Censtro Studi Home Page
Valgrosina arcaica. 
Dal lessico alla toponomastica per giungere alle più antiche attestazioni documentarie (1)
 

di GABRIELE ANTONIOLI 
 
Il recente rinvenimento di una ipotetica iscrizione in alfabeto nord-italico a Sacco in alta Valgrosina, a 1700 m. di quota, non poteva lasciare indifferenti né gli studiosi né la popolazione locale. In effetti questa scoperta, al pari di una consimile segnalata nella torre campanaria della chiesa di S. Rocco di Ponte Valtellina (2), ha suscitato curiosità e interesse scientifico ma, al tempo stesso ha sollevato non pochi dubbi e interrogativi. Non è mia intenzione di entrare nel merito circa l’effettiva antichità delle incisioni presenti sul reperto di Sacco e nemmeno di stabilire se le stesse siano puramente casuali e da collegare all’opera di pareggiamento della superficie del masso, che ora costituisce la testata d’angolo di una baita, o se invece si tratti di caratteri alfabetici, quindi volutamente incisi per trasmettere un messaggio. La valutazione di queste ipotesi toccherà agli esperti in materia come pure l’eventuale lettura e l’interpretazione della scritta. La prudenza in questi casi non è mai eccessiva e, per quanto l’ipotesi possa rivelarsi suggestiva, richiede di essere accolta con la massima cautela. 
Indipendentemente dagli esiti del responso, questa segnalazione offre comunque lo spunto per fare varie considerazioni. Innanzi tutto viene spontaneo chiedersi se il contesto ambientale e le attestazioni toponomastiche e storiche rendano plausibile una simile scoperta. È proprio a tale quesito che cercherò di rispondere in questo breve intervento che non ha la pretesa di essere esaustivo ma si propone come piccolo contributo al dibattito in corso.
Diciamo subito che se possono sussistere perplessità circa l’entità del reperto in questione, non è da escludere affatto la possibilità che la Valgrosina come altre località del territorio provinciale, benché site a quote considerevoli, abbiano visto la presenza umana già in epoca preistorica. Esistono al riguardo delle scoperte significative messe in luce negli ultimi decenni; prima fra tutte quella eclatante della mummia restituita dai ghiacciai del Similaun databile a 3200 anni a.C.
Risalenti ad epoche ancor più remote, per restare in ambito provinciale, sono i resti di focolai, da collegare a bivacchi di cacciatori mesolitici, rinvenuti in Valfurva poco sotto il valico del Gavia e al Pian dei Cavalli in Val Chiavenna (3), a quote superiori ai 2000 m. Si potrà piuttosto disquisire se, come nei casi citati, si tratti unicamente di frequentazioni, o se, in epoca successiva, si possa ipotizzare anche qualche forma di stanziamento residenziale. 
I siti mesolitici sopra citati, databili a circa 6000 anni a.C., testimoniano che i ghiacciai, dopo aver ricoperto con una spessa coltre tutte le valli alpine nel corso della glaciazione würmiana, si erano progressivamente ritirati a quote considerevoli liberando gran parte del territorio. A questa variazione del clima era corrisposto un cambiamento del paesaggio e in particolar modo una diversa distribuzione della flora e della fauna. Gli animali selvatici di grossa taglia, come cervi, camosci e stambecchi, che precedentemente stazionavano a quote molto basse, erano migrati al limite delle nevi perenni, e i cacciatori del Mesolitico, a differenza dei loro progenitori del Paleolitico superiore che cacciavano lungo i litorali e nelle pianure, per inseguire quelle prede dovettero spingersi anche nelle nostre valli. 
I segni lasciati sul territorio dalle varie glaciazioni sono numerosissimi e un esempio lampante lo possiamo rilevare nelle rocce montonate che formano il colle dei castelli di Grosio. Esse testimoniano l’azione erosiva svolta alternativamente dal ghiacciaio che scorreva lungo la Valtellina e da quello che confluiva dalla Valgrosina. Le striature o erosioni che solcano in maniera longitudinale e verticale la Rupe Magna documentano la pressione esercitata dalle due lingue glaciali in corrispondenza a fasi che vedevano prevalere la spinta di una o dell’altra (4). Col ritiro dei ghiacciai, le superfici levigate di queste rocce costituirono poi la base ideale dove furono lasciate le più antiche testimonianze della presenza umana nella zona. 
Comparando le più arcaiche incisioni rupestri grosine con quelle camune, è stata proposta una loro datazione a circa 3000 anni a.C. Ciò tuttavia non significa automaticamente che la zona fosse già stabilmente abitata. In effetti, gli scavi finora effettuati hanno evidenziato due insediamenti molto posteriori ai graffiti più antichi; il primo è dell’età del Bronzo, in località Piati del Còrf, e il secondo dell’età del Ferro, in corrispondenza della cinta superiore del Castello nuovo (5). Esisterebbe quindi uno spazio di circa 1000 anni fra i primi graffiti neolitici e questi reperti. Non è da escludere che futuri rinvenimenti possano colmare questo vuoto. Se però limitiamo la nostra valutazione a quanto è emerso finora dobbiamo supporre che, almeno inizialmente, si debba parlare di semplice frequentazione della località, forse per scopi cultuali. Dagli scavi effettuati sembra emergere che non solo l’insediamento umano in loco fu tardivo e discontinuo ma fu anche di modeste dimensioni. Si sono trovati i resti di capanne isolate, e non di un agglomerato, e queste fanno presupporre una presenza umana ridotta, probabilmente, a pochi clan di tipo famigliare. Se tale era la situazione degli insediamenti sui dossi di Grosio, in assenza di ulteriori rinvenimenti, è difficile ipotizzare degli abitati permanenti in Valgrosina in epoca preromana. 
Questa tesi potrebbe trovare qualche credito maggiore se consideriamo invece l’ipotesi di stanziamenti di tipo stagionale. Le variate situazioni climatiche, influenzarono anche le condizioni di vita. Sappiamo che l’economia del mesolitico era improntata esclusivamente sulla caccia e sulla raccolta dei frutti spontanei, mentre nelle epoche successive l’uomo divenne produttore di cibo mediante la lavorazione della terra e l’allevamento del bestiame. Per quanto riguarda il tipo di sistema produttivo praticato nel territorio grosino, sebbene ricorra spesso fra le figure più evidenti della Rupe Magna quella di tipo furciforme, forse assimilabile ai proto erpici usati per ripulire le superfici disboscate da mettere a coltura, personalmente credo che in zona fosse prevalente la pratica della pastorizia. Questa opinione deriva dalla semplice comparazione fra la scarsa estensione dei terreni produttivi del fondovalle, dove i più fertili erano facilmente soggetti alle periodiche esondazioni dell’Adda, in rapporto alla ampie praterie della Valgrosina. L’unico riscontro linguistico che ci attesta i primordi dell’attività agricola sul fondovalle resta il toponimo Siòga, documentato in una pergamena del 1383, come silioga, cristallizzazione del celt. *silia “lunga striscia di campo” (6). Il Grosino ha sempre privilegiato, per atavica tradizione, l’allevamento del bestiame, e ciò è ampiamente documentato dall’epoca medievale ai giorni nostri. Si potrebbe quindi pensare che l’opportunità offerta da questa risorsa abbia spinto i pastori residenti sul fondovalle a seguire il bestiame nelle fasi estive della monticazione, con la realizzazione di capanne o lo sfruttamento di anfratti naturali per ricovero. 
I più antichi documenti che riguardano Grosio e la valle omonima ci permettono di risalire solo all’epoca medievale. In assenza di documentazione cartacea o di reperti materiali, dove possiamo trarre utili indizi per i periodi precedenti? Se le condizioni di vita presenti in Valgrosina riferite a soli cinquant’anni fa non differivano sostanzialmente da quelle documentate in epoca medievale è possibile ipotizzare origini ben più remote di tali consuetudini? Credo proprio di sì. Un’eco della cultura materiale, degli usi e dei costumi praticati dai nostri progenitori è ancora percepibile nelle lingue locali.
I dialetti valtellinesi costituiscono un’eredità lessicale modellata principalmente sulla tradizione latina dove sono però ancora presenti numerose cristallizzazioni di lingue precedenti. Nell’analisi della parlata di Grosio, R. Bracchi «sembra cogliere qualche indizio in favore di una parlata di origine indoeuropea, ma differente dalla celtica, probabilmente anteriore. Oltre ai Leponzi, devono essersi succedute tra le valli altre ondate, per ora di definizione problematica, basata più su notazioni di dissimiglianze con fenomeni conosciuti che di convergenze capaci di risolvere la questione sollevata». In tale contesto lo studioso porta come esempio il diverso esito della p caduta nelle voci di probabile origine celtica ascolare “pascolare su terre comunali” e sanarìa “latteria”, rispetto ai lemmi priàla “ treggia ad avantreno” e spalm “mistura di latte e acqua”, dove l’assenza di tale fenomeno li renderebbe pertinenti ad altra etnia prelatina. Appurata la stratificazione di culture diverse, riscontrabile anche nei reperti archeologici venuti alla luce nel territorio grosino, risulta di estremo interesse l’opportunità offerta dagli esiti della ricerca dialettale. Essi infatti possano contribuire a integrare la conoscenza del nostro passato anche per quanto riguarda i periodi più lacunosi e meno documentati. 
«Da un confronto tra archeologi e linguisti risulta una disparità di materiale a disposizione. Per i primi, dopo le incisioni rupestri non sopravvivono che reperti disparati e occasionali. Il dialetto riesce a recuperare qualche testimonianza più concreta, congiunta da trame ancora in parte visibili, benché consunte dal tempo. Il motivo che porta a una difficile coincidenza dei dati è imputabile allo stesso tipo di civiltà, supposta a quel tempo tra le Alpi. Le case e i manufatti erano per lo più di legno, soggetti quindi al deperimento e alla scomparsa. Gli abitanti erano ridotti e i centri poco collegati tra loro» (7). La cultura materiale del tempo ha restituito rari reperti archeologici anche in una zona particolarmente promettente qual è quella grosina, tuttavia l’analisi dei sostrati linguistici contribuisce a illuminare, almeno in parte, i periodi più oscuri. Il perpetuarsi di una ricca terminologia derivata dalle lingue prelatine, giunta a noi con variazioni minime, ci permette proiezioni e riscontri particolarmente interessanti sugli usi e i costumi. Gli esempi rilevati da R. Bracchi nell’analisi del dialetto di Grosio sono numerosi e toccano vari aspetti della vita e dell’ambiente. In questa sede ci limiteremo a ricordare quelli più strettamente collegati alla vita d’alpeggio, rinviando direttamente al DEG per quanto riguarda la loro trattazione etimologica.
L’allevamento costituì una fonte primaria di sostentamento e nella nomenclatura degli animali domestici troviamo vari relitti di lingue di sostrato quali ad esempio: bar “montone”, béch “caprone”, bósc “vitello”, móc’ “toro castrato”, mùghera “vitella di due anni”e ròia “scrofa”. Nella terminologia relativa al pascolo e alla fienagione si sono conservati i seguenti termini prelatini: canevè “andana di fieno prodotta durante lo sfalcio” (8), dìa “stipa del fieno”, digör “guaime, fieno di secondo taglio”, màlga “alpeggio con caseificio”, regäna “cumulo di fieno disposto a strisce”, vìsega “fieno selvatico di festuche” e inoltre cadólca “mistura di vino e latte”, puìna “ricotta fresca” e putìn “formaggio impastato con pepe”. 
Ricco di termini di origine arcaica è pure il settore della flora di montagna che certamente avrà fornito non solo legname e foraggio ma anche i primi rimedi empirici nelle terapie popolari, così come l’ambito dei frutti spontanei fonte integrativa dell’alimentazione di quelle popolazioni. Si possono segnalare a tal riguardo i lemmi: bedógn “betulla”, bóra “frazione di tronco d’albero sfrondato”, brach “pianta di abete non sviluppata”, bracós “frondoso, ricco di foglie”, bruch “erica”, däsa “fronda d’abete”, dòrf “corteccia superficiale della betulla, usata come esca per accendere il fuoco”, gémbru “pino gembro”, giùp “rododendro”, malòsa “ontano di monte”, muf “pino mugo”, sciùca “ceppo”; per le erbe: arzevéna “pànace, branca orsina”, belìna “primula rossa”, dumèga “orzo”, gerupìna “Achillea muscata”, malàm “veratro”; per i frutti spontanei: ampóm(b)ula “frutto del lampone”, bäga “mirtillo nero”, bròca “tralcio con grappolo”, calùda “mirtillo rosso”, fròsula “bacca della rosa canina”, maóstra “fragola”, scèspeda “frutto del pero corvino”, sóla “bacca commestibile della Sorbus aria”, sulèr “sorbo”, temelìna “sorbo degli uccellatori”. 
Spigolando il lessico prelatino si può desumere che i ricoveri di un tempo sostanzialmente non differissero dalle rustiche abitazioni di montagna che molti di noi hanno avuto modo di abitare, o quantomeno di conoscere e frequentare, prima che intervenissero le recenti trasformazioni. In esse si mirava alla funzionalità e all’essenziale senza concessioni al superfluo. La struttura doveva essere con legni a incastro e base in muratura a secco. Nella parte bassa era situata la stalla con a lato la cucina e nella parte superiore il fienile con impalcature per l’essiccazione dei prodotti. Nelle immediate vicinanze si trovava una piccola costruzione emisferica semi interrata in prossimità di una sorgente per la conservazione del latte. L’acqua era raccolta in una fontana ricavata dall’escavazione di un tronco e i prati prossimi alle abitazioni erano recintati con siepi. Queste notizie ci sono tramandate dalla seguente terminologia che attinge sempre al celtico e ad altre lingue prelatine: bàit “riparo d’alta quota con muri a secco per pastori e cacciatori”, bàita “casa rustica di montagna”, bröl “frutteto recintato adiacente all’abitazione”, bùi “fontana, abbeveratoio”, camäna “impalcatura dell’alveare”, crapéna “impalcature del fienile”, dràza “cancello di una recinzione”, sàva “piedritto della porta”, tégia “struttura rustica a un solo spiovente”, tréla “casello per l’affioramento del latte”. L’arredo, parimenti sobrio, era costituito da pochi attrezzi e contenitori, alcuni dei quali sono attestati nei seguenti termini: bäga “botticella oblunga a sezione ovale”, brénta “recipiente a doghe lungo e stretto”, ciàp “scodella”, drac’ “crivello di grosse dimensioni a stecche intrecciate”, galéda “secchia di legno con becco”, gambìs “collare di legno per gli animali”, maranéta “cassa di legno per impastare cibi”, marèl “randello”, ranza “falce”, sciósch “truogolo”, tamìs “setaccio”, benàsc “sopralzo del carro in vimini intrecciati”, gavèl “gavio della ruota”, priàla “treggia ad avantreno”, sclènzula “slitta corta” e slóza “slitta di grosse dimensioni”. 
Ma utili indizi che ci informano sullo sfruttamento del territorio per fini agricoli o pastorali li traiamo pure dalla designazione relativa alla produttività dei terreni stessi. Numerose sono le voci prelatine indicanti superfici sassose e sterili quali: brich, garf, gherbìsc, gràva, sgrèben e zèrbu; come pure quelle relative alle prime bonifiche e allo sfruttamento delle acque a fini irrigui: ganda “petraia”, mösna “accumulo di pietre su fondo bonificato”, léda “fango, limo”, bundìl “pozza d’acqua lungo i torrenti”, rógia “roggia”, rugiàl “diramazione della roggia”, seriöla “canaletto”, calavèrna “spelonca”, tröc’ “sentiero”, zapèl “breve tratto di strada in salita”, zòca “avvallamento del terreno”. 
Qualcuno potrà obiettare che molti dei termini citati sono, in gran parte, comuni a tutta la cultura alpina e che potrebbero essere stati introdotti anche in epoche successive, ma resta il fatto che la loro conservazione e la sopravvivenza testimoniano una inconfutabile tenacità nella continuità di modelli di vita molto antichi.
Una panoramica più specifica e pertinente alla conformazione geo-morfologica del territorio grosino in epoca preromana ci viene dall’analisi toponomastica. Chi ha abitato o frequentato per primo una località l’ha identificata col nome che meglio la qualificava e la caratterizzava. Sappiamo quanto siano tenacemente conservative tali denominazioni, tant’è che in molti casi costituiscono l’indizio primario per stabilire l’arcaicità di un sito. 
Ho già avuto modo di evidenziare in altra sede come il toponimo di Grosio si riferisse specificatamente al colle dove successivamente furono eretti i due castelli. Al castrum de Groxio, come viene definito il castello di S. Faustino nel più antico documento del 1150, furono attribuiti come pertinenze gli abitati di Gros-sura e di Gros-supto, così denominati in rapporto alla loro collocazione rispetto al castello stesso (9). Ora, se l’etimologia proposta dai linguisti è esatta, il nome doveva significare “incavato” dalla voce prelatina *crosu, corrispondente al francese creux. Lo spunto per tale denominazione non fu certo offerto dal dosso prominente, quanto piuttosto dalla profonda forra del Roasco che si apriva alle spalle del colle stesso e che forse potrebbe aver costituito il primitivo passaggio per penetrare nella valle. Nei dialetti liguri il termine crösa indica ancor oggi il sentiero incavato, il solco. Resta difficile stabilire se i primi abitanti siano stati suggestionati dall’impetuoso erompere delle acque o dal solco da esse prodotto. È comunque presumibile che anche il torrente non sia rimasto senza nome e che l’idronimo Roasco sia parimenti antico. Se si tratta di voce prelatina, come lascerebbe supporre anche il suffisso -asco di matrice ligure, non dovremmo cercare la sua origine nel latino rovus “rovo”, come è proposto da alcuni studiosi fra i quali l’Olivieri, ma forse nella voce alpina ro(v)a “ghiaia, area franosa” che il Battisti suggerisce per altri toponimi aventi uguale struttura. Sempre rimanendo nel campo dell’idronimia, possiamo notare che, se attualmente usiamo la stessa denominazione per i due rami che solcano la Valgrosina, forse in origine il ramo occidentale si chiamava Sacco. Il che spiegherebbe anche la denominazione di Val di Sacco data a quel versante. Benché attualmente Sach sia passato a indicare un’ampia zona di maggenghi in prossimità del fiume fra Urtesé e Cämp, l’etimo potrebbe essere di origine idronimica. Se vi identifichiamo la stessa radice di Sarca, tedeschizzato in Eisack, anche Sacco potrebbe avere una origine prelatina da inquadrarsi nel tema idonimico *eis- / *ois- / *is- “muoversi velocemente”, come in Isonzo e in Isasca (Cn). Abbiamo usato la forma ipotetica in quanto la linguistica, pur basandosi su leggi fonetiche precise, non è una scienza matematica. Aggiungiamo per completezza che per alcuni studiosi Sacco riflette più semplicemente il latino saccus “sacco”, nel senso traslato geografico di “via, insenatura senza uscita” (10). 
La seconda ipotesi, che a prima vista sembrerebbe la più ovvia e immediata, contrasta però col fatto che i crinali montuosi che attorniano la località non precludono affatto l’accesso alle valli confinanti. In passato furono i fiumi più che i monti a segnare i limiti territoriali e i fenomeni di travalico ricorrenti in tutto l’arco alpino si rifanno a diritti di sfruttamento antichissimi da parte delle popolazioni che abitavano gli opposti versanti. Si può credere che i numerosi passi che si aprono lungo le creste della Valgrosina siano stati frequentati anche in epoca preistorica. È comunque certo che durante il medioevo ebbero ben più importanza di quella che rivestono attualmente. La chiesetta posta all’imbocco della valle, significativamente dedicata ai santi Colombano e Giacomo, protettori di viandanti e pellegrini, ebbe notevole rilevanza fino alla fine del 1300 e la sua fondazione potrebbe risalire all’età ottoniana. Fra i transiti più famosi avvenuti attraverso i valichi della Val di Sacco, gli storici valtellinesi ricordano quello di Federico II proveniente dalla valle dell’Adige e diretto a Coira, portato a termine nel 1212.
La più antica pergamena dell’archivio comunale di Grosio risale al 1291 e significativamente vi troviamo citato per la prima volta il toponimo di Sacco. Il documento sanciva la cessione a un privato di quell’alpeggio unitamente all’altro di Campo Gazano (11), località non più identificabile con certezza ma forse corrispondente all’attuale Campo Pedruna. Il provento della vendita, pari a 30 lire imperiali, venne girato al Comune di Como per la fornitura del sale (12). Pascoli, boschi e terreni incolti costituivano il patrimonio collettivo goduto dai vicini di Grosio che a quell’epoca risultavano già formalmente costituiti in Comune con propri amministratori e procuratori. Anche nei secoli successivi i pascoli si rivelarono un bene prezioso in quanto, oltre a essere direttamente sfruttati dalla comunità, costituirono una solida garanzia per i vari prestiti ai quali dovette ricorrere l’amministrazione comunale locale, quando si trovò in carenza di liquidità. 
A conclusione di questa breve panoramica, si può sostenere che il contesto ambientale e le testimonianze linguistiche e documentarie rendano plausibile l’ipotesi che la colonizzazione e il conseguente sfruttamento della Valgrosina sia avvenuto già in epoca preistorica o protostorica e che ulteriori conferme possano emergere dal possibile rinvenimento di reperti. Qualora l’iscrizione segnalata non dovesse rivelarsi tale, essa avrà comunque assolto un compito importante, quello di sensibilizzare la pubblica opinione e di stimolare la popolazione a scrutare con occhio attento i segni del passato. In questo senso è già stato ottenuto un primo risultato con il recentissimo rinvenimento da parte di Carlo Rodolfi, nei muri che delimitano i prati di Malghera, a quota 1937 m slm, del frammento di una lastra lapidea densamente cuppellata, di indiscutibile matrice arcaica.
 

Note

(1) Il presente contributo costituisce l’elaborazione di un intervento tenuto a Grosio in data 27 dicembre 2002 in occasione del pubblico incontro avente per tema: “La preistoria in Valgrosina”.
(2) Si vedano gli articoli apparsi nel Bollettino della Società Storica Valtellinese 54 (2001) a firma di Mario Giovanni Simonelli e di Remo Bracchi.
(3) Le campagne di ricerca relative a paleoambienti nell’area valchiavennasca sono state condotte a partire dal 1986 dal prof. Francesco Fedele dell’Università di Napoli. Si veda F. FEDELE e altri, Preistoria della Valchiavenna 1987: il Paleo-mesolitico di Pian dei Cavalli e altre ricerche, «Clavenna», 26 (1987) e ss.
(4) Può sembrare stano a un profano, come il sottoscritto, che il ghiaccio proveniente dal bacino della Valgrosina, secondario rispetto a quello ben più ampio dell’alta Valtellina, potesse contrastare la massa glaciale proveniente da nord, ma la sella del Mortirolo, scavata dalla lingua glaciale proveniente dalla Valgrosina, costituisce una prova evidente di questa potenza.
(5) Le sei campagne di scavo, iniziate nel 1992, sono state dirette dalla dr. Raffaella Poggiani Keller della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia. Finora sono stati portati alla luce alcuni siti databili a partire dall’antica età del Bronzo (II millennio a.C.) e che giungono, con discontinuità, alla II età del Ferro (II-I sec. a.C.). Si veda per un più articolato esame dei risultati degli scavi: R. POGGIANI KELLER, Grosio (So), Dosso dei Castelli e Dosso Giroldo. Un insediamento protostorico sotto i castelli e altri resti dell’età del Bronzo e del Ferro, Sondrio 1995 e la più recente segnalazione: R. POGGIANI KELLER, Le fasi dell’età del Bronzo dei due abitati dei Dossi, in «Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia 1999-2000»,  pp. 68-70.
(6) R. BRACCHI, Profilo storico, in G. ANTONIOLI, R. BRACCHI, Dizionario etimologico grosino, Sondrio 1995, p. 129.
(7) R. BRACCHI, Profilo storico in G. ANTONIOLI - R BRACCHI, Dizionario etimologico grosino (DEG), Sondrio 1995, pp. 125-6.
(8) In questo stesso bollettino, contro l’opinione divenuta ormai classica,  il prof. G. Marrapodi, cooperatore del LEI a Saarbrücken,  propone un’etimologia latina per la voce.
(9) Si veda G. ANTONIOLI, La storia dei castelli di Grosio nell’analisi delle fonti documentarie, BSSV 53 (200), pp. 49-52. La più antica citazione risale al 1056 dove, fra i contraenti, figura Giovanna fu Stefano di “Grause Superiore”. C. RATTI, Aspetti e problemi dell’ambiente e società di Como, del Lario e della Valtellina, negli Atti privati milanesi e comaschi del sec. XI (1000-1075), Lecco 1977. I due agglomerati costituiti dall’attuale Grosio, già “Grause superiore o Grossura”, e di Grosotto mutuarono il loro nome dalla località intermedia, costituita dal dosso del “castrum”.
(10) Si veda G. ANTONIOLI, La storia dei castelli di Grosio nell’analisi delle fonti documentarie, BSSV 53 (200), pp. 49-52. La più antica citazione risale al 1056 dove, fra i contraenti, figura Giovanna fu Stefano di “Grause Superiore”. C. RATTI, Aspetti e problemi dell’ambiente e società di Como, del Lario e della Valtellina, negli Atti privati milanesi e comaschi del sec. XI (1000-1075), Lecco 1977. I due agglomerati costituiti dall’attuale Grosio, già “Grause superiore o Grossura”, e di Grosotto mutuarono il loro nome dalla località intermedia, costituita dal dosso del “castrum”.
(11) Campo Pedruna si trova a monte di Sacco e dello sbocco della valle di Guinzana, che affluisce nel Roasco dal versante grosottino. Benché dal punto di vista linguistico non corrisponda all’esito atteso, si può ipotizzare, per ragioni di vicinanza, che Campo Gazzano corrispondesse, in realtà, a Campo Guinzano. Se però non si tratta di un plausibile errore di percezione o di scrittura del notaio che redasse l’atto Gasparo de Sancto Laurencio, che non era locale ma originario di Como, allora dobbiamo credere che l’antroponimico Pedruna, che ora indica anche la valle a monte di Guinzana, abbia sostituito il più antico toponimo Gazzano o Cazzano.
(12) Archivio storico del Comune di Grosio, Inventario d’archivio, class. 1.1.9 doc. n. 830, Grosio, 30 dicembre 1291.

home bollettino