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Don Carlo e il suo “Bollettino”
(San Martino e San Brizio, la frana, la sua gente,
la montagna)
di STEFANO ZAZZI
Quando uscì nello scorso autunno il n. 4 del nostro Annuario
Storico dell’Alta Valtellina, proprio mentre Don Carlo Maria Bozzi ci lasciava,
vi fu soltanto il tempo di inserire poche righe per onorarne la memoria.
Recentemente, sul Bollettino della Società Storica Valtellinese,
è stato pubblicato un bel ritratto del “Pret di Lach”, con riferimenti
ai suoi studi ed alle ricerche archivistiche.
Accettato di buon grado l’invito di tracciare a mia volta un ricordo,
viene spontaneo accostare l’uomo al suo Bollettino delle Parrocchie di
San Antonio Morignone e Santa Maria Maddalena.
Ricevere quel “piccolo foglietto” (come lo definiva nella sua discrezione)
con scadenza mensile era un dono prezioso, data la ricchezza di aneddoti,
episodi storici e culturali, oltre che naturalmente di riflessioni spirituali.
Il primo numero uscì l’8 dicembre 1950, nella ricorrenza dell’Immacolata,
con il titolo “Le Campane di S. Maria”.
Dal 1956 la testata cambiò nome e divenne “La Lampada”. In seguito,
a partire dal 1961, essendo stato attaccato da un giornale politico della
Provincia cui forse dava fastidio (“alle volte una pulce può infastidire
anche un elefante” commentava Don Carlo), divenne semplice lettera ai parrocchiani.
Dalle iniziali 60 copie arrivò ad una tiratura di 360 con spedizioni
in America ed Australia. Purtroppo non esiste più la serie completa,
andata distrutta con la frana.
Questo “foglio” apparentemente modesto considerata la consistenza (otto
paginette fotocopiate) ebbe ben 612 uscite (ultimo bollettino nel settembre
2001) ed era lo specchio del suo animo di sacerdote colto e di uomo saggio.
Fede e cultura si integrano e ricorrono, arricchendo il lettore che
vi ritrova una fonte inesauribile di insegnamenti per la vita.
San Martino
In un altro periodico ho riferito della serenità, della “magia“
delle processioni alla Chiesa di S. Martino di Serravalle, il monumento
più caro a Don Carlo.
Voglio qui aggiungere le sue parole scritte in occasione dell’ultima
processione verso lo xenodochio (11 novembre 1986), che ci fanno comprendere
quale significato attribuisse a questa ricorrenza: “Alla sera, al buio,
al freddo, lungo un percorso accidentato, in luoghi abbandonati, un gruppo
di persone ha scelto di camminare assieme per un tratto di strada pregando,
riflettendo, faticando, ascoltando.
Convergono in questo cammino molteplici sensazioni, significati, ricordi
che stentano a trovare sistemazione organica ed espressione compiuta. Ci
deve essere uno sforzo per uscire dall’abitudinario, dal comodo, dall’indifferente
per ritrovare il gusto dell’essenziale. E’ nell’andare che si esprime la
ricerca.
La missione obbliga a muoversi. Un cammino di fede è segnato
da una scelta, da una strada, da una meta. Cosi andiamo”.
E per l’ultima volta, senza saperlo, si salì con compostezza
da Morignone, verso “la Présa”, “i Prà” ed infine alla chiesa.
A quella data, (1986), non era ancora documentato in tutta la sua grandezza
il valore assoluto di San Martino di Serravalle.
Il 6 luglio 1996 Carlo Bertelli tenne una conferenza a Bormio dal titolo:
“S. Martino di Serravalle e l’arte carolingia”, intrattenendo il pubblico
sulla ricostruzione delle migliaia di frammenti dipinti, la figura del
volto di Cristo, le leonesse stilizzate ed altri dettagli emersi dalla
paziente opera di ricostruzione.
Il Prof. Bertelli fece in quell’occasione una dotta relazione sulle
opere artistiche di pittura, oreficeria e miniatura del periodo di Carlo
Magno (sec. VIII – IX) in cui si inseriscono i dipinti della chiesa di
S. Martino.
Tra gli esempi proposti l’altare d’oro della Basilica di S. Ambrogio,
quelle di San Gallo in Svizzera ed i monumenti a noi più vicini
di S. Benedetto a Malles e S. Giovanni a Mustair.
L’importanza europea degli affreschi di S. Martino è stata ribadita
in una recente mostra a Brescia (autunno 2000) dove si è potuto
ammirare quanto di più importante nelle arti figurative ci ha lasciato
il popolo dei Longobardi; in tre grandi pannelli erano stati ricomposti
gli affreschi carolingi di S. Martino (ritrovati durante gli scavi archeologici
condotti negli anni ’80) che Don Carlo ebbe ancora l’opportunità
di visionare.
Fu per lui motivo di orgoglio vedere celebrato in una grande mostra
il suo monumento, con abside tonda, uno sviluppo planimetrico di mt. 19x7,
articolato nella parte Preromanica anteriore al Mille e quella Romanica
risalente all’XI secolo.
Il vero pioniere di San Martino fu comunque il Prof. Davide Pace, uno
dei più illustri cultori della preistoria della Valtellina.
Risale al 1969 il suo incontro con la Chiesa di Serravalle, quando
ritrovò le reliquie dell’antico altare del 1093, il cui loculo era
coperto da una lastra marmorea con incisioni preistoriche (Bollettino Società
Storica Valtellinese, n. 22 del 1970).
Queste scoperte suggerirono di estendere l’esplorazione all’interno
della chiesa con scavi che, iniziati nel 1978, proseguirono per alcuni
anni; il Pace dedicò anche uno studio alla località “Foliano”
poi distrutta dalla frana.
Don Carlo lo amava per il suo animo profondamente religioso: “Per lui
le vestigia degli uomini preistorici erano la manifestazione della loro
religiosità. Quei luoghi erano luoghi sacri, quelle stele, quei
graffiti erano espressione del loro culto divino.”
Splendido il congedo che gli dedicò nel n. 545 del Bollettino:
“Mi piace pensare che quella notte, quando il Signore è venuto a
chiamarlo (e la sua lampada era sempre accesa), gli siano accorsi incontro
con la Madonna, la sua sposa e la figlia Aurora, ed anche la folla di quegli
uomini del passato, che lui tanto ha stimato e amato attraverso le loro
vestigia.”
Tornando a San Martino nel numero 507 si apprende dell’esistenza di
un’antica Vergine lignea, seduta, alta 63 centimetri con bambino sulle
ginocchia. Trecentesca in quanto del tutto analoga ad un’altra in marmo
bianco posta nel Duomo di Como e proveniente dalla vecchia Chiesa di S.
Maria.
Il bassorilievo ha una data sicura, quella del 1317.
San Brizio
Nonostante il grande amore per S. Martino, le ricerche di Don Carlo
furono estese a tutte le chiese della parrocchia.
Tra queste vi era anche quella meno nota di S. Brizio.
Sorgeva nei pressi della Serra, non lontano dal ponte del Diavolo,
e la sua presenza si spiega facilmente essendo la figura di S. Brizio legata
a quella di S. Martino, di cui fu il primo successore alla sede vescovile
di Tours in Francia. Entrambi erano venerati nell’antico borgo di Morignone.
La Chiesa di S. Brizio aveva una amministrazione propria con un suo
Anziano, come illustravano alcuni documenti risalenti al 1400 dell’archivio
di S. Antonio, andati perduti sotto la frana.
Il Bardea riferendosi ad “un antico libro di pergamena scritto nel
1570 da Prospero de Marioli”, annotava che il 26 di Novembre si faceva
la dedicazione della chiesa di S. Brizio (“26 Dedicatio Ecclesie Sancti
Britii de Seravalle”), ciò significa che la chiesa era stata consacrata
in quella data di un anno che non conosciamo.
A sua volta il vescovo Ninguarda nella relazione della sua Visita Pastorale
del 1589 scrive: “A un altro mezzo miglio oltre la predetta chiesa di San
Martino, vi è un'altra chiesa dedicata a S. Brizio, da cui prende
nome la contrada che è l’ultima della giurisdizione dei Bormiesi
verso la Valtellina; infatti a un quarto di miglio dalla contrada di S.
Brizio c’è la sopradetta Serra, dopo la quale incomincia immediatamente
la Valtellina”. (Ninguarda, “La Valtellina negli Atti della Visita Pastorale
diocesana del 1589, a cura di Don Lino Varischetti, Sondrio, 1963).
Ma alcuni anni dopo la chiesa era già sconsacrata: nella relazione
della Visita Pastorale fatta il 22 agosto 1624 da Mons. Sisto Carcano delegato
del Vescovo di Como Card. Desiderio Scaglia, si legge che la chiesa era
stata bruciata e ridotta in uno stato irreparabile. (Archivio Vescovile
di Como, Cartella Visita Pastorale, 1622-1655). Questo probabilmente avvenne
nel 1620 al tempo della rivolta dei Valtellinesi contro i Grigioni; nell’agosto
di quell’anno i Grigioni rientrarono in valle attraverso i passi del bormiese
saccheggiando e bruciando case e chiese: tal sorte toccò anche alla
chiesa e alla contrada di S. Brizio, che da allora non furono più
ricostruite. La località conservò fin oggi il nome di “sambrèzi”.
Della chiesa di S. Brizio parla una relazione sulla Parrocchia di S.
Antonio Morignone compilata nel 1831 da Don Giacomo Colturi curato di Tiolo
e trascritta nel 1865 da Don Luigi Silvestri, rettore della chiesa di S.
Ignazio in Bormio. In essa si legge quanto segue: “Non si sa in qual’epoca
sia stata eretta la ora diroccatissima e vetusta chiesa di S. Brizio vescovo
posta sul fianco a mattina della Regia strada un 350 passi circa al settentrione
della Serra nel confine di Sondalo”.
Annotava Don Carlo: “Anni or sono lo scrivente ne esaminò attentamente
l’area, ed ebbe a convincersi, che detta chiesa poteva contenere tutt’
al più circa 200 persone. Lo spazio troppo angusto avrà forse
dato motivo di fabbricare l’altra maggiore di S. Bartolomeo sopra Morignone,
col riflesso eziandio, che quest’ultima andava ad essere a più comoda
portata di tutta la popolazione di Valdisotto”.
In atti fu Giovanbattista Marioli Notaro lì 4 gennaio 1507 leggesi,
“che certa Giovanna vedova q. Martin de Svezon di Sondalo, abitante in
Orca, lascia con testamento in obbligo ai suoi eredi di farle celebrare
annualmente per 25 anni una Messa nella Chiesa di S Brizio, e precisamente
nel giorno in cui cade la festa di detto Santo (13 novembre); e così
egualmente lascia in obbligo a di lei eredi l’annua distribuzione alli
Vicini di S. Brizio del pane fatto staia 3 segale misura di Sondalo, di
libbre 15 formaggio e di staia ½ vino, oltre altri legati come in
quello testamento”.
E’ quindi evidente che solo col principio del secolo XVI questa Chiesa
venne lasciata in totale abbandono e deperimento”.
Ilario Silvestri nei “Quaterni Consiliorum” del Comune di Bormio, nella
“Sorte di Primavera” dell’anno 1490, ha ritrovato questa notizia alla data
del 2 di giugno: “Ancora che sia concessa la grazia al Signor Sacerdote
Giovanni di Sondalo, Beneficiale della chiesa di S. Brizio di Bormio di
poter prendere 20 piante nel bosco di S. Martino di Serravalle in occasione
di dover fare il tetto di certi edifici della soprascritta chiesa di S.
Brizio e che gli avvocati dei boschi siano tenuti ad andare a designare
dette piante al soprascritto Signor Sacerdote Giovanni”.
Osservava ancora Don Carlo: “S. Brizio aveva dunque dei beni e delle
rendite e in determinati giorni si suppone vi si celebrava la S. Messa,
giacchè questo era uno degli obblighi principali dei Beneficiali.
Non è ben chiaro a quali edifici della chiesa occorreva rifare il
tetto: era una casa nella quale poteva risiedere il sacerdote, molto improbabile,
o semplicemente una proprietà della chiesa?
Questa notizia inoltre ci offre l’occasione per alcune riflessioni
e supposizioni sulla chiesa di S. Brizio.
Era stata costruita dai monaci benedettini contemporaneamente a quella
di S. Martino? o in seguito, quando S. Martino passò al monastero
di S. Abbondio di Como? o per iniziativa degli abitanti del luogo?
Sono domande alle quali non è facile rispondere in mancanza
di documenti. Il fatto che la devozione di S. Brizio sia legata a quella
di S. Martino farebbe supporre che siano stati gli stessi monaci a costruirla
o almeno a promuoverne l’erezione.
Però tra i documenti del monastero di S. Abbondio, dove si parla
spesso della chiesa di S. Martino, non si accenna mai a quella di S. Brizio.
Una ipotesi potrebbe essere che sia stata costruita dai monaci (del
monastero di S. Dionigi di Parigi?) che occuparono la chiesa nel periodo
carolingio, di cui non si ha alcun documento, e che quando loro si ritirarono
e le chiese passarono alle dipendenze del vescovo di Como, questi abbia
concesso ai benedettini del nuovo monastero di S. Abbondio di Como, solo
la Chiesa di S. Martino, lasciando alla comunità locale quella di
S. Brizio”.
Queste sagge considerazioni ci confermano una volta ancora il valore
storico del parroco di S. Maria e S. Antonio Morignone.
La frana
Ripensando alla persona, non si può ricordarla compiutamente
senza riferirsi alla tragica vicenda della frana, che colpì profondamente
l’animo di Don Carlo; ad ogni anniversario esprimeva la sua amarezza e
il dolore, soprattutto “per quei bambini sepolti sotto la coltre di terra
e di fango”.
Numerose furono tuttavia le testimonianze di solidarietà.
In occasione del secondo anniversario, alla stessa ora in cui cadde
la frana, la messa fu presieduta da Mons. Antonio Riboldi, vescovo di Acerra,
che ha vissuto una esperienza simile quando, parroco di S. Ninfa nel Belice
in Sicilia, quella regione fu sconvolta dal terremoto. Nell’omelia, scriveva
Don Carlo, “col commosso ricordo dei nostri morti, ci ha aiutato a capire
come dietro questi avvenimenti dolorosi, dobbiamo saper scoprire l’Amore
di Dio, che è sempre tale anche quando viene a turbare i nostri
piani terreni”.
Anche il vescovo Maggiolini fece pervenire queste parole: “In questo
secondo anniversario della calamità che ha travolto il Paese di
S. Antonio Morignone e ha procurato tanti morti nella popolazione, voglio
essere presente anch’io, almeno con l’affetto e la preghiera. L’affetto
mi rende certo che, con dignità di Valtellinesi, uniti in nome della
fede e di una cultura solida, composta e tenace, saprete ricostruire il
paese distrutto e agire con determinazione perché il pubblico potere,
vi permetta l’attuazione di un vostro vivo desiderio che è semplice
diritto”.
Ma già al terzo anniversario il parroco di S. Antonio Morignone
intravedeva la beffa della mancata ricostruzione: “…quando pensiamo che
per i “Mondiali di Calcio” in pochi mesi si sono prese decisioni e si sono
trovate le migliaia di miliardi per ristrutturare gli stadi, mentre in
tre anni non si è stati capaci di ridare un paese e una casa a un
centinaio di famiglie, c’è veramente da perdere la fiducia in una
società che non ha più i valori della vita.”
Più sereno lo stato d’animo nel sesto anniversario della frana
quando scrisse: “La vita continua anche se non sarà più come
prima. Le cose di questo mondo passano e non dobbiamo rimpiangerle perché
anche se le avessimo perdute avremmo dovuto ugualmente lasciarle un giorno.
Il Signore dice: “Ecco io faccio nuove tutte le cose, perché le
cose di prima sono passate”.
La visita del Papa
Nel maggio 1996 Papa Giovanni Paolo II compì una visita pastorale
alla Diocesi.
Erano 901 anni che un Papa non veniva a Como, ovvero da quando Urbano
II in viaggio verso Clermont in Francia, si fermò a Como dove il
3 giugno 1095 consacrò la Basilica di S. Abbondio costruita dai
monaci benedettini, chiamati dal Vescovo Alberico a fondarvi un monastero
nel 1010.
Giovanni Paolo II rivolse un saluto alla Diocesi ricordando anche il
Paese di Sant’Antonio Morignone.
Don Carlo considerò la visita “un evento storico di grande rilievo”
e riportò nel Bollettino con particolare evidenza alcuni passi del
messaggio del Papa:
“Ho diretto in particolare, il mio sguardo verso la Valtellina, pensando
con sempre viva commozione alla zona colpita dalla disastrosa alluvione
del luglio 1987 con la drammatica frana di Sant’antonio Morignone e Tartano.
Furono momenti terribili, che restano impressi nella nostra memoria. In
poche ore la Valtellina fu coinvolta in una tragedia che seminò
paura e sconforto, rovina e morte.
Ho pregato per le vittime di quella improvvisa sciagura affidandole
ancora una volta alla misericordia del Signore, e lo faccio ogni giorno.
Ed ho pregato per gli abitanti della Valtellina perché sappiano
guardare fiduciosi verso il futuro, sostenuti dalla grazia di Dio”.
Nel decimo anniversario Don Carlo descrisse puntualmente l’alluvione,
la frana e la mancata ricostruzione.
“Tutto cominciò il 18 luglio 1987, quando in seguito alle piogge
dei giorni precedenti e allo scioglimento dei ghiacciai, quella sera l'Adda
ruppe gli argini e alcune frane ostruirono la valle, per cui le acque ristagnarono
e nella notte raggiunsero i primi piani delle case.
Dato l'allarme, la popolazione fu evacuata: la maggior parte fu trasferita
a Bormio; molti però di Morignone, Poz e Tirindrè rimasero
bloccati e si rifugiarono a Fusinaccia. Lungo la strada statale un centinaio
di macchine furono sorprese dall'alluvione, ma grazie a Dio tutte le persone
si salvarono inerpicandosi sul pendio della montagna e raggiunsero S. Martino
dove furono ospitate 160 persone. Tutti coloro che erano rimasti isolati,
il giorno dopo furono tratti in salvo dagli elicotteri.
Nei giorni seguenti, essendo calato il livello delle acque, la gente
aveva iniziato a liberare le case dal fango, quando al di sotto delle cime
di Zandilla (in seguito erroneamente si parlò di monte Coppetto)
verso la sommità della Val Pola dove si diceva "i boc", si notò
una lunga crepa che andava allargandosi ogni giorno facendo prevedere la
caduta di una grossa frana.
Perciò fu confermata l'evacuazione del paese, eccetto per la
contrada di Aquilone, ritenuta sicura perché lontana un paio di
chilometri.
A S. Bartolomeo era stato creato un posto di osservazione per tenere
sotto controllo la situazione. Ma la mattina di martedì 28 luglio
alle ore 7.22 la montagna si mosse e un largo settore del monte (800 metri
di lunghezza per 400 metri di profondità) si staccò tutto
insieme e precipitò provocando un disastro di proporzioni ben più
gigantesche di quelle previste.
Quella massa di rocce e terra, calcolata in più di 30 milioni
di metri cubi, cadde su Morignone e il piano invaso dall'acqua; risalendo
sul versante opposto per circa 400 metri distrusse gli abitanti di S. Martino,
Castelaz e Foliano fino ad aggirare S. Bartolomeo che miracolosamente fu
salvato.
Cadendo sulla piana di Morignone dove stagnavano le acque dell'alluvione,
provocò un forte spostamento d'aria, d'acqua e di fango (l'orìf)
che spazzò via le contrade della Streita, S. Antonio, Poz, Tirindré
ed una parte di Aquilone. I testimoni oculari dicono di aver visto la case
volare come se fossero di cartone.
Purtroppo tra le famiglie di Aquilone vi furono 28 vittime. Grande
fu lo sgomento che afflisse tutti davanti a quell'inimmaginabile spettacolo:
tutto era scomparso, case, prati, boschi sotto quella coltre di terra che
ricopriva ogni cosa.
Il 6 agosto nel salone delle Terme di Bormio si tenne un'assemblea
di tutta la popolazione che manifestò la volontà di ricostruire
il paese, espressa nel significativo slogan: "Senza bait emò plu
paes".
Le famiglie furono ospitate in alcuni alberghi e nella Casa di Riposo
di Bormio; ma verso la fine di agosto, finita la stagione estiva, cominciarono
a trasferirsi in appartamenti lasciati liberi dai villeggianti.
Il nostro centro religioso divenne la chiesa del Santo Crocifisso di
Combo dove ogni domenica si celebrava la S. Messa e si tenevano le altre
funzioni; le Scuole furono ospitate nell'Oratorio di Bormio.
Il disastroso evento ebbe, tramite i mezzi di comunicazione, una vasta
eco non solo in Italia ma anche altrove, suscitando un profondo cordoglio
e una gara di solidarietà.
Sono intervenute anche le più alte autorità dello Stato:
il 6 agosto il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, l'11 agosto
il Presidente del Consiglio Giovanni Goria e più volte il Ministro
della Protezione Civile Remo Gasperi.
Ma ancora più commovente è stata la partecipazione di
Enti, Associazioni, Parrocchie e soprattutto tante umili persone che da
ogni parte d'Italia e anche dalla vicina Svizzera ci hanno prestato il
loro aiuto materiale e morale.
In modo particolare siamo grati a due sacerdoti salesiani, che ci sono
stati vicini e hanno condiviso le nostre dolorose vicende: don Andrea Gelsomino
e don Remo Bracchi.
Per alcuni anni ci siamo (o ci hanno?) illusi di poter ricostruire il
Paese e per questo la maggior parte della popolazione ha aspettato a rifarsi
una casa, non senza danno, perché intanto l'indennizzo stabilito
andava perdendo valore.
Le tre zone che erano state scelte all'inizio: l'Alute, S. Antonio
e le Motte di Oga, per varie ragioni, si dimostrarono inattuabili.
Il Comune nel frattempo incaricava l'Italtekna di individuare tra alcune
zone quale fosse la più idonea e risultò essere "Scleva",
la meno gradita alla popolazione, la quale, tramite uno studio dell'arch.
Giovanni Rebolini, proponeva la zona di Teveròn e Somarìn,
che infatti riceveva l'approvazione del Comune e della Giunta regionale,
smentita poco dopo per intervento dei geologi che la consideravano a rischio.
Intanto nel 1991 il Comune riproponeva "Scleva", il cui Piano di Zona
elaborato solo nel 1992 e che prevedeva 84 lotti di terreno, si dimostrò
subito sproporzionato ai reali bisogni della popolazione, perché
la maggior parte delle famiglie stanche di aspettare, dopo 5 anni di inutili
attese, avevano ormai provveduto a rifarsi la casa.
Si pensò quindi ad un ridimensionamento per provvedere a quelle
poche famiglie che ancora sono senza casa, ma finora, e siamo nel 1997
a dieci anni dalla frana, non si vede ancora niente ed è solo scritto
sulla carta.
Eccetto i pochi che hanno potuto tornare ad Aquilone, tutti gli altri
hanno dovuto, in un certo senso, cambiare la loro identità e diventare
parrocchiani e abitanti di altri paesi.
E' vero che la maggior parte hanno ricostruito la loro casa a Cepina
e nelle altre frazioni, per cui fanno sempre parte dello stesso Comune
di Valdisotto, e dobbiamo sentire questa solidarietà che ci unisce
tutti insieme, ma è anche vero che ogni paese ha una sua fisionomia,
ha avuto una sua storia, che si riflette anche nelle usanze e nel dialetto.
E se dobbiamo favorire l'inserimento nell'ambiente sociale in cui viviamo,
per cui, sia come uomini che come cristiani, dobbiamo sentirci membri solidali
della stessa comunità civile e religiosa, dobbiamo cercare anche
di conservare almeno la memoria di quella che è stata, possiamo
dire per più di venti secoli la storia delle generazioni che ci
hanno preceduto.
E questo perché ai vecchi piace ricordare e i giovani non devono
dimenticare.
Ci sono rimasti tre punti di riferimento, che richiamano al nostro
cuore tanti mesti ricordi del nostro caro paese che non c'è più
e che sono meta del personale e comunitario pellegrinaggio di preghiera
e di rimembranza:
- la chiesa di S. Bartolomeo, miracolosamente salvata dalla distruzione
della frana e restaurata dal Rotary Club e dalla Famiglia Valtellinese
d'Engadina, dove ci ritroviamo a pregare e a ricordare.
- S. Martino dove per iniziativa dell'ing. Fausto Sebeni di Barzanò
è stata eretta una stele - altare a ricordo della millenaria chiesa
di S. Martino di Serravalle.
Aquilone dove si è consumata la tragedia che ci ha colpito con
tanti morti e dove abbiamo intenzione di erigere un Memoriale con la cappella
e il museo, di cui finora le autorità ci hanno negato il permesso.
Cinque anni più tardi, nel luglio del 2002, registriamo la sua
profonda delusione per l’impossibilità di realizzare almeno il “Memoriale”;
mi affido ancora alle sue parole nel tredicesimo anniversario della frana:
“La vita riserva sempre giorni lieti e giorni tristi, ma ci si attendeva
di trascorrerli nel nostro piccolo paese, nelle nostre case, accanto alla
nostra chiesa e ai nostri morti. Nessuno immaginava che quell’immane cataclisma
avrebbe distrutto insieme al paese anche la nostra speranza.
Per alcuni anni abbiamo coltivato la speranza di poter ricostruire
insieme, anche se altrove, la nostra comunità, ma il nostro motto
“Sènza bait emò plu paès” ha perso il suo significato
e ognuno ha dovuto arrangiarsi a ricostruire la sua casa dove ha potuto.
Le poche famiglie rimaste lo stanno facendo a Scleva di Cepina sul terreno
predisposto dal Comune.
Purtroppo sta svanendo anche il progetto di ricostruire ad aquilone
un “Memoriale” che ricordasse l’accaduto alle generazioni future. Esso
prevedeva la costruzione di un edificio che avrebbe dovuto comprendere
una Cappella e un Museo.
Per ben due volte è stato presentato al Comune “Richiesta di
parere preventivo per la costruzione di un memoriale ad Aquilone”, il 22
Dicembre 1996 e il 6 maggio 1999, e ogni volta la risposta è stata
negativa, perché secondo il Servizio Geologico della Giunta Regionale
della Lombardia, la lo località Aquilone è a rischio molto
elevato per cui è inserito nell’elenco delle aree in edificabili.
Personalmente non ho intenzione di fare altri tentativi”.
Queste toccanti riflessioni di Don Carlo introducono il tema della sua
gente, cui ha dedicato un’intera vita. Divenne parroco di S. Maria nel
luglio 1950, di S. Antonio Morignone nell’aprile 1956 e rimase sempre con
loro.
Domenica 28 maggio 1995 si festeggiò il suo cinquantesimo di
sacerdozio, con messa solenne e successiva festa a S. Bartolomeo, in una
splendida giornata di sole.
Numerosi i parrocchiani che ricordava nel “Bollettino”, da figure semplici
come “nonna Matilde” Zamboni, scomparsa nell’ottobre 1996 all’età
di 90 anni, che aveva rievocato nei suoi scritti e nelle poesie i giorni
luttuosi della frana e la volontà di rinascita della popolazione,
a personaggi che si distinsero nei vari campi d’impegno.
Preti esemplari furono Antonio Romani (1833-1919), Don Carlo lo descrive
“sagace e gioviale, una figura che manifestava cultura, esperienza, ingegno”
e Giacomo Bonetti (1857-1926), gesuita e missionario in Albania.
Il Notaio Lorenzo Antonio Giacomelli nacque a Morignone nel 1754 e
viene rievocato anche attraverso i suoi atti (293 in tutto dal 1788 al
1806), che contengono preziose informazioni sugli usi e costumi di quegli
anni e naturalmente sulle condizioni economiche del tempo.
Di Vincenzo Folonari (1930-1964), discendente della famiglia che fondò
la famosa casa vinicola, Don Carlo riuscì a ricostruire l’albero
genealogico, data l’origine santantonina; A 23 anni aveva aderito al Movimento
dei Focolarini con il nome di “Eletto”. Spese la vita per il bene degli
altri e padre Mariano, in una trasmissione televisiva del 1967, ne ricordò
l’eccezionale bontà.
Bonetti Angelo centenario a Saint Moritz dove si era trasferito, viene
ricordato nel n° 516 del Bollettino. Fratel Giosuè Dei Cas (1880-1932)
comboniano in Africa nel n° 542, dove si apprende della sua morte da
Santo, per salvare un missionario più giovane di lui.
La “santa di Morignone”
Nel numero 598, ma anche in precedenti Bollettini, Don Carlo non tralasciò
di riportare le vicende della cosidetta “santa di Morignone”, di cui parlò
anche il Torlai (“Bormio Vecchio – ricordi ed episodi storici del vecchio
Contado, 1907).
Il fatto ebbe inizio nel 1864 mentre era parroco Don Gervasio Sosio
di Semogo: una ragazza che si diceva ammalata, affermava di vivere solo
della Comunione che il parroco le portava ogni giorno.
Tra i documenti dell’Archivio Parrocchiale di S. Antonio Morignone
andati perduti sotto la frana del 28 luglio 1987, vi era un fascicolo manoscritto
di alcune decine di pagine; in esso Don Giuseppe Silvestri di Livigno,
succeduto a Don Gervasio Sosio, documenti originali quali alcune lettere
della Curia Vescovile di Como e altre di persone, che si raccomandavano
alle preghiere della “santa”. Cosi ne riferiva Don Carlo: “All’inizio del
1864 la ragazza, il cui nome venne omesso per rispetto alla persona e per
lasciare, come dice il Manzoni, materia agli eruditi per le loro ricerche,
si ammalò o si diede per tale. Dimostrandosi molto pia, il parroco
acconsentì a portarle la S. Comunione. In seguito, rifiutando ogni
altro cibo, affermò di non aver bisogno d’altro nutrimento che l’Eucaristia.
Il giovane parroco, forse un po’ ingenuamente, credette alla ragazza e
pensò di trovarsi di fronte a un fenomeno soprannaturale, non nuovo,
d’altra parte come si legge nella vita di S. Caterina da Siena e di S.
Nicola da Flue.
In quel tempo la S.Comunione veniva portata in modo solenne con una
processione, per cui la notizia si diffuse subito in paese suscitando un
consenso unanime. Sia il parroco che la gente si sentirono molto onorati
di avere in paese una “santa”. Ricordo che Colturi Domenico conservava
una lettera scritta da suo nonno a suo padre Ignazio allora giovane militare,
nella quale, tra l’altro lo informava di quella ragazza ammalata che viveva
solo della Comunione.
La giovane abitava allora ad Aquilone e portarle ogni giorno la S.
Comunione in quel modo solenne, era alquanto disagevole, per cui il parroco
fece trasferire l’ammalata a S. Antonio in una casa vicina alla chiesa;
pare fosse quella ultimamente di Donagrandi Francesco.
Anche senza radio e televisione, la notizie della giovane che viveva
solo della Comunione, si diffuse a Bormio e nei paesi vicini e poi in tutta
la Valtellina. Naturalmente la notizia suscitò grande interesse
per cui con ritmo crescente si incominciò a far visita alla “santa”:
gli uni sospinti da un sincero spirito di fede per raccomandarsi alle sue
preghiere, altri solo per curiosità.
La cosa mise in allarme sia l’autorità religiosa che quella
civile, che vedendo che il fenomeno non cessava ma andava crescendo intervennero.
La Curia Vescovile di Como avvertita del fatto, rispose in modo evasivo
e non fece indagini approfondite, pensando forse che la cosa si sarebbe
esaurita da sola.
L’arciprete di Bormio Don Tommaso Valenti prese subito una posizione
negativa, sospettando che sotto ci fosse qualcosa di poco chiaro. Il clero
del bormiese non tenne un atteggiamento unanime: alcuni vi riconobbero
un intervento soprannaturale, altri invece lo negavano.
Il “pellegrinaggio” però non cessava ed andò via via
crescendo richiamando persone non solo dai paesi vicini ma anche dalla
Valtellina. Nella mia famiglia era ancora vivo il ricordo della visita
fatta dalla mia nonna De Campo Domenica, che venne a S. Antonio con una
sua sorella. Quando furono ammesse con gli altri pellegrini nella camera
della giovane, la sorella, vedendo la ragazza col viso rubicondo e paffuto,
dando di gomito alla mia nonna, le disse: “Ti, quèla lì la
màngia, vèh!”. Al che, mezzo scandalizzata, la mia nonna
le rispose: “Tas, tas, che l’è ‘na sànta!”.
“Verso la fine dell’estate del 1865 scoppiò una epidemia di
colera; ne fu colpito anche il parroco di Morignone Don Gervasio Sosio
che morì il 19 novembre 1865 a soli 27 anni e fu sepolto nel cimitero
di S. Antonio.
Il successore fu come detto Don Giuseppe Silvestri, che da buon livignasco,
ad un certo punto, cominciò a sospettare che ci fosse sotto qualche
imbroglio, per cui decise di non portarle più la Comunione.
Ciò a detta dei sostenitori metteva in pericolo la vita della
giovane privata del suo unico sostentamento; e inoltre provocò l’indignazione
della gente di S. Antonio che cominciò a contestare il nuovo parroco,
anche con aperti gesti di avversione.
Allora fecero intervenire il canonico di Bormio Don Triaca, che era
uno dei sacerdoti che credevano alla “santa”, il quale la fece trasferire
a Bormio per poter darle la Comunione.
Questo probabilmente deve essere avvenuto nella primavera del 1866,
perché subito dopo, durante il tempo pasquale, l’arciprete Don Valenti,
avvalendosi di un suo diritto, avocò a se tutte le comunioni pasquali,
per cui il canonico Triaca non potè più portare la Comunione
alla giovane, ciò che l’arciprete che era contrario, non avrebbe
mai fatto.
Le cose si mettevano male, per cui ancora una volta intervenne uno
dei sacerdoti suoi sostenitori, Don Antonio Buonguglielmi, prevosto di
S. Nicolò Valfurva, che la fece trasferire nella sua parrocchia.
Nel frattempo il parroco di S. Antonio Morignone aveva più volte
sollecitato la Curia Vescovile di Como perché intervenisse per far
cessare quello che lui riteneva uno scandalo che ritornava in pregiudizio
della religione. E la curia di Como finalmente scrisse al prevosto di S.
Nicolo Valfurva perché andasse a fondo della cosa. Buonguglielmi,
nonostante fosse un suo sostenitore, onestamente, fece la sua inchiesta.
Dopo averle portato la S. Comunione, la rinchiudeva nella camera dove era
ospitata e, tenendo lui la chiave, non permetteva ad alcuno di avvicinarla.
Dopo un paio di giorni di digiuno forzato, la giovane, che teneva sempre
il letto, era allo stremo delle forze. E invano si ostinava a sostenere
l’intervento divino. Un giorno addirittura raccontò che le era apparsa
la Madonna. Ma ormai anche Don Buonguglielmi si era convinto che la ragazza
mentiva. La conclusione ha del tragicomico: il prevosto prese una livella,
lo strumento che i muratori usano per determinare il piano orizzontale,
gliela pose sul petto e disse: “Dimmi la verità, perché questo
strumento segnala se dici una bugia”. Allora la giovane confessò
che era stata tutta una macchinazione ordita con la complicità del
fratello, che di nascosto le portava da mangiare.
La giovane si dimostrò pentita di quello che aveva fatto e chiese
perdono. Poco dopo lasciò il paese per andare a servizio a Villa
di Tirano o a Bianzone, dove si sposò e non fece più parlare
di sé.
Di li a poco anche il parroco di S. Antonio Morignone, Don Giuseppe
Silvestri lasciò il paese e si trasferì in Aprica.
Ricordo che nel suddetto fascicolo da lui scritto, era inserita una
lettera che gli era stata inviata dagli abitanti di S. Antonio Morignone,
dove gli chiedevano perdono per il loro comportamento tenuto nei suoi confronti
durante la vicenda della presunta “santa”, si scusavano di essere stati
sgarbati e gli rinnovavano la loro stima e il loro rispetto. La vicenda
finì qui, anche se non fu subito dimenticata.
Quand’ero ragazzo, se uno non era sincero e si comportava da impostore,
si diceva: “Te se cùme la sànta de Murignon”.”
Un miracolo a S. Antonio
Accanto alla burla della “santa”, Don Carlo riportò anche la
notizia di un vero miracolo compiuto il 15 giugno 1689 da S. Antonio da
Padova e conservato in un manoscritto nell’Archivio Parrocchiale di Tirano:
“Hoggi D. Carlo Alfonso mio nipote, si è portato solo, a piedi,
alla nuova Chiesa di S. Antonio a Morignone nel Contado di Bormio discosto
da casa circa 10 miglia et in questa vuotatosi di visitare la sua Chiesa
a Padova, ha miracolosamente ricuperato l’udito e la loquela perfettamente
e ritornato a casa ha riempito di somma consolatione e allegrezza tutti
si come ha portato gran stupore e confusione alli heretici de nostri tempi
che negano l’intercessione de’Santi, sebene in senso da riferirsi ad essi
è vero che per essi non intercedono né mai intercederanno
se non si convertono alla Santa Fede cattolica apostolica romana. Laus
Deo.
Questa memoria dovrà vivere sempre in casa nostra”.
La componente spirituale era sempre presente nelle pagine del Bollettino,
poiché in Don Carlo era forte l’impegno alla cura pastorale.
La sua particolare vocazione favorì la ricchezza di riflessioni
personali a cui accostava spesso citazioni di figure esemplari, che lui
tanto stimava, come Jacques Maritain, Sant’Agostino, Alessandro Manzoni,
Dante, Madre Teresa di Calcutta, Dostoievskij, per ricordare i principali.
Ma come si è detto, i suoi interessi erano vasti, le sue osservazioni
acute e sempre stimolanti.
Sin dai Bollettini più datati inseriva ogni mese i rilievi di
una “Stazione Termo-Pluviometrica” (che si interruppe purtroppo dopo la
frana) con temperature, pioggie e nevi riferite ad un triennio. Sulle tracce
del Bardea ci informa che il recente terremoto del dicembre 1999 non era
una novità per queste zone, in quanto nell’autunno 1699, proprio
trecento anni prima, si avvertirono replicati terremoti.
Nei numeri 447, 448 e 449 trattò il tema delle alluvioni del
settembre 1772 dalla “Cronaca” di G.A. Zamboni; le piene dell’Adda interessarono
tutta la Valdisotto, e il crollo dell’antico ponte di Cepina di fattura
medioevale, costrinse alcuni di quegli abitanti a risalire fino al ponte
di Combo a Bormio ed utilizzare poi quello di S. Lucia, per tornare alle
case di Cepina poste come sappiamo in sponda destra idrografica.
Nell’ultimo numero del Bollettino, richiamando frane e valanghe verificatesi
nel 1951e nel 1955, ricostruisce le motivazioni che hanno condotto alla
realizzazione dell’insolita galleria di Santa Maria: “L’8 agosto 1951 in
seguito a violenti temporali una frana è caduta lungo la valle di
Campàc travolgendo il ponte del Mùlin, che allora era di
legno, che fu poi ricostruito ancora in legno. Lo stesso ponte fu distrutto
un’altra volta nell’inverno del 1955, questa volta da una valanga. Fino
alla primavera si passava, naturalmente solo a piedi, sopra la massa della
neve, sulla quale era stata aperta una via. Nella primavera del 1955 fu
ricostruito, ma perché fosse più resistente fu rifatto in
cemento.
Poi anche questo ponte andò distrutto nella alluvione del 18
luglio 1987. Allora, siccome la valle in quel punto si era molto allargata
e avrebbe richiesto un ponte lungo un centinaio di metri col pericolo di
essere rovinato ancora una volta data l’instabilità del terreno,
si pensò di fare l’attuale galleria che partendo dal mulìn
arriva direttamente a S. Maria”.
A proposito di frane, tristi furono le riflessioni che riportò
nel n° 456, dopo aver dissertato a lungo su quella di Piuro del 1618.
“Per le autorità di quel tempo, non si presentò nemmeno
il problema della ricostruzione del paese, perché tutta la popolazione,
era perita. Considerando le difficoltà che incontriamo nella ricostruzione
del nostro paese e l’incomprensione da parte di quelle autorità
che più ci dovrebbero essere vicine, ci sentiamo quasi in “colpa”
di non essere periti tutti sotto la frana”.
Nonostante la tragedia che colpì la sua gente, l’attenzione
verso il prossimo in Don Carlo non venne mai meno: in occasione dell’undicesimo
anniversario della frana raccolse come atto di solidarietà la somma
di lire 1.085.000 a favore della “Caritas”.
Dopo che il tempo e l’incuria avevano in passato condotto alla perdita
della chiesa di San Brizio, e la frana aveva inghiottito quelle di S. Antonio
e S. Martino, le attenzioni di Don Carlo si concentrarono su S. Bartolomeo.
Fu sempre riconoscente al Rotary Club per il sostanziale contributo dato
al restauro di S. Bartolomeo de Castelaz, sia per le parti architettoniche
che per i cicli di affreschi.
E volle andare oltre, promuovendo una serie di scavi archeologici nei
pressi del campanile, che si concretizzarono nell’estate 2000. Le superfici
messe in luce sono da riferirsi all’epoca alto-medioevale; la fase archeologica
è caratterizzata da un incendio e da un successivo crollo; di grande
interesse i reperti archeo-biologici rintracciati ed anch’essi carbonizzati,
oggetto di analisi presso il museo di Como. Mi portò riservatamente
le relazioni su quelle prime campagne, chiedendomi collaborazione per reperire
possibili fonti di finanziamento. E’ auspicabile che, per l’interesse esclusivo,
gli scavi proseguano anche senza il suo entusiasmo e la sua ricerca di
conoscenze sempre nuove.
Molto bello il ritratto che fece della sua chiesa superstite nel n°
466: “…preziosa reliquia piena di nostalgici ricordi, risparmiata dalla
violenza della frana che ha distrutto tutto il paese e si erge, come un’oasi
di speranza sul desolato paesaggio che la circonda”.
Dell’antica fortificazione di Serravalle ricordata già nel 1201
riferì nel n° 500, riportando tra l’altro una pianta di grande
interesse da lui elaborata in anni in cui si potevano ancora vedere e misurare
i resti della muraglia.
In quel Bollettino accennò anche ad un memoriale scritto nel
1831 da Don Giacomo Colturi, parroco di Tiolo, dove si ha conferma dell’esistenza
di una torre presso S. Bartolomeo, al presente ridotta ad un avanzo di
muro.
Non solo le chiese, la storia, la gente, le fortificazioni, ma anche
le sua montagne; nelle gite sui monti era per lui irresistibile il fascino
dei laghi, come rivelava in uno degli ultimi Bollettini:
“Sono tante le cose belle che attraggono l’occhio di chi percorre
i sentieri delle nostre montagne, dalla varietà dei fiori e delle
piante ai vasti e pittoreschi panorami: ma forse la più bella sorpresa
è di trovarsi improvvisamente ad una svolta del sentiero o sulla
cima di un costone, di fronte a un lago alpino.
Quelle acque verdi o azzurre, in mezzo ad una conca, alle volte aspra
e rude, circondata da cime impervie dalle quali scendono ripidi pendii
di rocce frantumate”.
Intorno ai laghi della sua parrocchia (Profa, Stelù, Brodec,
Tre Mote, Campaccio) nel 1972 aveva riportato interessanti studi scientifici
compiuti nel 1893, riguardanti le “diatomee”, piccolissime alghe che vivono
in quelle acque.
La sua passione per i laghetti alpini è testimoniata anche dalla
poesia “Al pret di lach”, che Don Remo Bracchi gli dedicò nel dicembre
1985.
Le campane
Nel silenzio delle montagne, ma anche in quello degli archivi e delle
chiese,“la voce” delle Campane aveva per Don Carlo un valore speciale,
tanto che nel Bollettino n. 580 fu costretto a commentare: “Noi siamo riusciti
a soffocarla nel frastuono delle macchine, delle radio e delle televisioni,
tanto che spesso, non solo non ne sentiamo più il richiamo spirituale,
ma nemmeno il suono materiale. Il mio augurio è che, ovunque siamo,
la loro “voce” possa ancora farsi sentire e abbia a scandire i tempi e
i giorni della nostra vita, come un invito ad elevarci al di sopra delle
nostre meschinità quotidiane”.
Nell’agosto 1990, a tre anni dalla frana, quando ripresero a suonare
le campane di San Bartolomeo salutò così l’evento: “Sulla
desolata valle il loro suono scandisce di nuovo il saluto dell’Ave Maria
grazie alla munificienza della ditta De Antoni di Chiari che ha voluto
donarci le apparecchiature per l’automazione elettrica”.
Quei rintocchi precisi, durante la veglia pasquale del sabato santo,
nella piccola chiesa di San Bartolomeo, fissavano momenti di felicità
nella notte più bella dell’anno per noi cristiani.
Don Carlo riferiva che quest’ usanza di celebrare l’Annuncio a Maria
con il suono della campana, mattino, mezzogiorno e sera, risale almeno
al sec. XIII.
Papa Giovanni XXII introdusse a Roma questo pio esercizio nel 1327.
La sua devozione a Mara è testimoniata fra l’altro dalle numerose
ricerche pubblicate su “La Madonna in Valtellina”, che non si limitarono
alla sua parrocchia e si estesero a tante chiese della Provincia. Possedeva
anche un Calendario Mariano, dove sono elencate le feste della Madonna
che si celebrano nel mondo.
E’ tempo di concludere il mio omaggio ad un prete giusto che ha lasciato
soprattutto il vuoto delle sue messe a S. Martino, S. Bartolomeo e S. Maria
Maddalena.
Accantonando i ricordi personali di un’amicizia più che ventennale,
ho preferito che fosse lui a parlare, ad insegnare ancora una volta.
L’esordio dell’omelia-testamento che scrisse in occasione del cinquantesimo
di sacerdozio ed una poesia a lui cara di Giovanni Bertacchi (“Precetto”)
credo posseggano i significati appropriati per un congedo:
“A quella festa (del cielo) siamo tutti invitati.
E voglio sperare che nessuno vorrà mancare.
Che “Magutàda” sarà quella!
La nostra comunità che qui sulla terra non ci è più
dato di rifare,
la ricostruiremo lassù: nessuno deve mancare.
Per questo cercate di vivere in maniera di non esserne esclusi.
Per far parte della Chiesa di lassù, dobbiamo essere membri
vivi
della Chiesa di quaggiù”.
“Il carro oltre passò d’erbe ripieno,
e ancor ne odora la silvestre via.
Anima, sappi far come quel fieno;
lascia buona memoria, anima mia”. |