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Don Carlo e il suo “Bollettino”
(San Martino e San Brizio, la frana, la sua gente, la montagna)
 

di STEFANO ZAZZI
 
 
 

Quando uscì nello scorso autunno il n. 4 del nostro Annuario Storico dell’Alta Valtellina, proprio mentre Don Carlo Maria Bozzi ci lasciava, vi fu soltanto il tempo di inserire poche righe per onorarne la memoria.
Recentemente, sul Bollettino della Società Storica Valtellinese, è stato pubblicato un bel ritratto del “Pret di Lach”, con riferimenti ai suoi studi ed alle ricerche archivistiche.
Accettato di buon grado l’invito di tracciare a mia volta un ricordo, viene spontaneo accostare l’uomo al suo Bollettino delle Parrocchie di San Antonio Morignone e Santa Maria Maddalena.
Ricevere quel “piccolo foglietto” (come lo definiva nella sua discrezione) con scadenza mensile era un dono prezioso, data la ricchezza di aneddoti, episodi storici e culturali, oltre che naturalmente di riflessioni spirituali.
Il primo numero uscì l’8 dicembre 1950, nella ricorrenza dell’Immacolata, con il titolo “Le Campane di S. Maria”.
Dal 1956 la testata cambiò nome e divenne “La Lampada”. In seguito, a partire dal 1961, essendo stato attaccato da un giornale politico della Provincia cui forse dava fastidio (“alle volte una pulce può infastidire anche un elefante” commentava Don Carlo), divenne semplice lettera ai parrocchiani.
Dalle iniziali 60 copie arrivò ad una tiratura di 360 con spedizioni in America ed Australia. Purtroppo non esiste più la serie completa, andata distrutta con la frana.
Questo “foglio” apparentemente modesto considerata la consistenza (otto paginette fotocopiate) ebbe ben 612 uscite (ultimo bollettino nel settembre 2001) ed era lo specchio del suo animo di sacerdote colto e di uomo saggio.
Fede e cultura si integrano e ricorrono, arricchendo il lettore che vi ritrova una fonte inesauribile di insegnamenti per la vita.

San Martino

In un altro periodico ho riferito della serenità, della “magia“ delle processioni alla Chiesa di S. Martino di Serravalle, il monumento più caro a Don Carlo.
Voglio qui aggiungere le sue parole scritte in occasione dell’ultima processione verso lo xenodochio (11 novembre 1986), che ci fanno comprendere quale significato attribuisse a questa ricorrenza: “Alla sera, al buio, al freddo, lungo un percorso accidentato, in luoghi abbandonati, un gruppo di persone ha scelto di camminare assieme per un tratto di strada pregando, riflettendo, faticando, ascoltando.
Convergono in questo cammino molteplici sensazioni, significati, ricordi che stentano a trovare sistemazione organica ed espressione compiuta. Ci deve essere uno sforzo per uscire dall’abitudinario, dal comodo, dall’indifferente per ritrovare il gusto dell’essenziale. E’ nell’andare che si esprime la ricerca.
La missione obbliga a muoversi. Un cammino di fede è segnato da una scelta, da una strada, da una meta. Cosi andiamo”.
E per l’ultima volta, senza saperlo, si salì con compostezza da Morignone, verso “la Présa”, “i Prà” ed infine alla chiesa. 
A quella data, (1986), non era ancora documentato in tutta la sua grandezza il valore assoluto di San Martino di Serravalle.
Il 6 luglio 1996 Carlo Bertelli tenne una conferenza a Bormio dal titolo: “S. Martino di Serravalle e l’arte carolingia”, intrattenendo il pubblico sulla ricostruzione delle migliaia di frammenti dipinti, la figura del volto di Cristo, le leonesse stilizzate ed altri dettagli emersi dalla paziente opera di ricostruzione.
Il Prof. Bertelli fece in quell’occasione una dotta relazione sulle opere artistiche di pittura, oreficeria e miniatura del periodo di Carlo Magno (sec. VIII – IX) in cui si inseriscono i dipinti della chiesa di S. Martino.
Tra gli esempi proposti l’altare d’oro della Basilica di S. Ambrogio, quelle di San Gallo in Svizzera ed i monumenti a noi più vicini di S. Benedetto a Malles e S. Giovanni a Mustair.
L’importanza europea degli affreschi di S. Martino è stata ribadita in una recente mostra a Brescia (autunno 2000) dove si è potuto ammirare quanto di più importante nelle arti figurative ci ha lasciato il popolo dei Longobardi; in tre grandi pannelli erano stati ricomposti gli affreschi carolingi di S. Martino (ritrovati durante gli scavi archeologici condotti negli anni ’80) che Don Carlo ebbe ancora l’opportunità di visionare.
Fu per lui motivo di orgoglio vedere celebrato in una grande mostra il suo monumento, con abside tonda, uno sviluppo planimetrico di mt. 19x7, articolato nella parte Preromanica anteriore al Mille e quella Romanica risalente all’XI secolo.
Il vero pioniere di San Martino fu comunque il Prof. Davide Pace, uno dei più illustri cultori della preistoria della Valtellina.
Risale al 1969 il suo incontro con la Chiesa di Serravalle, quando ritrovò le reliquie dell’antico altare del 1093, il cui loculo era coperto da una lastra marmorea con incisioni preistoriche (Bollettino Società Storica Valtellinese, n. 22 del 1970).
Queste scoperte suggerirono di estendere l’esplorazione all’interno della chiesa con scavi che, iniziati nel 1978, proseguirono per alcuni anni; il Pace dedicò anche uno studio alla località “Foliano” poi distrutta dalla frana.
Don Carlo lo amava per il suo animo profondamente religioso: “Per lui le vestigia degli uomini preistorici erano la manifestazione della loro religiosità. Quei luoghi erano luoghi sacri, quelle stele, quei graffiti erano espressione del loro culto divino.”
Splendido il congedo che gli dedicò nel n. 545 del Bollettino: “Mi piace pensare che quella notte, quando il Signore è venuto a chiamarlo (e la sua lampada era sempre accesa), gli siano accorsi incontro con la Madonna, la sua sposa e la figlia Aurora, ed anche la folla di quegli uomini del passato, che lui tanto ha stimato e amato attraverso le loro vestigia.”
Tornando a San Martino nel numero 507 si apprende dell’esistenza di un’antica Vergine lignea, seduta, alta 63 centimetri con bambino sulle ginocchia. Trecentesca in quanto del tutto analoga ad un’altra in marmo bianco posta nel Duomo di Como e proveniente dalla vecchia Chiesa di S. Maria.
Il bassorilievo ha una data sicura, quella del 1317.

San Brizio

Nonostante il grande amore per S. Martino, le ricerche di Don Carlo furono estese a tutte le chiese della parrocchia.
Tra queste vi era anche quella meno nota di S. Brizio. 
Sorgeva nei pressi della Serra, non lontano dal ponte del Diavolo, e la sua presenza si spiega facilmente essendo la figura di S. Brizio legata a quella di S. Martino, di cui fu il primo successore alla sede vescovile di Tours in Francia. Entrambi erano venerati nell’antico borgo di Morignone.
La Chiesa di S. Brizio aveva una amministrazione propria con un suo Anziano, come illustravano alcuni documenti risalenti al 1400 dell’archivio di S. Antonio, andati perduti sotto la frana.
Il Bardea riferendosi ad “un antico libro di pergamena scritto nel 1570 da Prospero de Marioli”, annotava che il 26 di Novembre si faceva la dedicazione della chiesa di S. Brizio (“26 Dedicatio Ecclesie Sancti Britii de Seravalle”), ciò significa che la chiesa era stata consacrata in quella data di un anno che non conosciamo.
A sua volta il vescovo Ninguarda nella relazione della sua Visita Pastorale del 1589 scrive: “A un altro mezzo miglio oltre la predetta chiesa di San Martino, vi è un'altra chiesa dedicata a S. Brizio, da cui prende nome la contrada che è l’ultima della giurisdizione dei Bormiesi verso la Valtellina; infatti a un quarto di miglio dalla contrada di S. Brizio c’è la sopradetta Serra, dopo la quale incomincia immediatamente la Valtellina”. (Ninguarda, “La Valtellina negli Atti della Visita Pastorale diocesana del 1589, a cura di Don Lino Varischetti, Sondrio, 1963).
Ma alcuni anni dopo la chiesa era già sconsacrata: nella relazione della Visita Pastorale fatta il 22 agosto 1624 da Mons. Sisto Carcano delegato del Vescovo di Como Card. Desiderio Scaglia, si legge che la chiesa era stata bruciata e ridotta in uno stato irreparabile. (Archivio Vescovile di Como, Cartella Visita Pastorale, 1622-1655). Questo probabilmente avvenne nel 1620 al tempo della rivolta dei Valtellinesi contro i Grigioni; nell’agosto di quell’anno i Grigioni rientrarono in valle attraverso i passi del bormiese saccheggiando e bruciando case e chiese: tal sorte toccò anche alla chiesa e alla contrada di S. Brizio, che da allora non furono più ricostruite. La località conservò fin oggi il nome di “sambrèzi”.
Della chiesa di S. Brizio parla una relazione sulla Parrocchia di S. Antonio Morignone compilata nel 1831 da Don Giacomo Colturi curato di Tiolo e trascritta nel 1865 da Don Luigi Silvestri, rettore della chiesa di S. Ignazio in Bormio. In essa si legge quanto segue: “Non si sa in qual’epoca sia stata eretta la ora diroccatissima e vetusta chiesa di S. Brizio vescovo posta sul fianco a mattina della Regia strada un 350 passi circa al settentrione della Serra nel confine di Sondalo”.
Annotava Don Carlo: “Anni or sono lo scrivente ne esaminò attentamente l’area, ed ebbe a convincersi, che detta chiesa poteva contenere tutt’ al più circa 200 persone. Lo spazio troppo angusto avrà forse dato motivo di fabbricare l’altra maggiore di S. Bartolomeo sopra Morignone, col riflesso eziandio, che quest’ultima andava ad essere a più comoda portata di tutta la popolazione di Valdisotto”.
In atti fu Giovanbattista Marioli Notaro lì 4 gennaio 1507 leggesi, “che certa Giovanna vedova q. Martin de Svezon di Sondalo, abitante in Orca, lascia con testamento in obbligo ai suoi eredi di farle celebrare annualmente per 25 anni una Messa nella Chiesa di S Brizio, e precisamente nel giorno in cui cade la festa di detto Santo (13 novembre); e così egualmente lascia in obbligo a di lei eredi l’annua distribuzione alli Vicini di S. Brizio del pane fatto staia 3 segale misura di Sondalo, di libbre 15 formaggio e di staia ½ vino, oltre altri legati come in quello testamento”.
E’ quindi evidente che solo col principio del secolo XVI questa Chiesa venne lasciata in totale abbandono e deperimento”.
Ilario Silvestri nei “Quaterni Consiliorum” del Comune di Bormio, nella “Sorte di Primavera” dell’anno 1490, ha ritrovato questa notizia alla data del 2 di giugno: “Ancora che sia concessa la grazia al Signor Sacerdote Giovanni di Sondalo, Beneficiale della chiesa di S. Brizio di Bormio di poter prendere 20 piante nel bosco di S. Martino di Serravalle in occasione di dover fare il tetto di certi edifici della soprascritta chiesa di S. Brizio e che gli avvocati dei boschi siano tenuti ad andare a designare dette piante al soprascritto Signor Sacerdote Giovanni”.
Osservava ancora Don Carlo: “S. Brizio aveva dunque dei beni e delle rendite e in determinati giorni si suppone vi si celebrava la S. Messa, giacchè questo era uno degli obblighi principali dei Beneficiali. Non è ben chiaro a quali edifici della chiesa occorreva rifare il tetto: era una casa nella quale poteva risiedere il sacerdote, molto improbabile, o semplicemente una proprietà della chiesa?
Questa notizia inoltre ci offre l’occasione per alcune riflessioni e supposizioni sulla chiesa di S. Brizio.
Era stata costruita dai monaci benedettini contemporaneamente a quella di S. Martino? o in seguito, quando S. Martino passò al monastero di S. Abbondio di Como? o per iniziativa degli abitanti del luogo?
Sono domande alle quali non è facile rispondere in mancanza di documenti. Il fatto che la devozione di S. Brizio sia legata a quella di S. Martino farebbe supporre che siano stati gli stessi monaci a costruirla o almeno a promuoverne l’erezione.
Però tra i documenti del monastero di S. Abbondio, dove si parla spesso della chiesa di S. Martino, non si accenna mai a quella di S. Brizio.
Una ipotesi potrebbe essere che sia stata costruita dai monaci (del monastero di S. Dionigi di Parigi?) che occuparono la chiesa nel periodo carolingio, di cui non si ha alcun documento, e che quando loro si ritirarono e le chiese passarono alle dipendenze del vescovo di Como, questi abbia concesso ai benedettini del nuovo monastero di S. Abbondio di Como, solo la Chiesa di S. Martino, lasciando alla comunità locale quella di S. Brizio”.
Queste sagge considerazioni ci confermano una volta ancora il valore storico del parroco di S. Maria e S. Antonio Morignone.

La frana

Ripensando alla persona, non si può ricordarla compiutamente senza riferirsi alla tragica vicenda della frana, che colpì profondamente l’animo di Don Carlo; ad ogni anniversario esprimeva la sua amarezza e il dolore, soprattutto “per quei bambini sepolti sotto la coltre di terra e di fango”.
Numerose furono tuttavia le testimonianze di solidarietà.
In occasione del secondo anniversario, alla stessa ora in cui cadde la frana, la messa fu presieduta da Mons. Antonio Riboldi, vescovo di Acerra, che ha vissuto una esperienza simile quando, parroco di S. Ninfa nel Belice in Sicilia, quella regione fu sconvolta dal terremoto. Nell’omelia, scriveva Don Carlo, “col commosso ricordo dei nostri morti, ci ha aiutato a capire come dietro questi avvenimenti dolorosi, dobbiamo saper scoprire l’Amore di Dio, che è sempre tale anche quando viene a turbare i nostri piani terreni”.
Anche il vescovo Maggiolini fece pervenire queste parole: “In questo secondo anniversario della calamità che ha travolto il Paese di S. Antonio Morignone e ha procurato tanti morti nella popolazione, voglio essere presente anch’io, almeno con l’affetto e la preghiera. L’affetto mi rende certo che, con dignità di Valtellinesi, uniti in nome della fede e di una cultura solida, composta e tenace, saprete ricostruire il paese distrutto e agire con determinazione perché il pubblico potere, vi permetta l’attuazione di un vostro vivo desiderio che è semplice diritto”.
Ma già al terzo anniversario il parroco di S. Antonio Morignone intravedeva la beffa della mancata ricostruzione: “…quando pensiamo che per i “Mondiali di Calcio” in pochi mesi si sono prese decisioni e si sono trovate le migliaia di miliardi per ristrutturare gli stadi, mentre in tre anni non si è stati capaci di ridare un paese e una casa a un centinaio di famiglie, c’è veramente da perdere la fiducia in una società che non ha più i valori della vita.”
Più sereno lo stato d’animo nel sesto anniversario della frana quando scrisse: “La vita continua anche se non sarà più come prima. Le cose di questo mondo passano e non dobbiamo rimpiangerle perché anche se le avessimo perdute avremmo dovuto ugualmente lasciarle un giorno. Il Signore dice: “Ecco io faccio nuove tutte le cose, perché le cose di prima sono passate”.

La visita del Papa

Nel maggio 1996 Papa Giovanni Paolo II compì una visita pastorale alla Diocesi.
Erano 901 anni che un Papa non veniva a Como, ovvero da quando Urbano II in viaggio verso Clermont in Francia, si fermò a Como dove il 3 giugno 1095 consacrò la Basilica di S. Abbondio costruita dai monaci benedettini, chiamati dal Vescovo Alberico a fondarvi un monastero nel 1010.
Giovanni Paolo II rivolse un saluto alla Diocesi ricordando anche il Paese di Sant’Antonio Morignone.
Don Carlo considerò la visita “un evento storico di grande rilievo” e riportò nel Bollettino con particolare evidenza alcuni passi del messaggio del Papa:
“Ho diretto in particolare, il mio sguardo verso la Valtellina, pensando con sempre viva commozione alla zona colpita dalla disastrosa alluvione del luglio 1987 con la drammatica frana di Sant’antonio Morignone e Tartano. Furono momenti terribili, che restano impressi nella nostra memoria. In poche ore la Valtellina fu coinvolta in una tragedia che seminò paura e sconforto, rovina e morte.
Ho pregato per le vittime di quella improvvisa sciagura affidandole ancora una volta alla misericordia del Signore, e lo faccio ogni giorno. Ed ho pregato per gli abitanti della Valtellina perché sappiano guardare fiduciosi verso il futuro, sostenuti dalla grazia di Dio”.
Nel decimo anniversario Don Carlo descrisse puntualmente l’alluvione, la frana e la mancata ricostruzione.
“Tutto cominciò il 18 luglio 1987, quando in seguito alle piogge dei giorni precedenti e allo scioglimento dei ghiacciai, quella sera l'Adda ruppe gli argini e alcune frane ostruirono la valle, per cui le acque ristagnarono e nella notte raggiunsero i primi piani delle case.
Dato l'allarme, la popolazione fu evacuata: la maggior parte fu trasferita a Bormio; molti però di Morignone, Poz e Tirindrè rimasero bloccati e si rifugiarono a Fusinaccia. Lungo la strada statale un centinaio di macchine furono sorprese dall'alluvione, ma grazie a Dio tutte le persone si salvarono inerpicandosi sul pendio della montagna e raggiunsero S. Martino dove furono ospitate 160 persone. Tutti coloro che erano rimasti isolati, il giorno dopo furono tratti in salvo dagli elicotteri.
Nei giorni seguenti, essendo calato il livello delle acque, la gente aveva iniziato a liberare le case dal fango, quando al di sotto delle cime di Zandilla (in seguito erroneamente si parlò di monte Coppetto) verso la sommità della Val Pola dove si diceva "i boc", si notò una lunga crepa che andava allargandosi ogni giorno facendo prevedere la caduta di una grossa frana.
Perciò fu confermata l'evacuazione del paese, eccetto per la contrada di Aquilone, ritenuta sicura perché lontana un paio di chilometri. 

A S. Bartolomeo era stato creato un posto di osservazione per tenere sotto controllo la situazione. Ma la mattina di martedì 28 luglio alle ore 7.22 la montagna si mosse e un largo settore del monte (800 metri di lunghezza per 400 metri di profondità) si staccò tutto insieme e precipitò provocando un disastro di proporzioni ben più gigantesche di quelle previste.
Quella massa di rocce e terra, calcolata in più di 30 milioni di metri cubi, cadde su Morignone e il piano invaso dall'acqua; risalendo sul versante opposto per circa 400 metri distrusse gli abitanti di S. Martino, Castelaz e Foliano fino ad aggirare S. Bartolomeo che miracolosamente fu salvato.
Cadendo sulla piana di Morignone dove stagnavano le acque dell'alluvione, provocò un forte spostamento d'aria, d'acqua e di fango (l'orìf) che spazzò via le contrade della Streita, S. Antonio, Poz, Tirindré ed una parte di Aquilone. I testimoni oculari dicono di aver visto la case volare come se fossero di cartone.
Purtroppo tra le famiglie di Aquilone vi furono 28 vittime. Grande fu lo sgomento che afflisse tutti davanti a quell'inimmaginabile spettacolo: tutto era scomparso, case, prati, boschi sotto quella coltre di terra che ricopriva ogni cosa.
Il 6 agosto nel salone delle Terme di Bormio si tenne un'assemblea di tutta la popolazione che manifestò la volontà di ricostruire il paese, espressa nel significativo slogan: "Senza bait emò plu paes".
Le famiglie furono ospitate in alcuni alberghi e nella Casa di Riposo di Bormio; ma verso la fine di agosto, finita la stagione estiva, cominciarono a trasferirsi in appartamenti lasciati liberi dai villeggianti.
Il nostro centro religioso divenne la chiesa del Santo Crocifisso di Combo dove ogni domenica si celebrava la S. Messa e si tenevano le altre funzioni; le Scuole furono ospitate nell'Oratorio di Bormio.
Il disastroso evento ebbe, tramite i mezzi di comunicazione, una vasta eco non solo in Italia ma anche altrove, suscitando un profondo cordoglio e una gara di solidarietà.
Sono intervenute anche le più alte autorità dello Stato: il 6 agosto il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, l'11 agosto il Presidente del Consiglio Giovanni Goria e più volte il Ministro della Protezione Civile Remo Gasperi.
Ma ancora più commovente è stata la partecipazione di Enti, Associazioni, Parrocchie e soprattutto tante umili persone che da ogni parte d'Italia e anche dalla vicina Svizzera ci hanno prestato il loro aiuto materiale e morale.
In modo particolare siamo grati a due sacerdoti salesiani, che ci sono stati vicini e hanno condiviso le nostre dolorose vicende: don Andrea Gelsomino e don Remo Bracchi.

Per alcuni anni ci siamo (o ci hanno?) illusi di poter ricostruire il Paese e per questo la maggior parte della popolazione ha aspettato a rifarsi una casa, non senza danno, perché intanto l'indennizzo stabilito andava perdendo valore.
Le tre zone che erano state scelte all'inizio: l'Alute, S. Antonio e le Motte di Oga, per varie ragioni, si dimostrarono inattuabili.
Il Comune nel frattempo incaricava l'Italtekna di individuare tra alcune zone quale fosse la più idonea e risultò essere "Scleva", la meno gradita alla popolazione, la quale, tramite uno studio dell'arch. Giovanni Rebolini, proponeva la zona di Teveròn e Somarìn, che infatti riceveva l'approvazione del Comune e della Giunta regionale, smentita poco dopo per intervento dei geologi che la consideravano a rischio.
Intanto nel 1991 il Comune riproponeva "Scleva", il cui Piano di Zona elaborato solo nel 1992 e che prevedeva 84 lotti di terreno, si dimostrò subito sproporzionato ai reali bisogni della popolazione, perché la maggior parte delle famiglie stanche di aspettare, dopo 5 anni di inutili attese, avevano ormai provveduto a rifarsi la casa.
Si pensò quindi ad un ridimensionamento per provvedere a quelle poche famiglie che ancora sono senza casa, ma finora, e siamo nel 1997 a dieci anni dalla frana, non si vede ancora niente ed è solo scritto sulla carta.
Eccetto i pochi che hanno potuto tornare ad Aquilone, tutti gli altri hanno dovuto, in un certo senso, cambiare la loro identità e diventare parrocchiani e abitanti di altri paesi.
E' vero che la maggior parte hanno ricostruito la loro casa a Cepina e nelle altre frazioni, per cui fanno sempre parte dello stesso Comune di Valdisotto, e dobbiamo sentire questa solidarietà che ci unisce tutti insieme, ma è anche vero che ogni paese ha una sua fisionomia, ha avuto una sua storia, che si riflette anche nelle usanze e nel dialetto.
E se dobbiamo favorire l'inserimento nell'ambiente sociale in cui viviamo, per cui, sia come uomini che come cristiani, dobbiamo sentirci membri solidali della stessa comunità civile e religiosa, dobbiamo cercare anche di conservare almeno la memoria di quella che è stata, possiamo dire per più di venti secoli la storia delle generazioni che ci hanno preceduto.
E questo perché ai vecchi piace ricordare e i giovani non devono dimenticare.
Ci sono rimasti tre punti di riferimento, che richiamano al nostro cuore tanti mesti ricordi del nostro caro paese che non c'è più e che sono meta del personale e comunitario pellegrinaggio di preghiera e di rimembranza:
- la chiesa di S. Bartolomeo, miracolosamente salvata dalla distruzione della frana e restaurata dal Rotary Club e dalla Famiglia Valtellinese d'Engadina, dove ci ritroviamo a pregare e a ricordare.
- S. Martino dove per iniziativa dell'ing. Fausto Sebeni di Barzanò è stata eretta una stele - altare a ricordo della millenaria chiesa di S. Martino di Serravalle. 
Aquilone dove si è consumata la tragedia che ci ha colpito con tanti morti e dove abbiamo intenzione di erigere un Memoriale con la cappella e il museo, di cui finora le autorità ci hanno negato il permesso.

Cinque anni più tardi, nel luglio del 2002, registriamo la sua profonda delusione per l’impossibilità di realizzare almeno il “Memoriale”; mi affido ancora alle sue parole nel tredicesimo anniversario della frana: “La vita riserva sempre giorni lieti e giorni tristi, ma ci si attendeva di trascorrerli nel nostro piccolo paese, nelle nostre case, accanto alla nostra chiesa e ai nostri morti. Nessuno immaginava che quell’immane cataclisma avrebbe distrutto insieme al paese anche la nostra speranza.
Per alcuni anni abbiamo coltivato la speranza di poter ricostruire insieme, anche se altrove, la nostra comunità, ma il nostro motto “Sènza bait emò plu paès” ha perso il suo significato e ognuno ha dovuto arrangiarsi a ricostruire la sua casa dove ha potuto. Le poche famiglie rimaste lo stanno facendo a Scleva di Cepina sul terreno predisposto dal Comune.
Purtroppo sta svanendo anche il progetto di ricostruire ad aquilone un “Memoriale” che ricordasse l’accaduto alle generazioni future. Esso prevedeva la costruzione di un edificio che avrebbe dovuto comprendere una Cappella e un Museo.
Per ben due volte è stato presentato al Comune “Richiesta di parere preventivo per la costruzione di un memoriale ad Aquilone”, il 22 Dicembre 1996 e il 6 maggio 1999, e ogni volta la risposta è stata negativa, perché secondo il Servizio Geologico della Giunta Regionale della Lombardia, la lo località Aquilone è a rischio molto elevato per cui è inserito nell’elenco delle aree in edificabili.
Personalmente non ho intenzione di fare altri tentativi”.

Queste toccanti riflessioni di Don Carlo introducono il tema della sua gente, cui ha dedicato un’intera vita. Divenne parroco di S. Maria nel luglio 1950, di S. Antonio Morignone nell’aprile 1956 e rimase sempre con loro.
Domenica 28 maggio 1995 si festeggiò il suo cinquantesimo di sacerdozio, con messa solenne e successiva festa a S. Bartolomeo, in una splendida giornata di sole.
Numerosi i parrocchiani che ricordava nel “Bollettino”, da figure semplici come “nonna Matilde” Zamboni, scomparsa nell’ottobre 1996 all’età di 90 anni, che aveva rievocato nei suoi scritti e nelle poesie i giorni luttuosi della frana e la volontà di rinascita della popolazione, a personaggi che si distinsero nei vari campi d’impegno.
Preti esemplari furono Antonio Romani (1833-1919), Don Carlo lo descrive “sagace e gioviale, una figura che manifestava cultura, esperienza, ingegno” e Giacomo Bonetti (1857-1926), gesuita e missionario in Albania.
Il Notaio Lorenzo Antonio Giacomelli nacque a Morignone nel 1754 e viene rievocato anche attraverso i suoi atti (293 in tutto dal 1788 al 1806), che contengono preziose informazioni sugli usi e costumi di quegli anni e naturalmente sulle condizioni economiche del tempo.
Di Vincenzo Folonari (1930-1964), discendente della famiglia che fondò la famosa casa vinicola, Don Carlo riuscì a ricostruire l’albero genealogico, data l’origine santantonina; A 23 anni aveva aderito al Movimento dei Focolarini con il nome di “Eletto”. Spese la vita per il bene degli altri e padre Mariano, in una trasmissione televisiva del 1967, ne ricordò l’eccezionale bontà.
Bonetti Angelo centenario a Saint Moritz dove si era trasferito, viene ricordato nel n° 516 del Bollettino. Fratel Giosuè Dei Cas (1880-1932) comboniano in Africa nel n° 542, dove si apprende della sua morte da Santo, per salvare un missionario più giovane di lui.

La “santa di Morignone”

Nel numero 598, ma anche in precedenti Bollettini, Don Carlo non tralasciò di riportare le vicende della cosidetta “santa di Morignone”, di cui parlò anche il Torlai (“Bormio Vecchio – ricordi ed episodi storici del vecchio Contado, 1907).
Il fatto ebbe inizio nel 1864 mentre era parroco Don Gervasio Sosio di Semogo: una ragazza che si diceva ammalata, affermava di vivere solo della Comunione che il parroco le portava ogni giorno.
Tra i documenti dell’Archivio Parrocchiale di S. Antonio Morignone andati perduti sotto la frana del 28 luglio 1987, vi era un fascicolo manoscritto di alcune decine di pagine; in esso Don Giuseppe Silvestri di Livigno, succeduto a Don Gervasio Sosio, documenti originali quali alcune lettere della Curia Vescovile di Como e altre di persone, che si raccomandavano alle preghiere della “santa”. Cosi ne riferiva Don Carlo: “All’inizio del 1864 la ragazza, il cui nome venne omesso per rispetto alla persona e per lasciare, come dice il Manzoni, materia agli eruditi per le loro ricerche, si ammalò o si diede per tale. Dimostrandosi molto pia, il parroco acconsentì a portarle la S. Comunione. In seguito, rifiutando ogni altro cibo, affermò di non aver bisogno d’altro nutrimento che l’Eucaristia. Il giovane parroco, forse un po’ ingenuamente, credette alla ragazza e pensò di trovarsi di fronte a un fenomeno soprannaturale, non nuovo, d’altra parte come si legge nella vita di S. Caterina da Siena e di S. Nicola da Flue.
In quel tempo la S.Comunione veniva portata in modo solenne con una processione, per cui la notizia si diffuse subito in paese suscitando un consenso unanime. Sia il parroco che la gente si sentirono molto onorati di avere in paese una “santa”. Ricordo che Colturi Domenico conservava una lettera scritta da suo nonno a suo padre Ignazio allora giovane militare, nella quale, tra l’altro lo informava di quella ragazza ammalata che viveva solo della Comunione.
La giovane abitava allora ad Aquilone e portarle ogni giorno la S. Comunione in quel modo solenne, era alquanto disagevole, per cui il parroco fece trasferire l’ammalata a S. Antonio in una casa vicina alla chiesa; pare fosse quella ultimamente di Donagrandi Francesco.
Anche senza radio e televisione, la notizie della giovane che viveva solo della Comunione, si diffuse a Bormio e nei paesi vicini e poi in tutta la Valtellina. Naturalmente la notizia suscitò grande interesse per cui con ritmo crescente si incominciò a far visita alla “santa”: gli uni sospinti da un sincero spirito di fede per raccomandarsi alle sue preghiere, altri solo per curiosità.
La cosa mise in allarme sia l’autorità religiosa che quella civile, che vedendo che il fenomeno non cessava ma andava crescendo intervennero.
La Curia Vescovile di Como avvertita del fatto, rispose in modo evasivo e non fece indagini approfondite, pensando forse che la cosa si sarebbe esaurita da sola.
L’arciprete di Bormio Don Tommaso Valenti prese subito una posizione negativa, sospettando che sotto ci fosse qualcosa di poco chiaro. Il clero del bormiese non tenne un atteggiamento unanime: alcuni vi riconobbero un intervento soprannaturale, altri invece lo negavano.
Il “pellegrinaggio” però non cessava ed andò via via crescendo richiamando persone non solo dai paesi vicini ma anche dalla Valtellina. Nella mia famiglia era ancora vivo il ricordo della visita fatta dalla mia nonna De Campo Domenica, che venne a S. Antonio con una sua sorella. Quando furono ammesse con gli altri pellegrini nella camera della giovane, la sorella, vedendo la ragazza col viso rubicondo e paffuto, dando di gomito alla mia nonna, le disse: “Ti, quèla lì la màngia, vèh!”. Al che, mezzo scandalizzata, la mia nonna le rispose: “Tas, tas, che l’è ‘na sànta!”.
“Verso la fine dell’estate del 1865 scoppiò una epidemia di colera; ne fu colpito anche il parroco di Morignone Don Gervasio Sosio che morì il 19 novembre 1865 a soli 27 anni e fu sepolto nel cimitero di S. Antonio.
Il successore fu come detto Don Giuseppe Silvestri, che da buon livignasco, ad un certo punto, cominciò a sospettare che ci fosse sotto qualche imbroglio, per cui decise di non portarle più la Comunione.
Ciò a detta dei sostenitori metteva in pericolo la vita della giovane privata del suo unico sostentamento; e inoltre provocò l’indignazione della gente di S. Antonio che cominciò a contestare il nuovo parroco, anche con aperti gesti di avversione.
Allora fecero intervenire il canonico di Bormio Don Triaca, che era uno dei sacerdoti che credevano alla “santa”, il quale la fece trasferire a Bormio per poter darle la Comunione.
Questo probabilmente deve essere avvenuto nella primavera del 1866, perché subito dopo, durante il tempo pasquale, l’arciprete Don Valenti, avvalendosi di un suo diritto, avocò a se tutte le comunioni pasquali, per cui il canonico Triaca non potè più portare la Comunione alla giovane, ciò che l’arciprete che era contrario, non avrebbe mai fatto.
Le cose si mettevano male, per cui ancora una volta intervenne uno dei sacerdoti suoi sostenitori, Don Antonio Buonguglielmi, prevosto di S. Nicolò Valfurva, che la fece trasferire nella sua parrocchia.
Nel frattempo il parroco di S. Antonio Morignone aveva più volte sollecitato la Curia Vescovile di Como perché intervenisse per far cessare quello che lui riteneva uno scandalo che ritornava in pregiudizio della religione. E la curia di Como finalmente scrisse al prevosto di S. Nicolo Valfurva perché andasse a fondo della cosa. Buonguglielmi, nonostante fosse un suo sostenitore, onestamente, fece la sua inchiesta. Dopo averle portato la S. Comunione, la rinchiudeva nella camera dove era ospitata e, tenendo lui la chiave, non permetteva ad alcuno di avvicinarla.
Dopo un paio di giorni di digiuno forzato, la giovane, che teneva sempre il letto, era allo stremo delle forze. E invano si ostinava a sostenere l’intervento divino. Un giorno addirittura raccontò che le era apparsa la Madonna. Ma ormai anche Don Buonguglielmi si era convinto che la ragazza mentiva. La conclusione ha del tragicomico: il prevosto prese una livella, lo strumento che i muratori usano per determinare il piano orizzontale, gliela pose sul petto e disse: “Dimmi la verità, perché questo strumento segnala se dici una bugia”. Allora la giovane confessò che era stata tutta una macchinazione ordita con la complicità del fratello, che di nascosto le portava da mangiare.
La giovane si dimostrò pentita di quello che aveva fatto e chiese perdono. Poco dopo lasciò il paese per andare a servizio a Villa di Tirano o a Bianzone, dove si sposò e non fece più parlare di sé.
Di li a poco anche il parroco di S. Antonio Morignone, Don Giuseppe Silvestri lasciò il paese e si trasferì in Aprica.
Ricordo che nel suddetto fascicolo da lui scritto, era inserita una lettera che gli era stata inviata dagli abitanti di S. Antonio Morignone, dove gli chiedevano perdono per il loro comportamento tenuto nei suoi confronti durante la vicenda della presunta “santa”, si scusavano di essere stati sgarbati e gli rinnovavano la loro stima e il loro rispetto. La vicenda finì qui, anche se non fu subito dimenticata.
Quand’ero ragazzo, se uno non era sincero e si comportava da impostore, si diceva: “Te se cùme la sànta de Murignon”.”

Un miracolo a S. Antonio

Accanto alla burla della “santa”, Don Carlo riportò anche la notizia di un vero miracolo compiuto il 15 giugno 1689 da S. Antonio da Padova e conservato in un manoscritto nell’Archivio Parrocchiale di Tirano: “Hoggi D. Carlo Alfonso mio nipote, si è portato solo, a piedi, alla nuova Chiesa di S. Antonio a Morignone nel Contado di Bormio discosto da casa circa 10 miglia et in questa vuotatosi di visitare la sua Chiesa a Padova, ha miracolosamente ricuperato l’udito e la loquela perfettamente e ritornato a casa ha riempito di somma consolatione e allegrezza tutti si come ha portato gran stupore e confusione alli heretici de nostri tempi che negano l’intercessione de’Santi, sebene in senso da riferirsi ad essi è vero che per essi non intercedono né mai intercederanno se non si convertono alla Santa Fede cattolica apostolica romana. Laus Deo.
Questa memoria dovrà vivere sempre in casa nostra”.

La componente spirituale era sempre presente nelle pagine del Bollettino, poiché in Don Carlo era forte l’impegno alla cura pastorale.
La sua particolare vocazione favorì la ricchezza di riflessioni personali a cui accostava spesso citazioni di figure esemplari, che lui tanto stimava, come Jacques Maritain, Sant’Agostino, Alessandro Manzoni, Dante, Madre Teresa di Calcutta, Dostoievskij, per ricordare i principali.
Ma come si è detto, i suoi interessi erano vasti, le sue osservazioni acute e sempre stimolanti.
Sin dai Bollettini più datati inseriva ogni mese i rilievi di una “Stazione Termo-Pluviometrica” (che si interruppe purtroppo dopo la frana) con temperature, pioggie e nevi riferite ad un triennio. Sulle tracce del Bardea ci informa che il recente terremoto del dicembre 1999 non era una novità per queste zone, in quanto nell’autunno 1699, proprio trecento anni prima, si avvertirono replicati terremoti.
Nei numeri 447, 448 e 449 trattò il tema delle alluvioni del settembre 1772 dalla “Cronaca” di G.A. Zamboni; le piene dell’Adda interessarono tutta la Valdisotto, e il crollo dell’antico ponte di Cepina di fattura medioevale, costrinse alcuni di quegli abitanti a risalire fino al ponte di Combo a Bormio ed utilizzare poi quello di S. Lucia, per tornare alle case di Cepina poste come sappiamo in sponda destra idrografica.
Nell’ultimo numero del Bollettino, richiamando frane e valanghe verificatesi nel 1951e nel 1955, ricostruisce le motivazioni che hanno condotto alla realizzazione dell’insolita galleria di Santa Maria: “L’8 agosto 1951 in seguito a violenti temporali una frana è caduta lungo la valle di Campàc travolgendo il ponte del Mùlin, che allora era di legno, che fu poi ricostruito ancora in legno. Lo stesso ponte fu distrutto un’altra volta nell’inverno del 1955, questa volta da una valanga. Fino alla primavera si passava, naturalmente solo a piedi, sopra la massa della neve, sulla quale era stata aperta una via. Nella primavera del 1955 fu ricostruito, ma perché fosse più resistente fu rifatto in cemento. 
Poi anche questo ponte andò distrutto nella alluvione del 18 luglio 1987. Allora, siccome la valle in quel punto si era molto allargata e avrebbe richiesto un ponte lungo un centinaio di metri col pericolo di essere rovinato ancora una volta data l’instabilità del terreno, si pensò di fare l’attuale galleria che partendo dal mulìn arriva direttamente a S. Maria”.
A proposito di frane, tristi furono le riflessioni che riportò nel n° 456, dopo aver dissertato a lungo su quella di Piuro del 1618.
“Per le autorità di quel tempo, non si presentò nemmeno il problema della ricostruzione del paese, perché tutta la popolazione, era perita. Considerando le difficoltà che incontriamo nella ricostruzione del nostro paese e l’incomprensione da parte di quelle autorità che più ci dovrebbero essere vicine, ci sentiamo quasi in “colpa” di non essere periti tutti sotto la frana”.
Nonostante la tragedia che colpì la sua gente, l’attenzione verso il prossimo in Don Carlo non venne mai meno: in occasione dell’undicesimo anniversario della frana raccolse come atto di solidarietà la somma di lire 1.085.000 a favore della “Caritas”.
Dopo che il tempo e l’incuria avevano in passato condotto alla perdita della chiesa di San Brizio, e la frana aveva inghiottito quelle di S. Antonio e S. Martino, le attenzioni di Don Carlo si concentrarono su S. Bartolomeo. Fu sempre riconoscente al Rotary Club per il sostanziale contributo dato al restauro di S. Bartolomeo de Castelaz, sia per le parti architettoniche che per i cicli di affreschi.

E volle andare oltre, promuovendo una serie di scavi archeologici nei pressi del campanile, che si concretizzarono nell’estate 2000. Le superfici messe in luce sono da riferirsi all’epoca alto-medioevale; la fase archeologica è caratterizzata da un incendio e da un successivo crollo; di grande interesse i reperti archeo-biologici rintracciati ed anch’essi carbonizzati, oggetto di analisi presso il museo di Como. Mi portò riservatamente le relazioni su quelle prime campagne, chiedendomi collaborazione per reperire possibili fonti di finanziamento. E’ auspicabile che, per l’interesse esclusivo, gli scavi proseguano anche senza il suo entusiasmo e la sua ricerca di conoscenze sempre nuove.
Molto bello il ritratto che fece della sua chiesa superstite nel n° 466: “…preziosa reliquia piena di nostalgici ricordi, risparmiata dalla violenza della frana che ha distrutto tutto il paese e si erge, come un’oasi di speranza sul desolato paesaggio che la circonda”.
Dell’antica fortificazione di Serravalle ricordata già nel 1201 riferì nel n° 500, riportando tra l’altro una pianta di grande interesse da lui elaborata in anni in cui si potevano ancora vedere e misurare i resti della muraglia.
In quel Bollettino accennò anche ad un memoriale scritto nel 1831 da Don Giacomo Colturi, parroco di Tiolo, dove si ha conferma dell’esistenza di una torre presso S. Bartolomeo, al presente ridotta ad un avanzo di muro.
Non solo le chiese, la storia, la gente, le fortificazioni, ma anche le sua montagne; nelle gite sui monti era per lui irresistibile il fascino dei laghi, come rivelava in uno degli ultimi Bollettini: 
 “Sono tante le cose belle che attraggono l’occhio di chi percorre i sentieri delle nostre montagne, dalla varietà dei fiori e delle piante ai vasti e pittoreschi panorami: ma forse la più bella sorpresa è di trovarsi improvvisamente ad una svolta del sentiero o sulla cima di un costone, di fronte a un lago alpino.
Quelle acque verdi o azzurre, in mezzo ad una conca, alle volte aspra e rude, circondata da cime impervie dalle quali scendono ripidi pendii di rocce frantumate”.
Intorno ai laghi della sua parrocchia (Profa, Stelù, Brodec, Tre Mote, Campaccio) nel 1972 aveva riportato interessanti studi scientifici compiuti nel 1893, riguardanti le “diatomee”, piccolissime alghe che vivono in quelle acque.
La sua passione per i laghetti alpini è testimoniata anche dalla poesia “Al pret di lach”, che Don Remo Bracchi gli dedicò nel dicembre 1985.

Le campane

Nel silenzio delle montagne, ma anche in quello degli archivi e delle chiese,“la voce” delle Campane aveva per Don Carlo un valore speciale, tanto che nel Bollettino n. 580 fu costretto a commentare: “Noi siamo riusciti a soffocarla nel frastuono delle macchine, delle radio e delle televisioni, tanto che spesso, non solo non ne sentiamo più il richiamo spirituale, ma nemmeno il suono materiale. Il mio augurio è che, ovunque siamo, la loro “voce” possa ancora farsi sentire e abbia a scandire i tempi e i giorni della nostra vita, come un invito ad elevarci al di sopra delle nostre meschinità quotidiane”.
Nell’agosto 1990, a tre anni dalla frana, quando ripresero a suonare le campane di San Bartolomeo salutò così l’evento: “Sulla desolata valle il loro suono scandisce di nuovo il saluto dell’Ave Maria grazie alla munificienza della ditta De Antoni di Chiari che ha voluto donarci le apparecchiature per l’automazione elettrica”.
Quei rintocchi precisi, durante la veglia pasquale del sabato santo, nella piccola chiesa di San Bartolomeo, fissavano momenti di felicità nella notte più bella dell’anno per noi cristiani.
Don Carlo riferiva che quest’ usanza di celebrare l’Annuncio a Maria con il suono della campana, mattino, mezzogiorno e sera, risale almeno al sec. XIII.
Papa Giovanni XXII introdusse a Roma questo pio esercizio nel 1327.
La sua devozione a Mara è testimoniata fra l’altro dalle numerose ricerche pubblicate su “La Madonna in Valtellina”, che non si limitarono alla sua parrocchia e si estesero a tante chiese della Provincia. Possedeva anche un Calendario Mariano, dove sono elencate le feste della Madonna che si celebrano nel mondo.
 

E’ tempo di concludere il mio omaggio ad un prete giusto che ha lasciato soprattutto il vuoto delle sue messe a S. Martino, S. Bartolomeo e S. Maria Maddalena.
Accantonando i ricordi personali di un’amicizia più che ventennale, ho preferito che fosse lui a parlare, ad insegnare ancora una volta.
L’esordio dell’omelia-testamento che scrisse in occasione del cinquantesimo di sacerdozio ed una poesia a lui cara di Giovanni Bertacchi (“Precetto”) credo posseggano i significati appropriati per un congedo: 

“A quella festa (del cielo) siamo tutti invitati.
E voglio sperare che nessuno vorrà mancare.
Che “Magutàda” sarà quella!
La nostra comunità che qui sulla terra non ci è più dato di rifare, 
la ricostruiremo lassù: nessuno deve mancare.
Per questo cercate di vivere in maniera di non esserne esclusi.
Per far parte della Chiesa di lassù, dobbiamo essere membri vivi
della Chiesa di quaggiù”.
 

“Il carro oltre passò d’erbe ripieno,
e ancor ne odora la silvestre via.
Anima, sappi far come quel fieno;
lascia buona memoria, anima mia”.

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