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Ratto di una fanciulla a scopo di matrimonio con qualche nota sul vincolo coniugale nel XVII secolo

di ILARIO SILVESTRI
 

Nell’Archivio Comunale di Bormio, nella serie dei “Quaterni inquisitionum”, si conserva un incartartamento di grande interesse per la storia degli usi matrimoniali: si tratta di una querela per il ratto di una giovane a scopo di matrimonio avvenuto a Premadio nel 1680. Nel ragguardevole fondo dove si conservano gli incartamenti giudiziari del Contado di Bormio ho incontrato pochissimi procedimenti per tale reato  (1). 
Nella ricostruzione da parte dei magistrati della violenza subita da Antonia Zenni ad opera di Antonio Planalbino si intravedono sopravvivenze di usi assai risalenti nel tempo, come la soggezione della donna alla patria potestas (2) e il ratto come rimedio, anche se illecito, all’insuperabile opposizione della famiglia al matrimonio.

Scrive Glicerio Longa nel suo studio di etnografia formina (3) “che presso gli Indoeuropei primitivi la moglie si acquistava per compera o per ratto, la prima sembra fosse la forma normale del matrimonio, la seconda forma abusiva, ma non infrequente. Dell’una e dell’altra usanza serbarono memoria alcune cerimonie del matrimonio romano; tra le quali non mancava mai la simulazione d’un ratto, mentre la finzione di vendita della sposa allo sposo era la speciale caratteristica di una delle forme solenni delle nozze. 
Orbene, non è senza interesse e sorpresa il rilevare come la simulazione del ratto e la finzione della vendita della sposa abbiano lasciato qualche traccia recente anche tra i monti del bormiese, eccetto nel capoluogo.
In Valdisotto, in ispecial modo, oltre che a nascondere la sposa, s’usava, e spesso s’usa ancora, tenere delle lunghe dispute tra i parenti dello sposo, fuori sulla soglia di casa, e quelli della sposa, dentro rinchiusa.” 
Nelle cerimonie nuziali, come rilevato dal Longa all’inizio del secolo scorso, il ratto simbolico della sposa è sopravvissuto fino a qualche decennio fa, ancora fortemente sentito e radicato soprattutto nelle vallate che circondano Bormio.

Il ratto come primitiva forma di possesso della donna è peraltro ben conosciuto nella storia di Roma: Romolo infatti, dopo aver consolidato l’egemonia sulle tribù del Lazio, risolse il problema di dare un futuro alla sua stirpe rapendo le giovani fanciulle dei vicini Sabini. 
Non mancano racconti mitotologici dove fanciulle non sempre riluttanti vengono rapite da dei invaghiti. Orizia, per esempio, fu rapita da Borea, il Vento del Nord, con la madre Prassitea e violentata dal dio avvolto in un mantello di nubi. 
Proserpina, figlia della dea delle messi Cerere, mentre raccoglieva fiori in un prato, infiammò Plutone e fu da lui trascinata negli Inferi divenendo sua sposa. 
I Dioscuri, ossia i gemelli Castore e Polluce nati dall’uovo di Leda che si era unita a Giove in forma di cigno, rapirono le due figlie di Leucippo, Feda e Ilaira, già promesse ai loro cugini Ida e Linceo e generarono con loro dei figli. Un’altra figlia di Leda e Giove, Elena, fu invece rapita dal principe troiano Paride che la portò con se a Troia sottraendola al legittimo marito Menelao; nel tentativo di riportare la donna alla sua terra e alla sua casa, i Greci diedero inizio alla guerra di Troia. 
La leggiadra figlia del re Agenore, Europa, accese d’amore il re degli dei, Giove, che, tramutatosi in un candido toro con due piccole corna simili a gemme, adescò la fanciulla con la sua mitezza e, dopo che essa gli inghirlandò le corna e gli pose dei fiori in bocca, gli saltò in groppa e si lasciò condurre alla riva del mare; all’improvviso il toro si lanciò nelle onde e portò a nuoto la giovane sgomenta fino a una spiaggia di Creta dove fu violentata dal dio, trasformatosi in aquila, in un boschetto di salici accanto a una fonte. 
Nella mitologia ebraica, si narra che la figlia di Giacobbe e Lia, Dina, fu rapita e violata da Sichem, principe del luogo dove Giacobbe si era accampato. Il giovane la chiese poi in sposa, e la trattativa tra i padri dei due si concluse positivamente fondando un’alleanza matrimoniale tra il popolo ebraico e quello di Sichem; essa fu rotta da Simone e Levi, fratelli di Dina, che uccisero tutti i maschi del paese di Sichem, saccheggiando e razziando i loro greggi e le loro ricchezze. Alla preoccupazione di Giacobbe per le conseguenze di quel gesto, risposero i due fratelli che la loro sorella non poteva essere trattata come una prostituta. 

La persistenza del ratto, anche se solo simbolico, nelle cerimonie nuziali e la sua rappresentazione in tanti miti rende lecito supporre che nel più profondo inconscio del maschio la sopraffazione fisica della donna e l’impadronirsi di essa violentemente siano un retaggio che i nostri lontani progenitori hanno profondamente fissato nella nostra psiche. Tale avito patrimonio comportamentale, in condizioni di grande tensione interiore, può riaffiorare e Antonio Planalbino ne fu probabilmente sopraffatto quando fu respinto dalla ragazza che, secondo le sue dichiarazioni, si era congiunta con lui.

Prima di raccontare i fatti e darne la trascrizione è bene premettere che il legame coniugale, ancora alla fine del XVII secolo, si consumava ed era a tutti gli effetti valido quando c’era il semplice consenso dell’uomo e della donna: il matrimonio religioso, o la presenza di testimoni, almeno nei ceti popolari, non era per nulla radicato e comunque non aggiungeva alcunché al legame (4). Il matrimonio avveniva quando un uomo e una donna decidevano di stare insieme. Si tratta di una forma di unione coniugale non dissimile dal matrimonio romano definito sine manu,  (in manu era il matrimonio che dava al marito la stessa potestà che il padre avava sui figli) che i Latini adottarono quando caddero in disuso la confarreatio, la più antica forma di unione coniugale nella società romana (cosidetta perché gli sposi dividevano una focaccia di farro, simbolo della futura unione), e la coemptio, ossia l’acquisto della donna, oppure l’unione derivante dall’usus, una sorta di usucapione che il marito acquisiva dopo un anno di convivenza. Il matrimonio sine manu era un contratto privato tra un uomo e una donna che si univano coniugalemente ed era valido quando essi avevano l’età e tutti i requisiti per contrarlo e si univano con l’intenzione di essere marito e moglie, indipendentemente dalle cerimonie che pubblicizzavano l’avvenuta unione matrimoniale. L’unione comunque poteva avvenire soltanto quando, oltre il parere degli sposi, vi era anche il consenso dei rispettivi pater familias (5). 
Una condizione che sanciva indissolubilmente il matrimonio dopo che gli sposi avevano espresso il reciproco consenso all’unione era la copula carnalis, considerata un perfezionamento e completamento alle parole che, nel momento in cui venivano espresse, già sancivano il vincolo coniugale (6). In sostanza -per concludere questa sintetica e certo non esaustiva premessa sull’istituzione matrimoniale così come era vissuta nel XVII secolo- l’unione coniugale fra due persone era una questione privata che avveniva col semplice reciproco consenso e, soprattutto per la donna, con il consenso del padre. Le istituzioni ecclesiastiche erano del tutto estranee all’unione coniugale ed avevano, ancora nello scorcio del Seicento, non poche difficoltà ad imporre l’unione delle coppie secondo la dottrina elaborata dalla Chiesa nel XII secolo. 
A poco servì, nel Contado di Bormio, un decreto emanato dal Consiglio di Popolo del 24 ottobre 1573 dove si ordinava ai reggenti di proclamare che nessuna persona residente o domiciliata nel territorio di Bormio potesse sposarsi se prima non avesse fatto le pubblicazioni (si doveva rendere pubblica la volontà di sposarsi per tre domeniche consecutive prima della cerimonia) nelle chiese ed avesse osservato tutte le prescrizioni di Santa Madre Chiesa, così come erano stabilite dal Concilio di Trento. Il vincolo matrimoniale in altro modo non avrebbe avuto alcun valore e sarebbe stato considerato illegale (7).

Le testimonianze documentali su tale uso si incontrano numerose nei processi istruiti a Bormio perché o l’uno o l’altro dei due promessi non onorava il patto coniugale; spesso succedeva per la forte opposizione della famiglia, ma qualche volta perché c’era un inganno o ripensamento di una delle parti. Così Bartolomeo di Giovanni di Andrea di Valfurva, il 16 settembre 1634, sporse denuncia al Tribunale contro tal Jacomo, pecoraio in Plaghera, che aveva troppa familiarità con la sorella Gasparina. Egli denunciò di aver dimandato a detta mia sorella che praticha haveva con questo pecoraro et che guardasse bene quello faceva. Essa mi rispose <io non ho havuto altra pratica, solo che lui mi ha promisso di esser mio marito et di volermi sposare et in segno di ciò habiamo cambiato presenti, lui mi ha datto un ducatone et io li ho datto un fazoletto et un par di cente ( =lacci) di calze>, et questo seguì il giorno di Santo Rocho prosimo pasato. L’istesso giorno, havendo io ritrovato il sudetto Jacomo, presente mia sorella, li dimandai che cosa andava facendo, che mi pareva havesse tropo famialiarità in casa nostra. Il qual rispose che non cercava sol che ben et honore. Io li sogionsi che guardasse bene perché se ben mia sorella haveva fatto un croce (8), che però non haveressimo conportato ne facesse d’altri et per discoprire l’animo suo li dissi che il signor curato non la voleva confessare sin tanto che non sapeva se era maritata o di marito. Esto rispose che per li seguenti doi giorni non poteva venir giò, ma che il sabbato prossimo voleva andar in Valchamonica et che la dominica sarebbe venuto a far quel tanto era obligato. Dopo ho sentito da molti motivare che haveva moglie al suo paese. Circa la festa di san Bartolomeo lui se partì con le pecore senza suplir alla promissa né dir altro. 
Da questa denuncia sembra evidente che anche per il clero era normale che il matrimonio potesse avvenire, e fosse considerato valido, anche in assenza della liturgia che la Chiesa prescriveva: inutile dire che altrimenti il curato di Valfurva avrebbe ben dovuto sapere se i due giovani erano sposati oppure no. Il rifiuto del curato a concedere i sacramenti a chi si era unito o minacciava di unirsi al di fuori della chiesa è da interpretare verosimilmente come un tentativo di promuovere il matrimonio secondo le prescrizioni ecclesiastiche (8). 
Nel 1615 un matrimonio fu sciolto -e l’atto sembra essere l’antenato del nostro divorzio- dinnanzi al Consiglio: Johanolin de Vasin Vasinol di Osteglio si presentò dinnanzi al reggente Nicola Alberti, lasciata la figlia di Johan detto Sciot di Turripiano in custodia nella casa dello stesso reggente nella Piazza Maggiore di Bormio, richiedendo di volerli ritornar li presenti che se erano fatti. Si convocarono immediatamente il maggior numero di consiglieri, per l’esattezza 11, li quali hanno ordinato concordevolmente che non volevano saper altro, salvo che alla presentia del Offitio, cioè del signor podestà et signori officiali, gli lassano parlare, onde alla presentia del signor podestà, l’illustre conte (10) et messer Gervas Grosino locotenente et altri consiglieri, si son abboccati Johanolin de Vasin Vasinol de Osteglio et Gioannina figliola de Sciott et alla presentia delli soprascritti signori si sono ritornati in dietro li lor presenti che havevano recevuto de una parte et l’altra. Et Johanolin disse <pigliate il vostro presente che non me intendo che siamo legati né  de una parte né de l’altra, eccetto che se la Ragion (il Consiglio Ordinario, detto anche Consiglio Seduto) volesse sforzarme son patroni, altramente ognuno facia li fatti suoi>. Et la giovine disse non credeva che havessimo da far questo, ma pacientia. Et il giovine li ritornò un par de fazoletti alla giovane et la giovane gli ha ritornato un zechino dicendo le soprascritte parole, dicendo <non acadeva che voi non fusse venuto se non una volta a casa mia a ricercarme, ateso che io non era né zoppa né guerza che mio padre havesse de gratia de butarme dietro a nisun> (11). 
Se normalmente era il maschio a recedere dal patto, qualche volta succedeva che fosse invece la donna: Margherita, figlia di Adamo Rodigari di Trepalle piantò con grande determinazione Domenico Plizaro di Pedenosso. Nicola Plizaro, padre di Domenico, denunciò  al Tribunale che suo figlio aveva chiesto in moglie Margherita la quale gli diede la parola con conditione però se suo padre di lei era contento. I due rispettivi padri concordarono e accettarono l’unione matrimoniale dei figli e la cosa avvenne in presenza dell’allora curato di Pedenosso padre Carlo di Bologna, cappuccino. Il padre di Domenico richiese quindi al Tribunale che il l’unione coniugale fosse rispettata e che si obbligasse detta giovane a osservare la sua parola. Chiamata Margherita dinnanzi al precitato frate le fu chiesto per che causa non vogli osservare la parola di matrimonio datta a Domenico figliolo di Nicolò Plizaro, rispose che gli promisi a detto Domenico di prenderlo per marito se mio padre era contento et perché mio padre non si contentava, io non ho voluto farci altro. Le si spiegò che il padre aveva acconsentito, ma con grande risolutezza replicò: <se mio padre si contenta, non mi contento mi ... perché non lo voglio, né vi è altra causa, sollo che non lo voglio>. Le fu chiesto se vi fu scambio di doni, rispose che lui mi diede alcuni danari, et io gli diedi un fazoletto et un golarino, et io gli ho ritornato li suoi danari dicendo che non volevo che niente fosse. Lui prese li danari et disse <vorrà così la mia sorte, pacienza> (12).
Qualche giorno dopo, ancora a Pedenosso Giovanni Squarzetto del fu Giacomo Rini fu interrogato a proposito della sua “promessa” con Domenica Trameri. Egli depose che l’anno passato la richiesi et lei si scusò dicendo <adesso non voglio maritarmi, ma se ritornerai questa primavera, se sarò da maritare, farremo forse qualche cosa>. Questa primavera son ritornato et havevo buona opinione di pigliarla ancora et essendo il giorno di sant’Urbano in casa del console (gli anziani d’uomini delle vicinanze erano anche chiamati consoli. Si tratta dei referenti del Consiglio nelle contrade del Contado) Giovanni di Quartinello fossimo in queste parole, ma non seguì altro perché pensavo che lei fosse maritata con Gioanni di Vitalino perché ho inteso che lui gli pratticava in casa, siccome in effetto io viddi con lei su la porta una sera poco doppo l’Ave Maria (13). 
Un’altra giovane, Giovannina del fu Cristoforo Rini, lo stesso giorno, depose dinnanzi al frate che havendomi Thomaso, figliolo di Lorenzo del Blanco ricercato per moglie, io lo accettai con conditione se li liei fratelli erano contenti, altrimenti no, et lui mi donò un ducatone, quale accettai con la detta conditione. Hora perché mia madre et li miei fratelli non sono contenti, desidero essere sciolta da questa promessa, e subito consegnò la moneta al frate affinché la restituisse a Tommaso, il quale, interrogato a sua volta, non diede la stessa versione dei fatti. Egli disse di aver avuto il consenso dei fratelli  et havuto risposta che la lasciavano fare lei, né gli volevano levare la sua opinione. Gli dissi <io non voglio pigliare li vostri fratelli per sposi, ma voi>. Lei disse <bene adonque, sarò vostra se li miei fratelli sono contenti et se loro mi lasciano fare me, io sono contenta et sarò vostra>. Precisando che lui non insistette più di tanto per averla in sposa, ma che fosse lei a corteggiarlo, Tommaso accettò la moneta che aveva donato come pegno ed l’unione coniugale fu sciolta (14).
La cosa singolare in questi tre ultimi procedimenti è che il Consiglio delegò il frate a guidare l’istruttoria, lasciando allo stesso anche la libertà di definire i contenziosi tra i “promessi”: tale comportamento inusuale è da come una investitura al clero su di una materia che non si voleva più di competenza del tribunale laico; nella conduzione degli interrogatori è sotteso un tentativo del religioso di mettere in evidenza la fragilità del matrimonio tradizionale anche se non compare mai negli incartamenti alcuna esplicita esortazione ad unirsi secondo le prescrizioni della Chiesa. 

A proposito poi dell’importanza della coniunctio carnalis che sanciva il patto matrimoniale è certo significativo l’incartamento che riguarda la vicenda di Florio Buoli di Davos, fante del podestà di Bormio Peter Battaglia, che scambiò la “promessa” con la sorella dello stesso podestà, Elisabetta, e si premunì garantendosi l’assistenza di un testimone nell’eventualità che la sua unione fosse contestata e quindi compromessa, come infatti avvenne, per qualche ostacolo opposto, nella fattispecie, dal padre della ragazza. 
L’incartamento è assai significativo perché rivela come l’uso del matrimonio con il solo reciproco consenso di un uomo e di una donna fosse praticato e riconosciuto anche nelle Tre Leghe. 
Florio Buoli presentò al Tribunale una dichiarazione dove diceva che mentre sono stato qua in Bormio a servire il signor podestà Battaglia, la signora Elisabet, sua sorella, mi promisse di essere mia moglie et gli donai un ongaro (moneta d’oro molto in uso nel Seicento), due anelli d’oro et una centura d’argento. Et perché sono tra me et suo signor padre nata qualche discordia, ho tolto termine di provare che io ho havuto a fare con detta giovine carnalmente, stante alla promessa che mi haveva fatto. Onde prego le vostre signorie molto illustri di essaminare Angelino Pedretto (16), il quale con propri ochii ha visto, acciò] possa dette prove produre in Coira ove ho datto sigurtà di presentarle. Il Consiglio deliberò di interrogare Angelino su cinque punti. Egli confermò di aver assistito al rapporto carnale tra i due, spiegando che la cosa avvenne qua in Palazzo (17) nella camera tra la stua e la cusina. Interrogato. de che tempo. Risponde: alcuni giorni avanti la festa de Santo Michele, anno 1658. Interrogato: in che modo sia statto introdotto a vedere. Risponde. Ero sotto le canoniche vicino al Palazzo. Esso Florio venne et disse che andassi in Plalazzo per un servitio. Era una matina a bonhora mentre il signor podestà ancora era in letto, m’introdusse della porta di corte, quale subito entrati serrò. Gionto in cusina alla porta che va alla camera, mi fece fermare sul uscio, nella quale camera era detta signora Elisabet, la quale non mi vidde. Lui andò avanti et la detta giovine era setata sopra un scagno con un libro in mano che legeva. Lui li parlò. Lei gettò via il libro. Lui li alzò li panni. Callò le braghe, l’abraciò et ebbe a fare seco. Interrogato che dicha se realmente vidde che esso Florio havesse havuto a fare carnalmente con detta signora Elisabeth. Risponde: signori sì, anzi per segno doppo negotiata la baciò in ambe le guancie et furon ben d’acordio. I magistrati si cautelarono chiedendo garanzie al Buoli di pagare le spese per le indagini svolte dal Tribunale nell’eventualità che Elisabetta non sii sua moglie, ossia che il Tribunale di Coira non riconoscesse il matrimonio (18).

Il matrimonio così come è stato descritto poteva avere per la donna risvolti assai dolorosi: poteva succedere infatti che la “promessa” del maschio non fosse onorata e che l’impegno professato fosse solo un espediente per giungere al rapporto sessuale infischiandosene delle conseguenze, scrollandosi cioè l’onere del bimbo che avrebbe potuto nascere, negando l’impegno al matrimonio o cambiando paese. Tali comportamenti furfanteschi non erano rari. La ventunenne Appollonia, figliola del tirolese Hierich Lalaiter de Grinz, assente da sei o sette anni da Turripiano dove aveva lasciato la moglie Giacomina e un’altra figlia, partorì il 6 settembre 1682 un bimbo; la madre Giacomina Tamagnini denunciò ai magistrati il parto della figlia, avviando così un’inchiesta onde che non pottendo li medesimi signori disimulare un simil fatto sì per li complici, come ancho per la creatura et di pigliare queii rimedii stimaranno convenienti et adequati alla convenienza e bona giustitia et opportuni a simile fatto. Innanzitutto ci si informò se il bimbo era stato battezzato e quindi delle generalità del supposto padre, che si dichiarò essere certo Giovanni Grinz, servo presso un non ben identificato Baldassarre di Bormio. Si convocarono il maggior numero di consiglieri che deliberarono di portarsi il giorno dopo alla casa di habitatione del’antescritta Pollonia paliolenta per ricevere il di lei constituto e di potterli, in caso di necessità darli qualche subsidio et agiutto stante la sua povertà. Alla domanda se sia maritata o no, rispose car signor dottor el m’ha ingannata ed il riferimento era a quel Gioanni che stava via con il signor Baldessar, qual ne ha menato via un’altra e haveva promesso di spossarmi e che non dovessi dubitar. Precisano i consiglieri che con il prometter non si concepisse miga figlioli, bisogna che sia seguito altro. Risponde sconfortata la giovane che pur troppo mi ha lasciata così. Le fu chiesto se avesse informato Giovanni della sua gravidanza, risponde: <signori sì, e così disse che finiva l’anno a maggio (19) e che alhora mi haverebbe sposata, così fecero le promissioni secretamente, né mi ho havuto ardire di dirlo con niuno e poi dicevano che fosse prima quella e che havesse promesso a due o tre d’altre>. Gli fu assicurata qualche soventione nel caso non avesse da vivere ed esortata ad aver cura del bambino ci si assicurò che gli facci del latte sufficientemente. Giovanni dopo che se ne fu andato da Bormio con una delle tre o quattro donne a cui aveva “promesso” di essere marito, si rifece vivo dopo che gli morì il bimbo avuto dalla preferita: tale Gianfrancesco Cisch informò la famiglia di Appollonia che era passato a casa sua un fratello di quel Gioan Griner, qual andava per castagne, così disse che la moglie del detto Gioan si era disposta di ricever il figliolo nato da questa Pollonia perché gli era morto il suo. L’affido al padre non potè avvenire perché, poco tempo dopo il parto, morì anche il bimbo nato a Turripiano. Le indagini sulla relazione tra Appollonia e Giovanni si riaprirono comunque nel maggio dell’anno seguente: in particolare si indagò su eventuali altre relazioni della ragazza perché la data del parto non collimava con i giorni in cui dichiarò di avere avuto rapporti con il giovane (20). 

Negli Statuti di Bormio il ratto della donna era contemplato al capitolo 56, De mulieris non conducendis extra Burmium. Si tratta di un atto di violenza, definito delictum et enormitas, che poteva riguardare sia donne sposate che nubili sottratte, con la loro complicità, contro la volontà del marito o di chi ne aveva la patria potestas; la pena, peraltro lieve, era più un deterrente per la tutela del patrimonio che non per la persona. Il ratto invece a scopo di libidine o di matrimonio non era contemplato separatamente, ma rientrava nel capitolo 25, De violentia mulierum: la pena prevista poteva essere pecuniaria, ma si poteva anche perdere la vita per decapitazione se alla donna fosse stata usata violenza carnale (21).

Un caso di ratto senza violenza è documentato in Valfurva nel 1642: Nicola Antonioli querelò Giovanni Mascarona dichiarando che l’anno pasato cominciò a far l’amore ( =corteggiare) a una mia puta che a nome Gioanna de età circa de quindeci anni et veniva qualche volta in casa. Me dimandò essa putta per moglie et io gli diedi subito la negativa dicendo che la puta non era in essere di maritarsi (22) et che a lui non gli havarebbe mancato partito altrove. Doppo la negativa esso cominciò a persuadere a detta figliola che lo pigliasse per marito et essa, sempre constantemente rispose <la risposta ve l’a già datta mio padre. Non ve voglio> et perché pareva la gente burlassero contro et se ne ridessero, esso cominciò ad avantarsi che era sua moglie, che havevano cambiato presente et anzi che haveva havuto a fare con lei. Mi vene questo negotio a notitia et ne sentì gran dolore et pensai venire a denontiare alla Giustitia il negotio, nondimeno feci resolutione far dire una messa allo Spirito Santo et feci anche oratione aciò Nostro Signore mi ingiunse ciò havessi a fare. Interogai la puta, qual rispose che non era vera niuna cosa et che essa né l’haveva tolto né lo voleva per alcun modo. Gli feci anche parlare dal signor curato per asicurarmi, et disse essa il medesimo, di modo che giudicai non essere necessario farle altro resentimento. Hora ho il mio bestiame in Cavalar, al Pra dei Plaz, et ho lasciato ivi questa putta lo governasse et havendo di governare del fen gli diedi ordine che lunedì dopo datto ordine al bestiame dovesse venir a Santo Antonio ad agiutarvi far con il fieno. Essa obedì, et venendo a basso si abattè nel soprascritto Gioan, qual sapeva essa doveva venire a basso. Andò in un loco di Gioan di Fidelat, ove si dice a Selina, et si nascose pros un larice per aspetarla, non havendo esso in quei contorni cosa alcuna di fare. Arivata la figliola, qual veniva filando, la chiapò per una mano et disse <sei qua tu>, essa rispose <son qua, che cosa volete da me>. Lui rispose <voglio che mi pigli per tuo marito>. Lei rispose <questo no, più presto morirei mille volte se fosse posssibile>. Lui l’andò persuadendo con bone parole per ridurla a suoi intenti et la trattene ivi da terza ( =le nove del mattino) sino doppo mezzogiorno vicino al vespero et poi cominciò, non havendo con bone parole potuto venire ai suoi disegni ad usare la forza et violenza et gettandola a terra voleva negotiarla. Essa fece ogni resistenza et invocava il nome di Dio et della Madonna in agiuto, pregandolo la lasasse stare. Dio volse che la moglie di Gioan Ursato che era alla Presuraza, lontana un qualche tiro di moschetto, haveva il tutto osservato dal principio. Al fine vedendo che cominciavano a far tombole ( =a rotolare), corse alla volta et lui vedendola venire si levò et andò via. Nella deposizione di Giovanna si rileva che Giovanni la intimorì dicendole di non temere in alcun modo suo padre perché aveva la protezione dei suoi parenti, che anzi lo esortavano a non essere preso in giro e che gli ordinarono di prenderla con la violenza.
Giovanni diede un’altra versione dei fatti, disse cioè che l’anno pasato la figliola di Nicolò del Papa (23)  mi promise di esser mia moglie et gli donai una corona et stette anche una notte in casa sua ... essa disse che dominica de sera haveva promeso a un moratore comasco; egli insiste nel negare ogni violenza e insolenza e di avere soltanto preteso un chiarimento per la “promessa” che la ragazza gli fece l’anno prima (24).

La vicenda di Antonia Zenni e Antonio Planalvino ebbe un esito per entrambi più drammatico: per lei soprattutto perché subì violenza e per lui perché fu condannato ad una notevole pena pecuniaria nonostante che la giovane divenisse poi sua moglie. I fatti avvennero a Premadio nel gennaio del 1680. Antonio ebbe -almeno secondo quanto da lui dichiarato- la “promessa” dalla figlia del trentino Pietro Zenni, domiciliato alla Rasiga di Premadio (25), ma, per aver richiesto la lista d’estimo per verificare lo stato patrimoniale del futuro suocero, si trovò a cozzare con il risentimento e l’opposizione al matrimonio dello stesso. Siccome le voci della sua unione con Antonia ormai circolavano per la contrada pensò di accelerare gli eventi e di superare l’opposizione paterna unendosi carnalmente con la giovane che, dopo tale gesto, non avrebbe più potuto opporre alcun rifiuto ad acconsentire    di divenire sua moglie. Egli la strappo dalla strada sul far della sera e la trascinò dentro una stalla dove la violentò. Il padre denunciò il fatto al Tribunale che esaminò la ragazza, indagando anche nei particolari più imbarazzanti per poter decidere, secondo l’accennato capitolo 25 degli Statuti Penali, se il caso rientrasse nella pena capitale per decapitazione oppure nella pena pecuniaria: in tale capitolo infatti si statuiva che chiunque avesse usato violenza carnale a una donna sarebbe stato condannato all’estremo supplizio, oltreché pagare duecento lire imperiali da prelevare dal suo patrimonio; nel caso in cui vi fosse solo il tentativo di violenza, alla pena pecuniaria di cento lire, si aggiungeva l’infamia, ossia l’esclusione da ogni pubblico ufficio. Il Tribunale stabilì che il reato del Planalbino rientrasse nella seconda possibilità contemplata dal capitolo 25 e fu punitò con un’ammenda di cento lire a cui si aggiunsero tutte le spese processuali per un totale di oltre trecento lire imperiali. 
Nelle dichiarazioni di Antonio sin dall’anno prima vi era stato sia il consenso della ragazza che della famiglia all’unione coniugale e, nel rapporto carnale che ne era seguito, vi era la totale complicità della giovane, quindi non era imputabile di alcuna violenza, tanto che ne seguì la pubblica “promessa”, ovvero il matrimonio tra lo stesso Planalbino e Antonia Zenni. 

Al tempo dei fatti fra i due giovani vi erano circa quattordici anni di differenza essendo più o meno trentenne l’uno e sedicenne l’altra (26). 
 

L’istruttoria (27)

1680 in giorno di mercordì li 17 del mese di genaro. 
Avanti il molto illustre signor podestà et signori regenti è comparso il signor Bernardo Pedrini et mastro Gioan Pietro Zenni esponendo et lamentandosi come segue. E mastro Gioan Pietro ha detto: io signori do una denontia contro Antonio de Planelvino perché ha levato da strada una mia figliola et l’ha portata in casa sua et ha volsuto levarli l’honore e ha fatto tutto quello ha puotuto e la figliola gridava <confessione che era una misericordia>. Così prego loro signori voler far giustitia, e rigorosa, perché adesso, adesso le povere giovini non puotranno andare per li fatti suoi
Interrogato (28) dove l’habbi portata?
R. dentro per le stalle
I. come sappi questo
R. sarà statto un hora di notte (le sette di sera). Mia moglie la mandò in un servitio su da Gioan Pietro de Gasper et io era su del signor curato. Andai a casa et di già la mia patrona l’haveva mandata a cercare e ritornando essa serva senza la figliola andai anch’io a cercarla e mi incontrai che giusto veniva fuori di quelli usci, che si sentò giù et diceva <hoimé mi! oimé mi! povereta mi!> et era come persa. Io gli diedi un mostaccione et dissi <che fai tu qui?> rispose <o Dio, Antonio il sordo ha fatto tutto il suo puoter per sforzarmi>. Era tutta stremita e come morta. Io di subito gridai su a costui che venisse fuori che mi haveva tradito la mia figliola come un morder (assassino), ma non si lasciò vedere. Menai poi la figliola a casa et la figliola haveva la testa infiata et un brazo e la mia moglie prese di ciò tanta malinconia che fu necessità di chiamare il signor curato aciò la consolasse et esso vidde il tutto
I. dove sia detta sua figliola et come habbi nome?
R. Antonia et è di fuori che essa medesima dirà il tutto
I. come habbi racontato la figliola che il caso sia?
R. la figliola veniva a casa et esso era ivi preparato et già haveva aperto l’uscio. La pigliò per un brazio e per le mani et la teniva salda. S’imbaté ancho il figliolo d’Antonio Romano per nome Zen et costui gli disse <va per li fatti tuoi> et la puta disse <no, sta pur qui>. Esso la seconda volta gli disse che andasse via, così il putto partì. Alhora la prese su in brazo e la portò dentro, che haveva bel fare essendo una poara putta solo d’età di anni 16 in circa et fu dominicha di sera
Et ei dicto che la parte vorà dia sigurtà per mantenere quanto depone
R. se la cosa è fuori per tutto Permai (Premadio), che ogniuno il sa 
Addens. Quando io l’ho ritrovata s’imbaté ancho la Zopeta del Christelato e così ancho essa dirà. E così mentre do solo denontia non penso esser obligato a veruna sigurtà, sebene l’è pur troppo vera
Et ei dicto che la sigurtà è necessaria darla, massime se pretende ligar la parte, se dubita sia per offenderlo. Ha constituito in forma tanto per mantenere quanto ha detto, come per pace et tregua aciò sia sicuro della sua vitta il antescritto Bernardo Pedrini, al quale gli fu stipulata la promessa della relevatione, la quale è statta accetata dalli signori regenti in absenza del canovaro.

Eodem die coram ut ante, comparuit antescripta Antonia que fuit interogata ut sequitur.
I. perché compari qui avanti li signori del Offitio et sia venuta fuori di Permai?
R. perché ho lamenta verso quel Antonio del fereir de Planelvino, che andavo per la mia strada et esso mi ha tolta su de peso e mi ha portato in una stalla
I. come l’habbi incontrato et perché l’habbi portato dentro
R. io veniva giu per la strada et m’incontrai in costui, il qual era in compagnia di Gervas del Olio. Mi prese per un brazo et incominciò a dirmi se la gente haveva menato abastanza la liengua, che quella sera voleva saper, su o giu, se io l’ho voleva pigliare e mi voleva dar dinari. Io gli risposi che non voleva saper altro, che tenisse li suoi denari e mi lasciasse andar per li fatti miei che altrimenti haverei chiamato mio padre che era su dal prete. Tra tanto Gervas si pigliò via e si imbaté ancho Giacom figliol d’Antonio Romano, al qual diede comiato due o tre volte. Così partì anch’esso. Alhora mi pigliò su e mi portò via.
I. se l’invitò ad andar in quella stalla?
R. disse che andassi con lui. Io gli dissi di no, chi gli haveva insegnato il procedere? Esso alhora mi prese su et io incominciai a gridare et a gridare, ma mai nesuno sentì
I. se era lontana questa stalla et se portandola tocava in terra con li piedi?
R. la stalla è in casa sua di dentro d’una corte e mi portava de peso
I. se in quella stalla vi era alcuno?
R. negative
I. se era chiara o scura?
R. lume non vi era, ma una finestra rendeva dentro chiaro
I. se fu del giorno o di notte?
R. di notte
I. che hora sarà statta?
R. un gran pezo dietro l’Ave Maria
I. che adonque dicha che cosa havesse fatto questo Antonio, portata che l’hebbe in quella stalla. Ma che dicha giusto la verità, senza acrescere né sminuire cosa che sia oltre il vero
R. mi gittò a terra e procurò di levarmi l’honore, ma però non puoté arivare alli suoi desegni per quello che so, se bene la gente l’ho dicha per bocha di lui
I. che dicha come fece et raconti giusto il fatto 
R. doppo che fui a terra mi alzò su li pagni e mi tochò con quel altro resto de mezo alle gambe, che mi fece tanto dolore che credevo morire, che però gridavo confessione
I. al gridare sopragionse gente o no?
R. niuno mai corse perché di tanto in tanto mi stopava via il fiato. Dissi che volevo dirlo al signor curato. Disse che pocho si curava, che sarebbe venuto su ancor lui
I. quanto tempo è durato?
R. miga un hora. Nel far queste tiratelle mi strapò via un facoletto che restò lì et ancor lui stragotava tutto per il sudore
I. doppo che dice, che questo negotio è durato tanto tempo, che dicha se sia statta bagnata’
R. negative
I. se gli sia uscito sangue
R. negative, perché non ha potuto arivar dentro, se ben ha fatto tutto quello che ha puotuto
i. se gli habbi usato qualche altra insolenza
R. negative, neanche baciarmi perché mi parava
I. come si sia districata delli fatti suoi?
R.levò su per metter su una velada (sorta di mantello) e tra tanto scapai fuori d’un uscio, il qual haveva serato, e volendo andar fuori del altro, mai puotei aprir. Così venne esso e mi aprì et io, subito che fui di fuori, mi sentai giu, che non puoteva più, che havevo dolor di stomacho e di testa e mi tremavan le gambe come una foglia, un pocho per il stremizio e un pocho per il dolore delli galoni che non puoteva star su miga et questo brazo credeva che m’havesse scavezo
I. perché dica come pensava che fusse scavezata un brazo
R. fu nel tiratelle e mi è venuto tutta la mano enfiata che non l’ha potevo alzar miga, così s’imbatei poi la Zopeta del Christelatoche disse che la haveva sentita che braiava. Doppo venne mio padre et la fantescha che mi menorno a casa, ma mi diede tre o quatro scopoloni e poi cridò dentro, ma costui mai si lasciò vedere
Addens: doppo fusimo a casa esso venne dietro con uno che era a cavallo ad un caval biancho e poi ritornò indietro e mio padre era andato su nel tabiat che voleva saltar fuori e farlo freit, ma mia madre inpedì
I. che dica che cosa diceva esso et che cosa discoreva quando era in stalla
R. diceva che quel fusse la causa perché non l’ho voleva, che voleva ben far in maniera che non lo si puotesse più ritirar in dietro
I. se tutte le sudette cose che ha detto le giurarebbe, bisognando
R. affirmative
I. se ha detto agiongendo qualche cosa o no
R. signori no
I. se è certa di non fargli torto con le sudette cose, che però dica con ogni sincerità il vero, che pare difficile il creder che essendo essa fiachetta et debole et essendo statta ivi qualche tempo non sia entrato etc.
R. entrato è un tantino, ma non ha puotuto più oltre perché mi sono remenata tanto
Addens: quando mi lasciò andare disse che haveva questo afronto per le mie germane, perché esse havevano menato tanto la lengua di lui
I. se gli ha promesso di pigliarlo, se ha ricevuto qualche donationi, se gli ha fatto l’amore o se altre volte l’ha afrontata
R. né gli ho promesso, né ho ricevuto cosa alcuna, benché esso me ne habbi volsuto dare, ma al amore mi faceva da Santo Gioannni in qua et una volta mi chiapò su in un prato e voleva che li prometesi et io gli risposi che quello voleva mio padre, volevo anch’io. Né altro gli dissi, ma alhora non mi usò alcun afronto
Et ei dicto che averti a non andar di notte che molte volte succedono mali, che però dicha dove andava
R. andai su con crusche da quella Maria di Gioan Pietro e son andata più volte intorno, ma niuno mi ha mai fatto uno simile afronto.

Eodem die coram ut ante e nuovamente comparso l’antescritto mastro Pietro esponendo come l’habbi sospetto non solo d’esso, ma ancho della sua parentela, come del fratello di quelli del Olio, di quel Augustin, il qual è sempre insieme e di quelli di Notto, che sono gente che hanno pocho timor di Dio et hanno pocho di perdere, et io sto in una casa separata, che so io, puotrebbero far del male, massime che quel Augustino et il Zop di Notto quella notte furno sempre insieme et andavano cridando per la contrada. Però do sigurtà ancho contro questi e presento l’antescritto signor Bernardo Pedrini, il qual si constituì in forma e gli fu stipulata la promessa della rilevatione.

Nel medesimo instante si procurò radunanza di Provisione del Consiglio (si radunò il maggior numero di consiglieri appartenenti al Consiglio Ordinario), alla quale intervennero il molto illustre signor podestà, li signori regenti ambi, l’eccellentissimo dottor Francesco Fogliani e ancora il dottor Settomino, signorr Nicolò de Calderarii, signor Giacomo Pigo, ser Steffano Anzi, ser Gabriel Confortola, io cancelliere de Calderarii et il canevaro maggiore Gratiola, ove fu deliberato d’andarsene subito a Premadio per mettere in custodia il predetto Antonio di Planelvino, al cui fine partirono tutti (eccettuato l’eccellentissimo signor dottor Fogliano) a Premadio con il fante Stiner et il servitore publico Lorenzo Pedretti, ma non lo ritrovorno, benché ricercato et in casa propria et in molte altre dove si puoteva congietturare che facilmente vi fosse, indi s’inviorno verso Bormio. Ma poi eadem nocte circa horam sextam se ne ritornorno in dietro quasi alle prime case di Premadio li sudetti signori per improvisamente farne nove diligenze, ma havendosi sentito replicato gagliardo ziffolo dalla casa di quelli dell’Aquavita col supposto che puotesse stato instituito per dar aviso al delinquente di nascondersi, fu intimata pena di cinque scudi per il servitore Pedretto a Gervasio de Planelvino (29) che dimani comparesse in Palazzo. 
 

La memoria scritta presentata al Tribunale da Antonio Planelvino (30) 

Molt’illustre signori podestà, regenti et Consiglio
La depositione, o constituto sostantiale di me Antonio Planalvino consiste in haver io da qualche tempo in qua portato affetto alla figliola maggiore di mastro Pedro Zenni, habitante in Premai, sopra la corrispondenza o inuito fattomi da essa havendogli una volta parlato alli Bagni, et doppo discorse essa con Anna, figliola di Giacom Mariol. Le disse che quando gli havesse fatto l’amore, essa volentieri m’haverebbe preso per marito, in ordine al che alcune volte essa è statta dentro sopra la fusina dove lavoro e mi getava qualche sassarelli giù nella fosina per scherzo et io sono statto anco alcune volte in casa sua, ove son statto accolto da lei con corrispondenza e doppo di che io medemo la ricercai per sposa a suo padre e mi rispose che quando havesse dovuto far amicitia, che più tosto l’haverebbe fatta meco che con altri, però ne haverebbe discorso con sua moglie in casa.
Dominica, fu li 14 del mese passato, doppo esser statto a bevere dalla Scotina, tra giorno e notte, venivo dalla medema per andare da Agustino, genero di mio barba Loli, ove erano venute genti di Valtellina per vender vino a somma, et in cima al Rizolo sotto la chiesa di sant Christofforo mi incontrai in questa figliola. Essa si mise a ridere e si dassimo la bona sera. Doppo, pigliata per una mano, venissimo sino alla cantonata della casa di Antonio snaider, sotto il detto Rizol. Ivi stassimo discorrendo qualche tempo et tra tanto passò di là Antonio, figliolo di Mengot, che ne vidde, et anco venne ivi Giacomo, figliolo d’Antonio de Zen, ma perché scoltava quello discorrevamo, essendo sordo et essa parlava forte, lo licentiassimo et doppo, a mano, gli dissi dovessimo andar in casa perché essa mi diceva che suo padre haveva havuto a male che io fossi andato a ricercare la lista dell’estimo datta da lui per vedere quanti debiti haveva, che perciò non m’haveva datta risposta. Et così discorrendo andassimo, come ho detto a mano a mano, in casa mia volontariamente tutti doi, ove discoressimo e restassimo credo per il spatio d’un hora. Mentre eramo ivi venne giù per la scala con la lume, credo fosse mia madre et una sorella che andarono in caneva. Noi eramo ivi et tacessimo tutti doi, l’uno apresso l’altro. Fussimo un pezzo in corte et qualche poco in -Salvo Honore- stalla, ove sentassimo tutti doi nelle mezane delle pegore et doppo qualche tempo venissimo fuori della porta et essa disse <o povera mi, se mio padre lo sa, che io sia statta qui, mi maza>. Nel medemo instante, che essa così diceva, capitò ivi detto suo padre e credo li desse un mostazone e poi disse <passa a casa>. Altro non seguì di male, né si usò forza alcuna come essa medesima, et so per nostro giuramento, altrimenti non posiamo dire et se suo padre non fosse ivi capitato con la serva, li havevo detto che lo volevo accompagnar fuori e fare la scusa perché si fossimo tratenuti ivi per sincerarsi, et quando a loro signori molto illustri sii statto rapresentato diversamente, non è se non come ho detto e li prego compatir per la nostra gioventù et credere che non ho ricercato, né ricerco da lei se non le cose con honore che, a Dio piacendo, seguiranno, essendosi hora fatte le promesse in forma et publiche (il pranzo nuziale con amici e parenti) che prima furono private. 
 

La sentenza (31)

1680. Die mercurii 17 mensis aprilis.
Congregato il Magnifico Consiglio nella stua solita del Palazzo, fu ordinato come segue:
E prima, essendo letto il longo processo formato per la causa criminale d’Antonio quondam mastro Gottardo Planalbino di Premai per haver volsuto tentare di riconoscere carnalmente Antonia, figliola di mastro Petro Zenni, habitante a Premai sudetto, come al processo più diffusamente appare. Item lette le diffese et ragioni al longo et al vivo addotte in scriptis et anco in voce in diverse sessioni dall’eccellentissimo signor dottor Gioan Battista Casulario a favore del detto Antonio et ultimo il capitolo di Statuto no 25 in criminalibus “De violentia mulierum” et constituito il detto Antonio in Palazzo et nelle forze della Giustitia, doppo longo discorso et doppo fatte le dovute considerationi etc., invocato il Nome Santissimo d’Iddio del quale procede ogni più giusto et retto giudicio, fu per partito dichiarato et ordinato, sententiando etc. che detto Antonio sia condannato et punito in lire 100, dico lire cento imperiali, non già nella pena dell’infamia per le raggioni et cause note al Magnifico Consiglio, sì anco per essersi congionti in matrimonio, liberandolo dalla presentatione et constitutione del Palazzo, mettendolo in libertà et condannandolo inoltre nelle spese dell’audienza del Magnifico Consiglio tassata a raggione di lire 10 per cadauno de signori di Consiglio, per consigli numero cinque prestati in detta causa, compresa l’andata alla piazza per la chiamata, come de tutte le seguenti spese ... (32).

NOTE
(1) Un altro incartamento per tale reato è conservato nella serie Quaterni inquisitionum nell’Archivio Comunale di Bormio (di seguito ACB), nella sorte estiva,  alla data 16 luglio 1642.
(2) A rigore il capitolo 57 degli Statuti Penali stabiliva che l’autorizzazione di chi aveva la patria potestas era indispensabile solo per i giovani che non avevano ancora compiuto il quindicesimo anno d’età.
(3) G. LONGA, Usi e costumi del Bormiese,1912, Bormio 1998 (ristampa).
(4) Nel Bormiese, per quel che riguarda l’unione coniugale alla fine del Seicento, la situzione era sostanzialmente la stessa di quella pretridentina studiata da S.  MONTI, “Matrimoni clandestini”nella diocesi di Como in epoca pretridentina, in: Archivio storico della diocesi di Como, Vol. 9, Como 1988.
(5) E. CANTARELLA, La vita delle donne, in: Storia di Roma, Torino 1999, p.867 e sgg. 
(6) S. MONTI. Op. cit.,  p. 194.
(7) ACB, Quaterni consiliorum, sorte invernale 1573-1574.
(8) Si vuol dire che la giovane ebbe già un figlio qualche anno prima.
(9) ACB, Quaterni consiliorum, sorte invernale 1573 – 1574.
(10) ACB, Quaterni inquisitionum, sorte estiva 1634. Nelle trascrizioni che seguono si è modificata la punteggiatura secondo criteri moderni per una più agevole lettura.
(11) Si tratta del precitato Nicola Alberti conte di Colico.
(12) ACB, Quaterni inquisitionum, sorte primaverile 1615, maggio 18.
(13) Ibidem, fascicolo da 9 giugno 1637, giugno 9.
(14) ACB, Quaterni inquisitionum, fascicolo da 9 giugno 1637, giugno 16.
(15) Ibidem.
(16) Angelino Pedretto era fante del Comune.
(17) Si tratta del luogo dove si istruivano i processi, dove si riuniva il Consiglio Ordinario e dove risiedeva il podestà. Ora è sede della Comunità Montana.
(18) ACB, Quaterni inquisitionum, sorte estiva 1659.
(19) S’intende che finiva l’anno al servizio del signor Baldassarre.
(20) ACB, Quaterni inquisitionum, sorte estiva 1682.
(21) L. MARTINELLI, S. ROVARIS, Statuti, ossia leggi municipali del Comune di Bormio civili e penali, Sondrio 1984.
(22) E’ da ricordare che la ragazza, non ancora quindicenne, non poteva decidere autonomamente del proprio matrimonio. Vedi nota 2.
(23) Soprannome di Nicola Antonioli.
(24) Vedi nota 1.
(25) Il toponimo non è più nella memoria ma verosimilmente la località chiamata in quel modo si trovava appena dopo il ponte andando verso Bormio.
(26) Archivio Parrocchiale Premadio, Liber mortuorum.  Antonio Planelvino morì l’11 aprile 1690 all’età di circa quarant’anni; un mese prima l’11 marzo dello stesso anno si registra il decesso, all’età di 55 anni, del suocero Pietro Zenni. Di Antonia non è registrato alcunché perché gli atti di nascita e di morte sono registrati soltanto a partire dal 1690, quindi morì giovanissima anteriormente a quella data.
(27) ACB, Quaterni inquisitionum, fascicolo da 1680 gennaio 17.
(28) Di seguito I. =Interrogato - R. =Risponde.
(29) Allegato al processo alla nota 26.
(30) Era fratello di Antonio e fu processato per il fischio d’avvertimento.
(31) Ibidem, Quaterni consiliorum,sorte invernale 1679-80, 1680 aprile 17.
(32) Si omette il lungo elenco di spese.

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