’uomo e curiosa la gente accorre, come per penetrare il gran mistero della sua esistenza. Dalla materia sorda che avrà terminato il suo ciclo uscirà lo squillante bronzo. La fusione è una delle parti più delicate. I canali conterranno l’impeto del metallo incandescente e lo convoglieranno nelle forme interrate…” Aneddoto: Nel 1641 un fonditore della Lorena aveva fuso il campanone di Grosotto;
però era abbastanza stonato; a nulla valsero i numerosi tentativi
di registrarlo. Si chiese aiuto al calderaio di Bormio, tal Mastro Cristoforo,
per la costruzione di una nuova campana, ma la fusione non riuscì
infatti si ruppé. Il fonditore si assunse la responsabilità
dell’accaduto dicendo che vi era “entrata la scurna o immonditie di mezzo”.
Per la terza volta tre persone tentarono l’impresa, ma fallirono, infatti
dopo aver usato ventiquattro carri di legna , la campana uscì
irrimediabilmente stonata.
LA TECNICA DEL PUIATT La produzione del carbone di legna, o “carbonella” si compiva con il “puiatt”che rappresentava una catasta di legna da carbonizzare che bruciava. La produzione del carbone di legna, o “carbonella”, con la tecnica tradizionale del “puiatt”, in un’antica stampa “Puiatt” o uovo di legna è un mucchio di legna a base rotonda
e struttura a volta, coperto di terra (con la forma di un mucchio di fieno),
con al centro, in senso verticale, una sbarra di legno alla base della
quale si dipartivano in croce quattro canali per “il respiro”. tolta la
sbarra si versava nello spazio lasciato libero dalla stessa un mucchietto
di brace che serviva a dare inizio alla carbonizzazione della catasta.
il termine “puiatt” pare derivi anche dal fatto che la struttura dello
stesso ricordi in qualche modo la forma della puia, vale a dire una giovane
gallina accoccolata sul terreno.
I GIAGIMENTI FERRIFERI IN ALTA VALTELLINA La scoperta e lo sfruttamento delle miniere di minerali metallici in Valtellina e in Valchiavenna risalgono ad epoche remote, come lo testimoniano la presenza di antichi scavi, inoltre l'uso di vari toponimi come Monte Ferro, Alpe del Ferro… Lo sfruttamento delle miniere in
i giacimenti ferriferi dell’alta valtellina erano attivissimi nel passato;
la loro funzione principale consisteva nell’alimentazione degli impianti,
costruiti in fondo valle, per il trattamento dei minerali.
Esaurimento delle risorse boschive perché ogni lavorazione veniva eseguita con la legna o carbone di legna; Cattiva amministrazione Mancanza di mezzi idonei per il trasporto del minerale stesso agli stabilimenti siderurgici (aumento del prezzo); Aumento del prezzo della mano d’opera (maggiore emigrazione temporanea e permanente) Concorrenza del ferro belga e inglese (minore qualità, ma minor costo) I maggiori giacimenti in Alta Valtellina erano: MONTE PEDENOLLO quota 2600: minerale limonite
Lo sfruttamento del Monte Pedenollo è sicuramente molto antico, infatti sino alla metà del secolo scorso il minerale veniva trasportato a S.Giacomo di Fraele e lavorato nei forni per la produzione di ghisa e di ferro e in seguito venivano trasportati a Premadio a schiena di mulo dove c’era un’officina per l’ulteriore lavorazione del ferro. Nel 1852 (ditta corneliani) costruiva delle imponenti ferriere a Premadio, con più forni, e con un forno per il ferro, con quattro potenti magli. in un secondo tempo si allestiva un laminatoio utile per la riduzione del ferro in molteplici fogge. inoltre c’era un’officina, detta l’arsenale, in cui quattro operai lavoravano il ferro, forgiando utensili d’uso casalingo o per l’agricoltura (zappe, scuri e vomeri….) Tra il 1856 e il 1859 la ferriera lavorava 12-15 tonnellate al giorno
di minerale. il forno funzionava a legna e l’alto forno a carbone di legna
di pino nano (muff).
L’INDUSTRIA OCCUPAVA 400-500 OPERAI SUDDIVISI ALLE VARIE OPERAZIONE: TAGLIO DELLA LEGNA
In alcuni documenti del tempo si trova descritto il lavoro nella ferriera a cui erano adibiti: 1 direttore, 1 fattore (assistente), 1 capo squadra, diversi per la pesatura, 2 per il lavaggio, 4 per il trasporto in fonderia, 10 gazeurus, 3 operai per il forno, 3 per la fonderia,2 sottilatori (trafilatori), 4 per i lavori in legno, 1 per la pulizia del carbone e 10 per il laminatoio. il forno funzionava per 8 mesi all’anno (ogni forno era costruito vicino a valli o torrenti, infatti l’acqua era indispensabile per la ventilazione delle fornaci e per azionare i mantici e le fucine) Premadio era costituito da 7 caseggiati (la forza motrice era fornita da una turbina di 80 HP): Planimetria generale delle vecchie ferriere in comune di Valdidentro (località Premadio) UN ALTO FORNO
C’era anche una piccola officina di costruzione e riparazione con tre magli distendini, cesoie, torni per cilindri, utensili… e c’erano anche alcuni locali adibiti a uffici e alloggi. LE CALCHERE Le calchere o fornaci di calce, secondo statistiche del 1865 esistenti in provincia,dove se ne contavano 16 che, però, a vent’anni di distanza diminuivano a 10 sia per la concorrenza, sia per la difficoltà di reperire il combustibile). in seguito, verso la fine del secolo, aumentarono a 28. Cave più importanti di pietra di calce:
Proprio in Valdidentro ne esistono ancora tracce
La calchera è una costruzione in sassi, a base ellittica con
un’altezza di quattro-cinque metri: è possibile vedere i sassi
interni ancora arrossati per il calore del fuoco.
BIBLIOGRAFIA: UMBERTO AGOSTINI, I giacimenti ferriferi dell’alta Valtellina, in “La miniera italiana”, 31 gennaio 1932, pp. 2-8 LUIGI DE BERNARDI, Viaggio sentimentale nel mondo dell’artigianato valtellinese, Litografia Mitta, Sondrio 1993. GUISCARDO GUICCIARDI, Rocce e minerali utili e lavorazione dei tempi che furono, nella valle dell’Adda, in Rassegna economica della provincia di Sondrio, gennaio-febbraio 1977, pp. 31-38 IVAN MAMBRETTI, Premiata fonderia Pruneri, in Il Graffito, maggio 1996, anno XI, n.5, p. 5 LUIGI VALSECCHI PONTIGGIA, Proverbi di Valtellina e Valchiavenna, BISSONI SONDRIO 1969 CARLO POZZI, Una voce fra cielo e terra, documentario 1955 (gentilmente
prestato dalla Biblioteca di Grosio)
Michela Pola - Bormio, 14 dicembre 2000 |
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