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Ratto di una fanciulla a scopo di matrimonio con
qualche nota sul vincolo coniugale nel XVII secolo
di ILARIO SILVESTRI
Nell’Archivio Comunale di Bormio, nella serie dei “Quaterni inquisitionum”,
si conserva un incartartamento di grande interesse per la storia degli
usi matrimoniali: si tratta di una querela per il ratto di una giovane
a scopo di matrimonio avvenuto a Premadio nel 1680. Nel ragguardevole fondo
dove si conservano gli incartamenti giudiziari del Contado di Bormio ho
incontrato pochissimi procedimenti per tale reato (1).
Nella ricostruzione da parte dei magistrati della violenza subita da
Antonia Zenni ad opera di Antonio Planalbino si intravedono sopravvivenze
di usi assai risalenti nel tempo, come la soggezione della donna alla patria
potestas (2) e il ratto come rimedio, anche se illecito, all’insuperabile
opposizione della famiglia al matrimonio.
Scrive Glicerio Longa nel suo studio di etnografia formina (3) “che
presso gli Indoeuropei primitivi la moglie si acquistava per compera o
per ratto, la prima sembra fosse la forma normale del matrimonio, la seconda
forma abusiva, ma non infrequente. Dell’una e dell’altra usanza serbarono
memoria alcune cerimonie del matrimonio romano; tra le quali non mancava
mai la simulazione d’un ratto, mentre la finzione di vendita della sposa
allo sposo era la speciale caratteristica di una delle forme solenni delle
nozze.
Orbene, non è senza interesse e sorpresa il rilevare come la
simulazione del ratto e la finzione della vendita della sposa abbiano lasciato
qualche traccia recente anche tra i monti del bormiese, eccetto nel capoluogo.
In Valdisotto, in ispecial modo, oltre che a nascondere la sposa, s’usava,
e spesso s’usa ancora, tenere delle lunghe dispute tra i parenti dello
sposo, fuori sulla soglia di casa, e quelli della sposa, dentro rinchiusa.”
Nelle cerimonie nuziali, come rilevato dal Longa all’inizio del secolo
scorso, il ratto simbolico della sposa è sopravvissuto fino a qualche
decennio fa, ancora fortemente sentito e radicato soprattutto nelle vallate
che circondano Bormio.
Il ratto come primitiva forma di possesso della donna è peraltro
ben conosciuto nella storia di Roma: Romolo infatti, dopo aver consolidato
l’egemonia sulle tribù del Lazio, risolse il problema di dare un
futuro alla sua stirpe rapendo le giovani fanciulle dei vicini Sabini.
Non mancano racconti mitotologici dove fanciulle non sempre riluttanti
vengono rapite da dei invaghiti. Orizia, per esempio, fu rapita da Borea,
il Vento del Nord, con la madre Prassitea e violentata dal dio avvolto
in un mantello di nubi.
Proserpina, figlia della dea delle messi Cerere, mentre raccoglieva
fiori in un prato, infiammò Plutone e fu da lui trascinata negli
Inferi divenendo sua sposa.
I Dioscuri, ossia i gemelli Castore e Polluce nati dall’uovo di Leda
che si era unita a Giove in forma di cigno, rapirono le due figlie di Leucippo,
Feda e Ilaira, già promesse ai loro cugini Ida e Linceo e generarono
con loro dei figli. Un’altra figlia di Leda e Giove, Elena, fu invece rapita
dal principe troiano Paride che la portò con se a Troia sottraendola
al legittimo marito Menelao; nel tentativo di riportare la donna alla sua
terra e alla sua casa, i Greci diedero inizio alla guerra di Troia.
La leggiadra figlia del re Agenore, Europa, accese d’amore il re degli
dei, Giove, che, tramutatosi in un candido toro con due piccole corna simili
a gemme, adescò la fanciulla con la sua mitezza e, dopo che essa
gli inghirlandò le corna e gli pose dei fiori in bocca, gli saltò
in groppa e si lasciò condurre alla riva del mare; all’improvviso
il toro si lanciò nelle onde e portò a nuoto la giovane sgomenta
fino a una spiaggia di Creta dove fu violentata dal dio, trasformatosi
in aquila, in un boschetto di salici accanto a una fonte.
Nella mitologia ebraica, si narra che la figlia di Giacobbe e Lia,
Dina, fu rapita e violata da Sichem, principe del luogo dove Giacobbe si
era accampato. Il giovane la chiese poi in sposa, e la trattativa tra i
padri dei due si concluse positivamente fondando un’alleanza matrimoniale
tra il popolo ebraico e quello di Sichem; essa fu rotta da Simone e Levi,
fratelli di Dina, che uccisero tutti i maschi del paese di Sichem, saccheggiando
e razziando i loro greggi e le loro ricchezze. Alla preoccupazione di Giacobbe
per le conseguenze di quel gesto, risposero i due fratelli che la loro
sorella non poteva essere trattata come una prostituta.
La persistenza del ratto, anche se solo simbolico, nelle cerimonie nuziali
e la sua rappresentazione in tanti miti rende lecito supporre che nel più
profondo inconscio del maschio la sopraffazione fisica della donna e l’impadronirsi
di essa violentemente siano un retaggio che i nostri lontani progenitori
hanno profondamente fissato nella nostra psiche. Tale avito patrimonio
comportamentale, in condizioni di grande tensione interiore, può
riaffiorare e Antonio Planalbino ne fu probabilmente sopraffatto quando
fu respinto dalla ragazza che, secondo le sue dichiarazioni, si era congiunta
con lui.
Prima di raccontare i fatti e darne la trascrizione è bene premettere
che il legame coniugale, ancora alla fine del XVII secolo, si consumava
ed era a tutti gli effetti valido quando c’era il semplice consenso dell’uomo
e della donna: il matrimonio religioso, o la presenza di testimoni, almeno
nei ceti popolari, non era per nulla radicato e comunque non aggiungeva
alcunché al legame (4). Il matrimonio avveniva quando un uomo e
una donna decidevano di stare insieme. Si tratta di una forma di unione
coniugale non dissimile dal matrimonio romano definito sine manu,
(in manu era il matrimonio che dava al marito la stessa potestà
che il padre avava sui figli) che i Latini adottarono quando caddero in
disuso la confarreatio, la più antica forma di unione coniugale
nella società romana (cosidetta perché gli sposi dividevano
una focaccia di farro, simbolo della futura unione), e la coemptio, ossia
l’acquisto della donna, oppure l’unione derivante dall’usus, una sorta
di usucapione che il marito acquisiva dopo un anno di convivenza. Il matrimonio
sine manu era un contratto privato tra un uomo e una donna che si univano
coniugalemente ed era valido quando essi avevano l’età e tutti i
requisiti per contrarlo e si univano con l’intenzione di essere marito
e moglie, indipendentemente dalle cerimonie che pubblicizzavano l’avvenuta
unione matrimoniale. L’unione comunque poteva avvenire soltanto quando,
oltre il parere degli sposi, vi era anche il consenso dei rispettivi pater
familias (5).
Una condizione che sanciva indissolubilmente il matrimonio dopo che
gli sposi avevano espresso il reciproco consenso all’unione era la copula
carnalis, considerata un perfezionamento e completamento alle parole che,
nel momento in cui venivano espresse, già sancivano il vincolo coniugale
(6). In sostanza -per concludere questa sintetica e certo non esaustiva
premessa sull’istituzione matrimoniale così come era vissuta nel
XVII secolo- l’unione coniugale fra due persone era una questione privata
che avveniva col semplice reciproco consenso e, soprattutto per la donna,
con il consenso del padre. Le istituzioni ecclesiastiche erano del tutto
estranee all’unione coniugale ed avevano, ancora nello scorcio del Seicento,
non poche difficoltà ad imporre l’unione delle coppie secondo la
dottrina elaborata dalla Chiesa nel XII secolo.
A poco servì, nel Contado di Bormio, un decreto emanato dal
Consiglio di Popolo del 24 ottobre 1573 dove si ordinava ai reggenti di
proclamare che nessuna persona residente o domiciliata nel territorio di
Bormio potesse sposarsi se prima non avesse fatto le pubblicazioni (si
doveva rendere pubblica la volontà di sposarsi per tre domeniche
consecutive prima della cerimonia) nelle chiese ed avesse osservato tutte
le prescrizioni di Santa Madre Chiesa, così come erano stabilite
dal Concilio di Trento. Il vincolo matrimoniale in altro modo non avrebbe
avuto alcun valore e sarebbe stato considerato illegale (7).
Le testimonianze documentali su tale uso si incontrano numerose nei
processi istruiti a Bormio perché o l’uno o l’altro dei due promessi
non onorava il patto coniugale; spesso succedeva per la forte opposizione
della famiglia, ma qualche volta perché c’era un inganno o ripensamento
di una delle parti. Così Bartolomeo di Giovanni di Andrea di Valfurva,
il 16 settembre 1634, sporse denuncia al Tribunale contro tal Jacomo, pecoraio
in Plaghera, che aveva troppa familiarità con la sorella Gasparina.
Egli denunciò di aver dimandato a detta mia sorella che praticha
haveva con questo pecoraro et che guardasse bene quello faceva. Essa mi
rispose <io non ho havuto altra pratica, solo che lui mi ha promisso
di esser mio marito et di volermi sposare et in segno di ciò habiamo
cambiato presenti, lui mi ha datto un ducatone et io li ho datto un fazoletto
et un par di cente ( =lacci) di calze>, et questo seguì il giorno
di Santo Rocho prosimo pasato. L’istesso giorno, havendo io ritrovato il
sudetto Jacomo, presente mia sorella, li dimandai che cosa andava facendo,
che mi pareva havesse tropo famialiarità in casa nostra. Il qual
rispose che non cercava sol che ben et honore. Io li sogionsi che guardasse
bene perché se ben mia sorella haveva fatto un croce (8), che però
non haveressimo conportato ne facesse d’altri et per discoprire l’animo
suo li dissi che il signor curato non la voleva confessare sin tanto che
non sapeva se era maritata o di marito. Esto rispose che per li seguenti
doi giorni non poteva venir giò, ma che il sabbato prossimo voleva
andar in Valchamonica et che la dominica sarebbe venuto a far quel tanto
era obligato. Dopo ho sentito da molti motivare che haveva moglie al suo
paese. Circa la festa di san Bartolomeo lui se partì con le pecore
senza suplir alla promissa né dir altro.
Da questa denuncia sembra evidente che anche per il clero era normale
che il matrimonio potesse avvenire, e fosse considerato valido, anche in
assenza della liturgia che la Chiesa prescriveva: inutile dire che altrimenti
il curato di Valfurva avrebbe ben dovuto sapere se i due giovani erano
sposati oppure no. Il rifiuto del curato a concedere i sacramenti a chi
si era unito o minacciava di unirsi al di fuori della chiesa è da
interpretare verosimilmente come un tentativo di promuovere il matrimonio
secondo le prescrizioni ecclesiastiche (8).
Nel 1615 un matrimonio fu sciolto -e l’atto sembra essere l’antenato
del nostro divorzio- dinnanzi al Consiglio: Johanolin de Vasin Vasinol
di Osteglio si presentò dinnanzi al reggente Nicola Alberti, lasciata
la figlia di Johan detto Sciot di Turripiano in custodia nella casa dello
stesso reggente nella Piazza Maggiore di Bormio, richiedendo di volerli
ritornar li presenti che se erano fatti. Si convocarono immediatamente
il maggior numero di consiglieri, per l’esattezza 11, li quali hanno ordinato
concordevolmente che non volevano saper altro, salvo che alla presentia
del Offitio, cioè del signor podestà et signori officiali,
gli lassano parlare, onde alla presentia del signor podestà, l’illustre
conte (10) et messer Gervas Grosino locotenente et altri consiglieri, si
son abboccati Johanolin de Vasin Vasinol de Osteglio et Gioannina figliola
de Sciott et alla presentia delli soprascritti signori si sono ritornati
in dietro li lor presenti che havevano recevuto de una parte et l’altra.
Et Johanolin disse <pigliate il vostro presente che non me intendo che
siamo legati né de una parte né de l’altra, eccetto
che se la Ragion (il Consiglio Ordinario, detto anche Consiglio Seduto)
volesse sforzarme son patroni, altramente ognuno facia li fatti suoi>.
Et la giovine disse non credeva che havessimo da far questo, ma pacientia.
Et il giovine li ritornò un par de fazoletti alla giovane et la
giovane gli ha ritornato un zechino dicendo le soprascritte parole, dicendo
<non acadeva che voi non fusse venuto se non una volta a casa mia a
ricercarme, ateso che io non era né zoppa né guerza che mio
padre havesse de gratia de butarme dietro a nisun> (11).
Se normalmente era il maschio a recedere dal patto, qualche volta succedeva
che fosse invece la donna: Margherita, figlia di Adamo Rodigari di Trepalle
piantò con grande determinazione Domenico Plizaro di Pedenosso.
Nicola Plizaro, padre di Domenico, denunciò al Tribunale che
suo figlio aveva chiesto in moglie Margherita la quale gli diede la parola
con conditione però se suo padre di lei era contento. I due rispettivi
padri concordarono e accettarono l’unione matrimoniale dei figli e la cosa
avvenne in presenza dell’allora curato di Pedenosso padre Carlo di Bologna,
cappuccino. Il padre di Domenico richiese quindi al Tribunale che il l’unione
coniugale fosse rispettata e che si obbligasse detta giovane a osservare
la sua parola. Chiamata Margherita dinnanzi al precitato frate le fu chiesto
per che causa non vogli osservare la parola di matrimonio datta a Domenico
figliolo di Nicolò Plizaro, rispose che gli promisi a detto Domenico
di prenderlo per marito se mio padre era contento et perché mio
padre non si contentava, io non ho voluto farci altro. Le si spiegò
che il padre aveva acconsentito, ma con grande risolutezza replicò:
<se mio padre si contenta, non mi contento mi ... perché non
lo voglio, né vi è altra causa, sollo che non lo voglio>.
Le fu chiesto se vi fu scambio di doni, rispose che lui mi diede alcuni
danari, et io gli diedi un fazoletto et un golarino, et io gli ho ritornato
li suoi danari dicendo che non volevo che niente fosse. Lui prese li danari
et disse <vorrà così la mia sorte, pacienza> (12).
Qualche giorno dopo, ancora a Pedenosso Giovanni Squarzetto del fu
Giacomo Rini fu interrogato a proposito della sua “promessa” con Domenica
Trameri. Egli depose che l’anno passato la richiesi et lei si scusò
dicendo <adesso non voglio maritarmi, ma se ritornerai questa primavera,
se sarò da maritare, farremo forse qualche cosa>. Questa primavera
son ritornato et havevo buona opinione di pigliarla ancora et essendo il
giorno di sant’Urbano in casa del console (gli anziani d’uomini delle vicinanze
erano anche chiamati consoli. Si tratta dei referenti del Consiglio nelle
contrade del Contado) Giovanni di Quartinello fossimo in queste parole,
ma non seguì altro perché pensavo che lei fosse maritata
con Gioanni di Vitalino perché ho inteso che lui gli pratticava
in casa, siccome in effetto io viddi con lei su la porta una sera poco
doppo l’Ave Maria (13).
Un’altra giovane, Giovannina del fu Cristoforo Rini, lo stesso giorno,
depose dinnanzi al frate che havendomi Thomaso, figliolo di Lorenzo del
Blanco ricercato per moglie, io lo accettai con conditione se li liei fratelli
erano contenti, altrimenti no, et lui mi donò un ducatone, quale
accettai con la detta conditione. Hora perché mia madre et li miei
fratelli non sono contenti, desidero essere sciolta da questa promessa,
e subito consegnò la moneta al frate affinché la restituisse
a Tommaso, il quale, interrogato a sua volta, non diede la stessa versione
dei fatti. Egli disse di aver avuto il consenso dei fratelli et havuto
risposta che la lasciavano fare lei, né gli volevano levare la sua
opinione. Gli dissi <io non voglio pigliare li vostri fratelli per sposi,
ma voi>. Lei disse <bene adonque, sarò vostra se li miei fratelli
sono contenti et se loro mi lasciano fare me, io sono contenta et sarò
vostra>. Precisando che lui non insistette più di tanto per averla
in sposa, ma che fosse lei a corteggiarlo, Tommaso accettò la moneta
che aveva donato come pegno ed l’unione coniugale fu sciolta (14).
La cosa singolare in questi tre ultimi procedimenti è che il
Consiglio delegò il frate a guidare l’istruttoria, lasciando allo
stesso anche la libertà di definire i contenziosi tra i “promessi”:
tale comportamento inusuale è da come una investitura al clero su
di una materia che non si voleva più di competenza del tribunale
laico; nella conduzione degli interrogatori è sotteso un tentativo
del religioso di mettere in evidenza la fragilità del matrimonio
tradizionale anche se non compare mai negli incartamenti alcuna esplicita
esortazione ad unirsi secondo le prescrizioni della Chiesa.
A proposito poi dell’importanza della coniunctio carnalis che sanciva
il patto matrimoniale è certo significativo l’incartamento che riguarda
la vicenda di Florio Buoli di Davos, fante del podestà di Bormio
Peter Battaglia, che scambiò la “promessa” con la sorella dello
stesso podestà, Elisabetta, e si premunì garantendosi l’assistenza
di un testimone nell’eventualità che la sua unione fosse contestata
e quindi compromessa, come infatti avvenne, per qualche ostacolo opposto,
nella fattispecie, dal padre della ragazza.
L’incartamento è assai significativo perché rivela come
l’uso del matrimonio con il solo reciproco consenso di un uomo e di una
donna fosse praticato e riconosciuto anche nelle Tre Leghe.
Florio Buoli presentò al Tribunale una dichiarazione dove diceva
che mentre sono stato qua in Bormio a servire il signor podestà
Battaglia, la signora Elisabet, sua sorella, mi promisse di essere mia
moglie et gli donai un ongaro (moneta d’oro molto in uso nel Seicento),
due anelli d’oro et una centura d’argento. Et perché sono tra me
et suo signor padre nata qualche discordia, ho tolto termine di provare
che io ho havuto a fare con detta giovine carnalmente, stante alla promessa
che mi haveva fatto. Onde prego le vostre signorie molto illustri di essaminare
Angelino Pedretto (16), il quale con propri ochii ha visto, acciò]
possa dette prove produre in Coira ove ho datto sigurtà di presentarle.
Il Consiglio deliberò di interrogare Angelino su cinque punti. Egli
confermò di aver assistito al rapporto carnale tra i due, spiegando
che la cosa avvenne qua in Palazzo (17) nella camera tra la stua e la cusina.
Interrogato. de che tempo. Risponde: alcuni giorni avanti la festa de Santo
Michele, anno 1658. Interrogato: in che modo sia statto introdotto a vedere.
Risponde. Ero sotto le canoniche vicino al Palazzo. Esso Florio venne et
disse che andassi in Plalazzo per un servitio. Era una matina a bonhora
mentre il signor podestà ancora era in letto, m’introdusse della
porta di corte, quale subito entrati serrò. Gionto in cusina alla
porta che va alla camera, mi fece fermare sul uscio, nella quale camera
era detta signora Elisabet, la quale non mi vidde. Lui andò avanti
et la detta giovine era setata sopra un scagno con un libro in mano che
legeva. Lui li parlò. Lei gettò via il libro. Lui li alzò
li panni. Callò le braghe, l’abraciò et ebbe a fare seco.
Interrogato che dicha se realmente vidde che esso Florio havesse havuto
a fare carnalmente con detta signora Elisabeth. Risponde: signori sì,
anzi per segno doppo negotiata la baciò in ambe le guancie et furon
ben d’acordio. I magistrati si cautelarono chiedendo garanzie al Buoli
di pagare le spese per le indagini svolte dal Tribunale nell’eventualità
che Elisabetta non sii sua moglie, ossia che il Tribunale di Coira non
riconoscesse il matrimonio (18).
Il matrimonio così come è stato descritto poteva avere
per la donna risvolti assai dolorosi: poteva succedere infatti che la “promessa”
del maschio non fosse onorata e che l’impegno professato fosse solo un
espediente per giungere al rapporto sessuale infischiandosene delle conseguenze,
scrollandosi cioè l’onere del bimbo che avrebbe potuto nascere,
negando l’impegno al matrimonio o cambiando paese. Tali comportamenti furfanteschi
non erano rari. La ventunenne Appollonia, figliola del tirolese Hierich
Lalaiter de Grinz, assente da sei o sette anni da Turripiano dove aveva
lasciato la moglie Giacomina e un’altra figlia, partorì il 6 settembre
1682 un bimbo; la madre Giacomina Tamagnini denunciò ai magistrati
il parto della figlia, avviando così un’inchiesta onde che non pottendo
li medesimi signori disimulare un simil fatto sì per li complici,
come ancho per la creatura et di pigliare queii rimedii stimaranno convenienti
et adequati alla convenienza e bona giustitia et opportuni a simile fatto.
Innanzitutto ci si informò se il bimbo era stato battezzato e quindi
delle generalità del supposto padre, che si dichiarò essere
certo Giovanni Grinz, servo presso un non ben identificato Baldassarre
di Bormio. Si convocarono il maggior numero di consiglieri che deliberarono
di portarsi il giorno dopo alla casa di habitatione del’antescritta Pollonia
paliolenta per ricevere il di lei constituto e di potterli, in caso di
necessità darli qualche subsidio et agiutto stante la sua povertà.
Alla domanda se sia maritata o no, rispose car signor dottor el m’ha ingannata
ed il riferimento era a quel Gioanni che stava via con il signor Baldessar,
qual ne ha menato via un’altra e haveva promesso di spossarmi e che non
dovessi dubitar. Precisano i consiglieri che con il prometter non si concepisse
miga figlioli, bisogna che sia seguito altro. Risponde sconfortata la giovane
che pur troppo mi ha lasciata così. Le fu chiesto se avesse informato
Giovanni della sua gravidanza, risponde: <signori sì, e così
disse che finiva l’anno a maggio (19) e che alhora mi haverebbe sposata,
così fecero le promissioni secretamente, né mi ho havuto
ardire di dirlo con niuno e poi dicevano che fosse prima quella e che havesse
promesso a due o tre d’altre>. Gli fu assicurata qualche soventione nel
caso non avesse da vivere ed esortata ad aver cura del bambino ci si assicurò
che gli facci del latte sufficientemente. Giovanni dopo che se ne fu andato
da Bormio con una delle tre o quattro donne a cui aveva “promesso” di essere
marito, si rifece vivo dopo che gli morì il bimbo avuto dalla preferita:
tale Gianfrancesco Cisch informò la famiglia di Appollonia che era
passato a casa sua un fratello di quel Gioan Griner, qual andava per castagne,
così disse che la moglie del detto Gioan si era disposta di ricever
il figliolo nato da questa Pollonia perché gli era morto il suo.
L’affido al padre non potè avvenire perché, poco tempo dopo
il parto, morì anche il bimbo nato a Turripiano. Le indagini sulla
relazione tra Appollonia e Giovanni si riaprirono comunque nel maggio dell’anno
seguente: in particolare si indagò su eventuali altre relazioni
della ragazza perché la data del parto non collimava con i giorni
in cui dichiarò di avere avuto rapporti con il giovane (20).
Negli Statuti di Bormio il ratto della donna era contemplato al capitolo
56, De mulieris non conducendis extra Burmium. Si tratta di un atto di
violenza, definito delictum et enormitas, che poteva riguardare sia donne
sposate che nubili sottratte, con la loro complicità, contro la
volontà del marito o di chi ne aveva la patria potestas; la pena,
peraltro lieve, era più un deterrente per la tutela del patrimonio
che non per la persona. Il ratto invece a scopo di libidine o di matrimonio
non era contemplato separatamente, ma rientrava nel capitolo 25, De violentia
mulierum: la pena prevista poteva essere pecuniaria, ma si poteva anche
perdere la vita per decapitazione se alla donna fosse stata usata violenza
carnale (21).
Un caso di ratto senza violenza è documentato in Valfurva nel
1642: Nicola Antonioli querelò Giovanni Mascarona dichiarando che
l’anno pasato cominciò a far l’amore ( =corteggiare) a una mia puta
che a nome Gioanna de età circa de quindeci anni et veniva qualche
volta in casa. Me dimandò essa putta per moglie et io gli diedi
subito la negativa dicendo che la puta non era in essere di maritarsi (22)
et che a lui non gli havarebbe mancato partito altrove. Doppo la negativa
esso cominciò a persuadere a detta figliola che lo pigliasse per
marito et essa, sempre constantemente rispose <la risposta ve l’a già
datta mio padre. Non ve voglio> et perché pareva la gente burlassero
contro et se ne ridessero, esso cominciò ad avantarsi che era sua
moglie, che havevano cambiato presente et anzi che haveva havuto a fare
con lei. Mi vene questo negotio a notitia et ne sentì gran dolore
et pensai venire a denontiare alla Giustitia il negotio, nondimeno feci
resolutione far dire una messa allo Spirito Santo et feci anche oratione
aciò Nostro Signore mi ingiunse ciò havessi a fare. Interogai
la puta, qual rispose che non era vera niuna cosa et che essa né
l’haveva tolto né lo voleva per alcun modo. Gli feci anche parlare
dal signor curato per asicurarmi, et disse essa il medesimo, di modo che
giudicai non essere necessario farle altro resentimento. Hora ho il mio
bestiame in Cavalar, al Pra dei Plaz, et ho lasciato ivi questa putta lo
governasse et havendo di governare del fen gli diedi ordine che lunedì
dopo datto ordine al bestiame dovesse venir a Santo Antonio ad agiutarvi
far con il fieno. Essa obedì, et venendo a basso si abattè
nel soprascritto Gioan, qual sapeva essa doveva venire a basso. Andò
in un loco di Gioan di Fidelat, ove si dice a Selina, et si nascose pros
un larice per aspetarla, non havendo esso in quei contorni cosa alcuna
di fare. Arivata la figliola, qual veniva filando, la chiapò per
una mano et disse <sei qua tu>, essa rispose <son qua, che cosa volete
da me>. Lui rispose <voglio che mi pigli per tuo marito>. Lei rispose
<questo no, più presto morirei mille volte se fosse posssibile>.
Lui l’andò persuadendo con bone parole per ridurla a suoi intenti
et la trattene ivi da terza ( =le nove del mattino) sino doppo mezzogiorno
vicino al vespero et poi cominciò, non havendo con bone parole potuto
venire ai suoi disegni ad usare la forza et violenza et gettandola a terra
voleva negotiarla. Essa fece ogni resistenza et invocava il nome di Dio
et della Madonna in agiuto, pregandolo la lasasse stare. Dio volse che
la moglie di Gioan Ursato che era alla Presuraza, lontana un qualche tiro
di moschetto, haveva il tutto osservato dal principio. Al fine vedendo
che cominciavano a far tombole ( =a rotolare), corse alla volta et lui
vedendola venire si levò et andò via. Nella deposizione di
Giovanna si rileva che Giovanni la intimorì dicendole di non temere
in alcun modo suo padre perché aveva la protezione dei suoi parenti,
che anzi lo esortavano a non essere preso in giro e che gli ordinarono
di prenderla con la violenza.
Giovanni diede un’altra versione dei fatti, disse cioè che l’anno
pasato la figliola di Nicolò del Papa (23) mi promise di esser
mia moglie et gli donai una corona et stette anche una notte in casa sua
... essa disse che dominica de sera haveva promeso a un moratore comasco;
egli insiste nel negare ogni violenza e insolenza e di avere soltanto preteso
un chiarimento per la “promessa” che la ragazza gli fece l’anno prima (24).
La vicenda di Antonia Zenni e Antonio Planalvino ebbe un esito per entrambi
più drammatico: per lei soprattutto perché subì violenza
e per lui perché fu condannato ad una notevole pena pecuniaria nonostante
che la giovane divenisse poi sua moglie. I fatti avvennero a Premadio nel
gennaio del 1680. Antonio ebbe -almeno secondo quanto da lui dichiarato-
la “promessa” dalla figlia del trentino Pietro Zenni, domiciliato alla
Rasiga di Premadio (25), ma, per aver richiesto la lista d’estimo per verificare
lo stato patrimoniale del futuro suocero, si trovò a cozzare con
il risentimento e l’opposizione al matrimonio dello stesso. Siccome le
voci della sua unione con Antonia ormai circolavano per la contrada pensò
di accelerare gli eventi e di superare l’opposizione paterna unendosi carnalmente
con la giovane che, dopo tale gesto, non avrebbe più potuto opporre
alcun rifiuto ad acconsentire di divenire sua moglie.
Egli la strappo dalla strada sul far della sera e la trascinò dentro
una stalla dove la violentò. Il padre denunciò il fatto al
Tribunale che esaminò la ragazza, indagando anche nei particolari
più imbarazzanti per poter decidere, secondo l’accennato capitolo
25 degli Statuti Penali, se il caso rientrasse nella pena capitale per
decapitazione oppure nella pena pecuniaria: in tale capitolo infatti si
statuiva che chiunque avesse usato violenza carnale a una donna sarebbe
stato condannato all’estremo supplizio, oltreché pagare duecento
lire imperiali da prelevare dal suo patrimonio; nel caso in cui vi fosse
solo il tentativo di violenza, alla pena pecuniaria di cento lire, si aggiungeva
l’infamia, ossia l’esclusione da ogni pubblico ufficio. Il Tribunale stabilì
che il reato del Planalbino rientrasse nella seconda possibilità
contemplata dal capitolo 25 e fu punitò con un’ammenda di cento
lire a cui si aggiunsero tutte le spese processuali per un totale di oltre
trecento lire imperiali.
Nelle dichiarazioni di Antonio sin dall’anno prima vi era stato sia
il consenso della ragazza che della famiglia all’unione coniugale e, nel
rapporto carnale che ne era seguito, vi era la totale complicità
della giovane, quindi non era imputabile di alcuna violenza, tanto che
ne seguì la pubblica “promessa”, ovvero il matrimonio tra lo stesso
Planalbino e Antonia Zenni.
Al tempo dei fatti fra i due giovani vi erano circa quattordici anni
di differenza essendo più o meno trentenne l’uno e sedicenne l’altra
(26).
L’istruttoria (27)
1680 in giorno di mercordì li 17 del mese di genaro.
Avanti il molto illustre signor podestà et signori regenti è
comparso il signor Bernardo Pedrini et mastro Gioan Pietro Zenni esponendo
et lamentandosi come segue. E mastro Gioan Pietro ha detto: io signori
do una denontia contro Antonio de Planelvino perché ha levato da
strada una mia figliola et l’ha portata in casa sua et ha volsuto levarli
l’honore e ha fatto tutto quello ha puotuto e la figliola gridava <confessione
che era una misericordia>. Così prego loro signori voler far giustitia,
e rigorosa, perché adesso, adesso le povere giovini non puotranno
andare per li fatti suoi
Interrogato (28) dove l’habbi portata?
R. dentro per le stalle
I. come sappi questo
R. sarà statto un hora di notte (le sette di sera). Mia moglie
la mandò in un servitio su da Gioan Pietro de Gasper et io era su
del signor curato. Andai a casa et di già la mia patrona l’haveva
mandata a cercare e ritornando essa serva senza la figliola andai anch’io
a cercarla e mi incontrai che giusto veniva fuori di quelli usci, che si
sentò giù et diceva <hoimé mi! oimé mi!
povereta mi!> et era come persa. Io gli diedi un mostaccione et dissi <che
fai tu qui?> rispose <o Dio, Antonio il sordo ha fatto tutto il suo
puoter per sforzarmi>. Era tutta stremita e come morta. Io di subito gridai
su a costui che venisse fuori che mi haveva tradito la mia figliola come
un morder (assassino), ma non si lasciò vedere. Menai poi la figliola
a casa et la figliola haveva la testa infiata et un brazo e la mia moglie
prese di ciò tanta malinconia che fu necessità di chiamare
il signor curato aciò la consolasse et esso vidde il tutto
I. dove sia detta sua figliola et come habbi nome?
R. Antonia et è di fuori che essa medesima dirà il tutto
I. come habbi racontato la figliola che il caso sia?
R. la figliola veniva a casa et esso era ivi preparato et già
haveva aperto l’uscio. La pigliò per un brazio e per le mani et
la teniva salda. S’imbaté ancho il figliolo d’Antonio Romano per
nome Zen et costui gli disse <va per li fatti tuoi> et la puta disse
<no, sta pur qui>. Esso la seconda volta gli disse che andasse via,
così il putto partì. Alhora la prese su in brazo e la portò
dentro, che haveva bel fare essendo una poara putta solo d’età di
anni 16 in circa et fu dominicha di sera
Et ei dicto che la parte vorà dia sigurtà per mantenere
quanto depone
R. se la cosa è fuori per tutto Permai (Premadio), che ogniuno
il sa
Addens. Quando io l’ho ritrovata s’imbaté ancho la Zopeta del
Christelato e così ancho essa dirà. E così mentre
do solo denontia non penso esser obligato a veruna sigurtà, sebene
l’è pur troppo vera
Et ei dicto che la sigurtà è necessaria darla, massime
se pretende ligar la parte, se dubita sia per offenderlo. Ha constituito
in forma tanto per mantenere quanto ha detto, come per pace et tregua aciò
sia sicuro della sua vitta il antescritto Bernardo Pedrini, al quale gli
fu stipulata la promessa della relevatione, la quale è statta accetata
dalli signori regenti in absenza del canovaro.
Eodem die coram ut ante, comparuit antescripta Antonia que fuit interogata
ut sequitur.
I. perché compari qui avanti li signori del Offitio et sia venuta
fuori di Permai?
R. perché ho lamenta verso quel Antonio del fereir de Planelvino,
che andavo per la mia strada et esso mi ha tolta su de peso e mi ha portato
in una stalla
I. come l’habbi incontrato et perché l’habbi portato dentro
R. io veniva giu per la strada et m’incontrai in costui, il qual era
in compagnia di Gervas del Olio. Mi prese per un brazo et incominciò
a dirmi se la gente haveva menato abastanza la liengua, che quella sera
voleva saper, su o giu, se io l’ho voleva pigliare e mi voleva dar dinari.
Io gli risposi che non voleva saper altro, che tenisse li suoi denari e
mi lasciasse andar per li fatti miei che altrimenti haverei chiamato mio
padre che era su dal prete. Tra tanto Gervas si pigliò via e si
imbaté ancho Giacom figliol d’Antonio Romano, al qual diede comiato
due o tre volte. Così partì anch’esso. Alhora mi pigliò
su e mi portò via.
I. se l’invitò ad andar in quella stalla?
R. disse che andassi con lui. Io gli dissi di no, chi gli haveva insegnato
il procedere? Esso alhora mi prese su et io incominciai a gridare et a
gridare, ma mai nesuno sentì
I. se era lontana questa stalla et se portandola tocava in terra con
li piedi?
R. la stalla è in casa sua di dentro d’una corte e mi portava
de peso
I. se in quella stalla vi era alcuno?
R. negative
I. se era chiara o scura?
R. lume non vi era, ma una finestra rendeva dentro chiaro
I. se fu del giorno o di notte?
R. di notte
I. che hora sarà statta?
R. un gran pezo dietro l’Ave Maria
I. che adonque dicha che cosa havesse fatto questo Antonio, portata
che l’hebbe in quella stalla. Ma che dicha giusto la verità, senza
acrescere né sminuire cosa che sia oltre il vero
R. mi gittò a terra e procurò di levarmi l’honore, ma
però non puoté arivare alli suoi desegni per quello che so,
se bene la gente l’ho dicha per bocha di lui
I. che dicha come fece et raconti giusto il fatto
R. doppo che fui a terra mi alzò su li pagni e mi tochò
con quel altro resto de mezo alle gambe, che mi fece tanto dolore che credevo
morire, che però gridavo confessione
I. al gridare sopragionse gente o no?
R. niuno mai corse perché di tanto in tanto mi stopava via il
fiato. Dissi che volevo dirlo al signor curato. Disse che pocho si curava,
che sarebbe venuto su ancor lui
I. quanto tempo è durato?
R. miga un hora. Nel far queste tiratelle mi strapò via un facoletto
che restò lì et ancor lui stragotava tutto per il sudore
I. doppo che dice, che questo negotio è durato tanto tempo,
che dicha se sia statta bagnata’
R. negative
I. se gli sia uscito sangue
R. negative, perché non ha potuto arivar dentro, se ben ha fatto
tutto quello che ha puotuto
i. se gli habbi usato qualche altra insolenza
R. negative, neanche baciarmi perché mi parava
I. come si sia districata delli fatti suoi?
R.levò su per metter su una velada (sorta di mantello) e tra
tanto scapai fuori d’un uscio, il qual haveva serato, e volendo andar fuori
del altro, mai puotei aprir. Così venne esso e mi aprì et
io, subito che fui di fuori, mi sentai giu, che non puoteva più,
che havevo dolor di stomacho e di testa e mi tremavan le gambe come una
foglia, un pocho per il stremizio e un pocho per il dolore delli galoni
che non puoteva star su miga et questo brazo credeva che m’havesse scavezo
I. perché dica come pensava che fusse scavezata un brazo
R. fu nel tiratelle e mi è venuto tutta la mano enfiata che
non l’ha potevo alzar miga, così s’imbatei poi la Zopeta del Christelatoche
disse che la haveva sentita che braiava. Doppo venne mio padre et la fantescha
che mi menorno a casa, ma mi diede tre o quatro scopoloni e poi cridò
dentro, ma costui mai si lasciò vedere
Addens: doppo fusimo a casa esso venne dietro con uno che era a cavallo
ad un caval biancho e poi ritornò indietro e mio padre era andato
su nel tabiat che voleva saltar fuori e farlo freit, ma mia madre inpedì
I. che dica che cosa diceva esso et che cosa discoreva quando era in
stalla
R. diceva che quel fusse la causa perché non l’ho voleva, che
voleva ben far in maniera che non lo si puotesse più ritirar in
dietro
I. se tutte le sudette cose che ha detto le giurarebbe, bisognando
R. affirmative
I. se ha detto agiongendo qualche cosa o no
R. signori no
I. se è certa di non fargli torto con le sudette cose, che però
dica con ogni sincerità il vero, che pare difficile il creder che
essendo essa fiachetta et debole et essendo statta ivi qualche tempo non
sia entrato etc.
R. entrato è un tantino, ma non ha puotuto più oltre
perché mi sono remenata tanto
Addens: quando mi lasciò andare disse che haveva questo afronto
per le mie germane, perché esse havevano menato tanto la lengua
di lui
I. se gli ha promesso di pigliarlo, se ha ricevuto qualche donationi,
se gli ha fatto l’amore o se altre volte l’ha afrontata
R. né gli ho promesso, né ho ricevuto cosa alcuna, benché
esso me ne habbi volsuto dare, ma al amore mi faceva da Santo Gioannni
in qua et una volta mi chiapò su in un prato e voleva che li prometesi
et io gli risposi che quello voleva mio padre, volevo anch’io. Né
altro gli dissi, ma alhora non mi usò alcun afronto
Et ei dicto che averti a non andar di notte che molte volte succedono
mali, che però dicha dove andava
R. andai su con crusche da quella Maria di Gioan Pietro e son andata
più volte intorno, ma niuno mi ha mai fatto uno simile afronto.
Eodem die coram ut ante e nuovamente comparso l’antescritto mastro Pietro
esponendo come l’habbi sospetto non solo d’esso, ma ancho della sua parentela,
come del fratello di quelli del Olio, di quel Augustin, il qual è
sempre insieme e di quelli di Notto, che sono gente che hanno pocho timor
di Dio et hanno pocho di perdere, et io sto in una casa separata, che so
io, puotrebbero far del male, massime che quel Augustino et il Zop di Notto
quella notte furno sempre insieme et andavano cridando per la contrada.
Però do sigurtà ancho contro questi e presento l’antescritto
signor Bernardo Pedrini, il qual si constituì in forma e gli fu
stipulata la promessa della rilevatione.
Nel medesimo instante si procurò radunanza di Provisione del
Consiglio (si radunò il maggior numero di consiglieri appartenenti
al Consiglio Ordinario), alla quale intervennero il molto illustre signor
podestà, li signori regenti ambi, l’eccellentissimo dottor Francesco
Fogliani e ancora il dottor Settomino, signorr Nicolò de Calderarii,
signor Giacomo Pigo, ser Steffano Anzi, ser Gabriel Confortola, io cancelliere
de Calderarii et il canevaro maggiore Gratiola, ove fu deliberato d’andarsene
subito a Premadio per mettere in custodia il predetto Antonio di Planelvino,
al cui fine partirono tutti (eccettuato l’eccellentissimo signor dottor
Fogliano) a Premadio con il fante Stiner et il servitore publico Lorenzo
Pedretti, ma non lo ritrovorno, benché ricercato et in casa propria
et in molte altre dove si puoteva congietturare che facilmente vi fosse,
indi s’inviorno verso Bormio. Ma poi eadem nocte circa horam sextam se
ne ritornorno in dietro quasi alle prime case di Premadio li sudetti signori
per improvisamente farne nove diligenze, ma havendosi sentito replicato
gagliardo ziffolo dalla casa di quelli dell’Aquavita col supposto che puotesse
stato instituito per dar aviso al delinquente di nascondersi, fu intimata
pena di cinque scudi per il servitore Pedretto a Gervasio de Planelvino
(29) che dimani comparesse in Palazzo.
La memoria scritta presentata al Tribunale da Antonio Planelvino (30)
Molt’illustre signori podestà, regenti et Consiglio
La depositione, o constituto sostantiale di me Antonio Planalvino consiste
in haver io da qualche tempo in qua portato affetto alla figliola maggiore
di mastro Pedro Zenni, habitante in Premai, sopra la corrispondenza o inuito
fattomi da essa havendogli una volta parlato alli Bagni, et doppo discorse
essa con Anna, figliola di Giacom Mariol. Le disse che quando gli havesse
fatto l’amore, essa volentieri m’haverebbe preso per marito, in ordine
al che alcune volte essa è statta dentro sopra la fusina dove lavoro
e mi getava qualche sassarelli giù nella fosina per scherzo et io
sono statto anco alcune volte in casa sua, ove son statto accolto da lei
con corrispondenza e doppo di che io medemo la ricercai per sposa a suo
padre e mi rispose che quando havesse dovuto far amicitia, che più
tosto l’haverebbe fatta meco che con altri, però ne haverebbe discorso
con sua moglie in casa.
Dominica, fu li 14 del mese passato, doppo esser statto a bevere dalla
Scotina, tra giorno e notte, venivo dalla medema per andare da Agustino,
genero di mio barba Loli, ove erano venute genti di Valtellina per vender
vino a somma, et in cima al Rizolo sotto la chiesa di sant Christofforo
mi incontrai in questa figliola. Essa si mise a ridere e si dassimo la
bona sera. Doppo, pigliata per una mano, venissimo sino alla cantonata
della casa di Antonio snaider, sotto il detto Rizol. Ivi stassimo discorrendo
qualche tempo et tra tanto passò di là Antonio, figliolo
di Mengot, che ne vidde, et anco venne ivi Giacomo, figliolo d’Antonio
de Zen, ma perché scoltava quello discorrevamo, essendo sordo et
essa parlava forte, lo licentiassimo et doppo, a mano, gli dissi dovessimo
andar in casa perché essa mi diceva che suo padre haveva havuto
a male che io fossi andato a ricercare la lista dell’estimo datta da lui
per vedere quanti debiti haveva, che perciò non m’haveva datta risposta.
Et così discorrendo andassimo, come ho detto a mano a mano, in casa
mia volontariamente tutti doi, ove discoressimo e restassimo credo per
il spatio d’un hora. Mentre eramo ivi venne giù per la scala con
la lume, credo fosse mia madre et una sorella che andarono in caneva. Noi
eramo ivi et tacessimo tutti doi, l’uno apresso l’altro. Fussimo un pezzo
in corte et qualche poco in -Salvo Honore- stalla, ove sentassimo tutti
doi nelle mezane delle pegore et doppo qualche tempo venissimo fuori della
porta et essa disse <o povera mi, se mio padre lo sa, che io sia statta
qui, mi maza>. Nel medemo instante, che essa così diceva, capitò
ivi detto suo padre e credo li desse un mostazone e poi disse <passa
a casa>. Altro non seguì di male, né si usò forza
alcuna come essa medesima, et so per nostro giuramento, altrimenti non
posiamo dire et se suo padre non fosse ivi capitato con la serva, li havevo
detto che lo volevo accompagnar fuori e fare la scusa perché si
fossimo tratenuti ivi per sincerarsi, et quando a loro signori molto illustri
sii statto rapresentato diversamente, non è se non come ho detto
e li prego compatir per la nostra gioventù et credere che non ho
ricercato, né ricerco da lei se non le cose con honore che, a Dio
piacendo, seguiranno, essendosi hora fatte le promesse in forma et publiche
(il pranzo nuziale con amici e parenti) che prima furono private.
La sentenza (31)
1680. Die mercurii 17 mensis aprilis.
Congregato il Magnifico Consiglio nella stua solita del Palazzo, fu
ordinato come segue:
E prima, essendo letto il longo processo formato per la causa criminale
d’Antonio quondam mastro Gottardo Planalbino di Premai per haver volsuto
tentare di riconoscere carnalmente Antonia, figliola di mastro Petro Zenni,
habitante a Premai sudetto, come al processo più diffusamente appare.
Item lette le diffese et ragioni al longo et al vivo addotte in scriptis
et anco in voce in diverse sessioni dall’eccellentissimo signor dottor
Gioan Battista Casulario a favore del detto Antonio et ultimo il capitolo
di Statuto no 25 in criminalibus “De violentia mulierum” et constituito
il detto Antonio in Palazzo et nelle forze della Giustitia, doppo longo
discorso et doppo fatte le dovute considerationi etc., invocato il Nome
Santissimo d’Iddio del quale procede ogni più giusto et retto giudicio,
fu per partito dichiarato et ordinato, sententiando etc. che detto Antonio
sia condannato et punito in lire 100, dico lire cento imperiali, non già
nella pena dell’infamia per le raggioni et cause note al Magnifico Consiglio,
sì anco per essersi congionti in matrimonio, liberandolo dalla presentatione
et constitutione del Palazzo, mettendolo in libertà et condannandolo
inoltre nelle spese dell’audienza del Magnifico Consiglio tassata a raggione
di lire 10 per cadauno de signori di Consiglio, per consigli numero cinque
prestati in detta causa, compresa l’andata alla piazza per la chiamata,
come de tutte le seguenti spese ... (32).
NOTE
(1) Un altro incartamento per tale reato è conservato
nella serie Quaterni inquisitionum nell’Archivio Comunale di Bormio (di
seguito ACB), nella sorte estiva, alla data 16 luglio 1642.
(2) A rigore il capitolo 57 degli Statuti Penali stabiliva
che l’autorizzazione di chi aveva la patria potestas era indispensabile
solo per i giovani che non avevano ancora compiuto il quindicesimo anno
d’età.
(3) G. LONGA, Usi e costumi del Bormiese,1912, Bormio
1998 (ristampa).
(4) Nel Bormiese, per quel che riguarda l’unione coniugale
alla fine del Seicento, la situzione era sostanzialmente la stessa di quella
pretridentina studiata da S. MONTI, “Matrimoni clandestini”nella
diocesi di Como in epoca pretridentina, in: Archivio storico della diocesi
di Como, Vol. 9, Como 1988.
(5) E. CANTARELLA, La vita delle donne, in: Storia di
Roma, Torino 1999, p.867 e sgg.
(6) S. MONTI. Op. cit., p. 194.
(7) ACB, Quaterni consiliorum, sorte invernale 1573-1574.
(8) Si vuol dire che la giovane ebbe già un figlio
qualche anno prima.
(9) ACB, Quaterni consiliorum, sorte invernale 1573 –
1574.
(10) ACB, Quaterni inquisitionum, sorte estiva 1634.
Nelle trascrizioni che seguono si è modificata la punteggiatura
secondo criteri moderni per una più agevole lettura.
(11) Si tratta del precitato Nicola Alberti conte di
Colico.
(12) ACB, Quaterni inquisitionum, sorte primaverile 1615,
maggio 18.
(13) Ibidem, fascicolo da 9 giugno 1637, giugno 9.
(14) ACB, Quaterni inquisitionum, fascicolo da 9 giugno
1637, giugno 16.
(15) Ibidem.
(16) Angelino Pedretto era fante del Comune.
(17) Si tratta del luogo dove si istruivano i processi,
dove si riuniva il Consiglio Ordinario e dove risiedeva il podestà.
Ora è sede della Comunità Montana.
(18) ACB, Quaterni inquisitionum, sorte estiva 1659.
(19) S’intende che finiva l’anno al servizio del signor
Baldassarre.
(20) ACB, Quaterni inquisitionum, sorte estiva 1682.
(21) L. MARTINELLI, S. ROVARIS, Statuti, ossia leggi
municipali del Comune di Bormio civili e penali, Sondrio 1984.
(22) E’ da ricordare che la ragazza, non ancora quindicenne,
non poteva decidere autonomamente del proprio matrimonio. Vedi nota 2.
(23) Soprannome di Nicola Antonioli.
(24) Vedi nota 1.
(25) Il toponimo non è più nella memoria
ma verosimilmente la località chiamata in quel modo si trovava appena
dopo il ponte andando verso Bormio.
(26) Archivio Parrocchiale Premadio, Liber mortuorum.
Antonio Planelvino morì l’11 aprile 1690 all’età di circa
quarant’anni; un mese prima l’11 marzo dello stesso anno si registra il
decesso, all’età di 55 anni, del suocero Pietro Zenni. Di Antonia
non è registrato alcunché perché gli atti di nascita
e di morte sono registrati soltanto a partire dal 1690, quindi morì
giovanissima anteriormente a quella data.
(27) ACB, Quaterni inquisitionum, fascicolo da 1680 gennaio
17.
(28) Di seguito I. =Interrogato - R. =Risponde.
(29) Allegato al processo alla nota 26.
(30) Era fratello di Antonio e fu processato per il fischio
d’avvertimento.
(31) Ibidem, Quaterni consiliorum,sorte invernale 1679-80,
1680 aprile 17.
(32) Si omette il lungo elenco di spese. |