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Una relazione ottocentesca sullo stato dell’ex
contado di Bormio
a cura di GABRIELE ANTONIOLI
Note introduttive
Il memoriale che segue è stato redatto nel 1802 da un certo Pigny,
funzionario francese della Repubblica italica e comandante d’armi della
piazza di Bormio (1).
Alla scarsità di elementi che si richiederebbero per inquadrare
meglio l’autore, dobbiamo aggiungere anche il fatto che non ci è
dato di sapere con precisione quale sia stata la motivazione e lo scopo
della relazione stessa. Ignoriamo se sia stata sollecitata dall’amministrazione
centrale nell’ambito di un’inchiesta più generale per verificare
lo stato dell’economia dei singoli distretti e per valutare una eventuale
imponibilità fiscale o se sia stata inoltrata su iniziativa personale
del Pigny per perorare interventi e sussidi a sostegno di una situazione
economica e sociale che, come vedremo, risultava quanto mai critica e disastrosa.
Comunque stiano le cose, in entrambe le ipotesi, leggendo la relazione,
la figura dell’autore ci appare più come amico e sostenitore degli
interessi di Bormio che nei panni di uno zelante funzionario pronto ad
assecondare le esigenze di cassa di un erario insaziabile. Per meglio valutare
i giudizi poco lusinghieri che a volte traspaiono e che sembrano dipingere
una realtà ancor più critica di quella che doveva essere
effettivamente, occorre tener presente che il Pigny non redige un diario
di viaggio e neppure una guida per incentivare il turismo, ma stende una
relazione tale da assumere in alcuni punti il carattere di supplica. La
forma e i contenuti, accentuati da alcune evidenti forzature, dovevano
richiamare l’attenzione del governo centrale e sollecitare iniziative adeguate
di sostegno. Dalla lettura emerge un altro elemento della personalità
dell’autore e cioè la vastità delle conoscenze e degli interessi
che vanno dal campo culturale a quello economico e ambientale. A dire il
vero, i contenuti della sua relazione, come egli stesso riconosce con molta
onestà in appendice, sono in gran parte attribuibili alle ricerche
di Ignazio Bardea, i cui scritti egli aveva avuto modo di consultare e
di apprezzare. A conclusione del memoriale l’autore non manca, fra l’altro,
di manifestare il proprio rammarico che, per modestia dell’autore, non
si fosse ancora provveduto alla loro pubblicazione, cosa che a tutt’oggi
non è ancora avvenuta. Leggendo i manoscritti del Bardea ci si accorge
come in realtà essi siano stati, più che un semplice punto
di riferimento, una vera e propria fonte di informazioni alla quale gli
studiosi locali hanno finora attinto a piene mani, magari ignorando l’autore
(2). Comunque, la stima nutrita dal Pigny verso il dotto ecclesiastico
bormino doveva essere da lui ricambiata, perché sappiamo che il
Bardea aveva interpellato il capo della guarnigione per un giudizio critico
sui dipinti che costituivano la sua pinacoteca personale (3).
La relazione costituisce il primo studio di carattere socio-ambientale
fra quanti verranno poi redatti a livello provinciale nel corso del XIX
secolo. Per tale motivo, sebbene non contenga eclatanti novità,
essa costituisce un’importante elemento comparativo con i successivi memoriali
ed inoltre ci offre un interessante spaccato del Bormiese agli inizi del
1800. Il testo scorrevole è di piacevole lettura. Risultano particolarmente
curiose, per non dire gustose, alcune valutazioni di carattere economico
e sociale come quando si individua nel binomio vino e tepore delle stue
la causa dell’indolenza e dell’apatia che pervade gli abitanti della zona;
oppure dove si riconosce alla salubrità dell’aria un potere terapeutico
e dietetico capace di prevenire il gozzo e di mantenere snelli nonostante
l’alimentazione ricca di grassi. Ma al di là di queste e di numerose
altre note di colore il memorialista, rifacendosi sempre al Bardea, concorda
sul fatto che una delle cause della stagnazione dell’economia locale derivi
dal crollo dei traffici commerciali, e come per la loro incentivazione
servirebbe, più che il ripristino di privilegi daziari, il miglioramento
della rete viaria specie con la Valtellina. Il Pigny intravede inoltre
nel migliore sfruttamento delle risorse agricole e naturali, in particolare
nel termalismo bormino e nella realizzazione di strutture ricettive per
le cure idropiniche presso la fonte di Santa Caterina, delle latenti potenzialità
economiche da perseguire. L’autore, tratteggiando le vicende protostoriche
e storiche, non fa che ripetere i luoghi comuni della storiografia del
tempo mentre risulta innovativa e originale la sua visione dell’ambiente
naturale che viene descritto con una sensibilità che prelude al
gusto romantico. Egli risulta affascinato dalle grandi manifestazioni della
natura nei suoi aspetti più selvaggi, che oggi nel francese corrente
definiremmo afreusement beaux, quali l’asprezza dei contrafforti rocciosi,
l’imponenza dei ghiacciai e il fragore delle cascate, specie quella in
prossimità dei Bagni. Nella descrizione della conformazione geo-morfologica
della Serra egli nota la precaria stabilità dei versanti che la
sovrastano e i continui smottamenti che si verificano in presenza di piogge
persistenti e sembra già presagire la catastrofica frana del Coppetto.
Per la vastità dei temi trattati, il saggio si presterebbe a
numerosi commenti ma, per non gravarlo di eccessivi rimandi, ci si è
limitati ad aggiungere solo le note ritenute essenziali. Si precisa comunque
che il testo e le note in corsivo sono dovute al memorialista mentre le
postille redazionali sono state numerate in caratteri arabi.
Il memoriale è scritto in lingua francese ma, poiché
nella copia pervenutaci presentava numerosi errori di trascrizione e alcune
lacune, in fase di redazione si è optato per una traduzione del
testo direttamente in italiano.
MEMORIE STORICHE DELL’EX CONTADO DI BORMIO CHE UNITA AI COMUNI DI
GROSIO, GROSOTTO E SONDALO FORMA IL DISTRETTO (4)
Bormio 20 Ventoso anno X della Repubblica francese (5).
La contea di Bormio, situata a levante della Valtellina, è caratterizzata
dalle montagne che servirono da rifugio ai popoli antichi dell’Etruria
i quali, per sottrarsi al giogo di Catilina, vennero (A) a stabilirsi fra
questi dirupi selvaggi che chiamarono Rezia in ricordo del loro capo (6).
Gli Etruschi, vinti una seconda volta da Belloveso (7) condottiero dei
Galli, quando invase l’Etruria, vennero nuovamente a cercare riparo nella
Rezia (B). A partire da allora, gli abitanti di Bormio, accresciuti di
numero con l’arrivo dei nuovi compatrioti, fortificarono le alture circostanti
le loro abitazioni, costruirono dei fortilizi per difendere i passi di
Fraele, dell’Ombraglio e della Serra e innalzarono il castello di San Pietro
ai piedi della Reit, prossimo al difficile passaggio dei Bagni (8). Si
vedono ancora in varie località i resti di queste possenti fortificazioni
che attestano quale fu la forza di queste libere popolazioni di pastori
e di guerrieri che seppero resistere a lungo alle legioni romane comandate
da Druso (9), generale dell’imperatore Augusto Tiberio (C) e, dopo quest’epoca,
ai governi che vollero assoggettarle (10).
In prossimità dell’ultimo villaggio della Valtellina, detto
Le Prese, la vallata si restringe lasciando appena lo spazio al corso dell’Adda.
Si entra nella contea di Bormio attraverso la Serra, luogo angusto dove
le cime delle montagne che si fronteggiano sui due lati sembrano crollare
da un momento all’altro. Una vecchia opera di difesa militare sbarra la
strada che corre a sinistra dell’Adda, si tratta di una delle postazioni
fortificate in passato che, risalendo le pendici del monte Rezzalo, si
completava con il forte di Profa. Attualmente ci si serve della Serra unicamente
per riscuotere i dazi sulle merci che entrano nel contado di Bormio. La
strada passa ancora attraverso una porta, che può essere chiusa,
fiancheggiata da due vecchie torri quadrate dove abitava il corpo di guardia
(11).
Non appena il viaggiatore oltrepassa la Serra, subito rimane impressionato
dall’ambiente selvaggio che lo circonda, in ogni istante è oppresso
dal timore di veder crollare e precipitare a valle le sommità degli
aspri dirupi. Non vi è persona che attraversando la gola non tremi
dalla paura, gli stessi abitanti, sebbene abituati a questo genere di spettacolo,
affrettano il passo per evitare inconvenienti (D) e fuggono da questi luoghi
dove possono perire tragicamente.
Entrando nel territorio di Bormio, già alla Serra si percepisce
il cambiamento di clima, l’aria si rinfresca per la gran quantità
di neve che copre costantemente le sommità delle montagne e lo rende
estremamente freddo (12). Ciò fa dire agli abitanti della Valtellina
che i Bormini hanno nove mesi di freddo e tre di frescura. La neve copre
il fondovalle, anche della vallata meno fredda, per sette o otto mesi all’anno.
La vigna non ha mai potuto attecchire; ne esiste una sola pianta nel giardino
del collegio dei Gesuiti e viene conservata come una vera e propria rarità
(13). Gli alberi da frutta sono poco numerosi, solo alcuni privati, con
molta cura, hanno trovato il modo di coltivarne qualcuno nei loro giardini.
Il castagno, molto comune in Valtellina, non è presente a Bormio
dove vegetano solamente pini e larici. Anche questa sorta di piante sono
di natura talmente mediocre da indurre gli abitanti di Bormio a cercare
in località più lontane non solo il legname da fabbrica ma
anche la legna da ardere e per tal motivo risultano molto costosi. Per
ridurre i costi, tutti questi trasporti si effettuano su slitta durante
il periodo invernale.
Il territorio della contea è diviso in cinque vallate principali
dette: Val di Sotto, Val di Dentro, Val di San Giacomo in Fraele, Val Furva
e Val di Livigno. La Val di Sotto è quella che partendo dalla Serra
risale l’Adda fino alla piana di Bormio dove si giunge passando su due
ponti di legno in cattivo stato (14). Questa vallata è quella che
ha il clima meno rigido, non ha altre produzioni se non la segale, il grano
nero (15) per la polenta e il foraggio. La Val Furva è quella che
risale il torrente Frodolfo fino al Forno (16) e la sua produzione principale
è il foraggio. La Val di Dentro è quella che risale il torrente
Isolaccia (17), dopo Premadio, fino al monte Dosdé e produce segale,
grano nero e foraggio. La Val San Giacomo è abitata solamente durante
i mesi estivi dagli alpigiani della Val di Dentro che vanno a pascolare
i loro armenti, a tagliare il fieno e a produrre formaggi nelle loro capanne.
La Valle di Livigno, totalmente staccata e separata dalla Val di Dentro
dal monte Foscagno e Trepalle, è la più povera come produzione
e la più fredda (*), tanto che i suoi abitanti a stento riescono
a comunicare col borgo di Bormio durante i mesi invernali.
In tutte le vallate le case sono in legno e ciò favorisce sovente
gli incendi. La tecnica costruttiva segue le antiche consuetudini e, non
ostante le continue disgrazie che spesso mandano in rovina intere famiglie,
non è possibile far adottare costruzioni in muratura che sarebbero
più funzionali e meno dispendiose perché qui si trovano gli
stessi materiali presenti sulle montagne genovesi. Le coperture sono tutte
di legno perché oltre alla difficoltà di procurarsi l’ardesia,
sarebbe difficile che i tetti possano resistere al clima (E). Infatti,
questi materiali, già pesanti per loro stessi, aumenterebbero il
loro peso a motivo della quantità di neve col rischio di schiacciare
le case.
Per contrastare il freddo, ogni casa dispone di una o due stue, camere
interamente foderate di legno, nelle quali è situato un fornello
in muratura realizzato con perizia e molta arte, di modo tale che viene
scaldato una sola volta ogni ventiquattr’ore e rilascia un dolce tepore
come quello del mese di maggio. Si può dire che questo fornello,
inventato per necessità climatiche e per economizzare, ha finito
per rendere gli abitanti oziosi perché non ve n’è uno che,
dopo aver accudito al bestiame, sia operoso come lo sono i Tirolesi o gli
Svizzeri. Tutto il tempo libero si passa bevendo vino vicino alla pigna
e ciò è causa di malattie in quanto, alla minima fatica che
fanno per salire in montagna, sono soggetti a fitte dolorose ai fianchi
che sovente provocano la loro morte (18).
L’agricoltura è molto trascurata così come il bestiame.
Il clima è cattivo. Sarebbe possibile migliorare la produttività
di questi terreni ingrati introducendo nuovi tipi di colture che meglio
si adattino al clima e coltivandoli con più cura e meno poltroneria.
L’esperienza fatta dal canonico Bardea, soggetto di grande merito per i
talenti e per l’attaccamento alla sua povera patria, prova che sarebbe
possibile coltivare altre qualità di graminacee oltre a quelle già
in uso. Egli introdusse nel 1785 in Val di Dentro la coltura del grano
siberiano con buoni risultati, come pure avvenne nel territorio di Sondalo.
Le altre vallate, a motivo delle antiche abitudini, non hanno mai voluto
coltivare altre sementi se non quelle introdotte dai loro padri.
Tutto è trascurato, dall’allevamento, all’apicoltura e alle
piante medicinali e da tale indolenza deriva l’estrema povertà alla
quale sono ridotti gli abitanti. Si possono contare in tutta la contea
circa duemila cinquecento bovini quando sarebbe possibile allevarne il
doppio; non vi sono né pecore né capre (19). Il miele, ricercato
soprattutto dagli abitanti della Lombardia e la cui bontà eguaglia
quello della Spagna (**), si trova a Bormio con molta difficoltà
(20). Le piante officinali delle quali abbonda ogni montagna e che comporterebbero
solo la fatica di andarle a raccogliere, potrebbero costituire un’altra
fonte di guadagno come fanno gli Svizzeri. Nessun abitante si interessa
di cogliere il lichene islandico, pianta ricercata e molto costosa che
assomiglia per l’odore al muschio, la quale si trova sul monte San Pietro,
presso la chiesa di San Colombano sopra Oga, sullo Zebrù nel territorio
di Sant’Antonio di Furva e nel bosco di San Gallo (F).
Tutte le montagne abbondano di minerali ma un solo abitante si è
dato la pena di cercarli e se ne occupa ancora con successo (G). Fra i
detriti di Campello si trova lo zolfo e l’arsenico, sul monte Reit si trova
il talco, sul monte di Uzza si trova la scagliola molto bella e cristallizzata,
così come a Frontale, presso Santa Caterina e a Uzza si trova del
bel gesso. Sulla montagna dei Bagni fra le rocce presso l’Adda si trovano
stalattiti di vario colore verde e rosso anabattista (21), come i cristalli
che si trovano in Ungheria, chiamati cristalli anabattisti, e ciò
potrebbe indicare la presenza di una vera miniera d’anabattista. Frammenti
di marcascisto (22) si trovano nel greto del Frodolfo e sembra che esista
in prossimità del villaggio di Piatta una miniera molto abbondante
di piombo (23) così come pure in prossimità di Premadio.
La valle del monte Zebrù, secondo il giudizio di molti professori
di mineralogia, è la più abbondante di minerali, così
come risulta la più sterile di vegetazione. A seguito delle osservazioni
del padre Butironi, barnabita, vi è pure una miniera d’oro. Frammenti
di questo metallo sono stati trovati ai piedi della montagna e sembrerebbe
che questa miniera sia stata coperta dalle rovine del crollo della vetta
(H). Tracce d’oro si trovano anche in una sorgente sotto la chiesa di San
Colombano vicino alla vedretta. Le miniere di ferro si trovano nella Val
San Giacomo e di Fraele dove si vedono ancora i forni che sono serviti
all’epoca dello sfruttamento (24). L’estrema povertà è la
causa dell’abbandono di questa attività. Su tutte le montagne è
possibile reperire marmi di rara bellezza. Ne esistono di vario colore
sul monte Sobretta e un esempio è visibile nella cappella del Crocifisso
della chiesa di Combo (25). Ve n’è di un nero molto bello sul monte
Ombraglio, presso l’Adda all’imbocco della valle di Fraele se ne trova
di rosso e di giallo e a Trepalle vi è una varietà verde.
Si trova anche un marmo bianco, bello come quello di Carrara, in prossimità
dei pontini del lago di Fraele. Non vi sono tracce di miniere d’argento,
tuttavia si trovano rame e molte terre ferruginose per preparare colori.
Il monte Cristallo deve il suo nome alle differenti cristallizzazioni che
vi si trovano e soprattutto ai minerali cristallizzati di vario colore
(26). Sulle montagne di Sondalo si trovano cristalli di rocca.
Tutte le vallate abbondano di selvaggina tipica della Rezia come le
lepri bianche e le coturnici, specie di pernici che come le lepri mutano
la loro livrea grigia in bianca durante i mesi invernali. Abbondano anche
l’altra varietà di lepre, sempre grigia, più grossa e che
non lascia mai le vallate per vivere in montagna, i francolini e i crocieri.
Invece il codirosso, il tordo, il frosone, la pernice, il merlo e la beccaccia
sono più rari. Gli uccelli predatori non si vedono che d’estate.
Si vedono raramente i lupi (27), mentre sono più comuni gli orsi
(28) ma di una specie più piccola e vi sono molte volpi. Sulle montagne
di Livigno vi si trovano in maggior abbondanza le marmotte e gli abitanti
le cacciano per estrarvi l’olio o il grasso che vendono come rimedio per
i dolori. Vi sono un’infinità di altri animali e soprattutto di
ratti bianchi che procurano ferite ragguardevoli alle mucche morsicandole
sulle mammelle.
Le montagne più alte della contea di Bormio al nord sono il
Cassana, il Dosdé e il Foscagno (***). Il torrente Isolazza o Isolaccia
ha origine sul monte Dosdé ed è tributario dell’Adda presso
Premadio o Premaglio. Il sentiero che lo costeggia da Bormio a Semogo è
praticabile con carri più stretti di quelli abituali e uguali a
quelli di Norimberga. Questi carri salgono fino a Fraele e all’Ombraglio.
Durante l’inverno tutti i trasporti si fanno su slitte e in tale maniera
si trasportano a valle con una certa facilità il foraggio e la legna
da ardere. Molti geografi del passato sostenevano che il fiume o torrente
Inn avesse origine dal monte Foscagno ciò che invece non è
provato in quanto questo torrente ha un’infinità di altri affluenti
che hanno origine sullo Julier e sul Bernina. Comunque il Foscagno è
una delle montagne più alte della Rezia perché fa da spartiacque.
I Grigioni chiamano Spol l’affluente dell’Inn che bagna Livigno ed è
proprio passando il Foscagno e seguendo il torrente Spol che abitualmente
da Bormio si va nei Grigioni, in Engadina. Questo passo è però
molto difficile e faticoso in qualsiasi stagione. In inverno è impraticabile
per la neve e in primavera è molto pericoloso per le valanghe che
precipitano nella vallata. Per questa via passarono gli Svizzeri quando
devastarono Bormio e la Valtellina e i Grigioni quando la riconquistarono.
Le truppe svizzere e grigioni reclutate dalla Repubblica di Venezia seguivano
questa strada fino al Gavia per recarsi alla loro destinazione. Si può
evitare di passare per Bormio prendendo la strada che da Isolaccia, attraverso
il Verva o monte Tarron, entra in Valgrosina o a Poschiavo.
Il monte o passo di Fraele venne fortificato già dagli antichi
Etruschi o Breuni e si vedono ancora le due famose torri che ne difendevano
il passaggio. Per questa via transitavano le merci importate in Italia
dalla Germania. Questo valico di Fraele è pure molto famoso per
gli importanti combattimenti che contrapposero i francesi agli imperiali
durante il XVII sec. (29) e, risalendo ad epoche più antiche, soprattutto
quando i Goti furono battuti da Stilicone all’inizio del V sec. come riporta
il poeta Claudiano. Sempre nell’antichità è da Fraele che
transitarono i Turingi, i Teutoni e i Cimbri durante le guerre cimbriche
contro i Romani. Si tratta del migliore percorso per venire da Santa Maria
a Bormio, ma, considerata la sua lunghezza, i viaggiatori preferiscono
passare per l’Ombraglio (****). Il passo di Fraele abitualmente viene chiuso
per la neve dalla fine di Brumaio (30) fino alla fine di Ventoso e solo
con molta cautela ci si azzarda a passare in Germinale per paura della
valanghe. C’è un piccolo lago che ha pesci deliziosi in quantità
nonostante sia gelato per tutto l’inverno (31). Il monte Braulio o Ombraglio
è sopra i Bagni. Lì Druso vinse una battaglia sui Breuni
o Bormini ed è famoso anche per altri fatti d’arme e per il passaggio
delle divisioni della Repubblica francesce e cisalpina condotte dal generale
Desolles che le comandava all’inizio della campagna dell’anno IX (32).
Esse superarono i rigori invernali e la neve e combatterono una battaglia
vicino a Münster (Monastero) e a Tubre, dove fecero 5000 prigionieri
austriaci. Il percorso dell’Ombraglio è più corto di quello
di Fraele ma enormemente più faticoso e pericoloso e resta chiuso
per la neve nello stesso periodo di quello di Fraele (*****). A causa della
posizione delle montagne, qui le valanghe sono più frequenti e non
passa anno senza che periscano cavalli da trasporto e conducenti che restano
soffocati dallo spostamento d’aria o schiacciati sotto la neve. Ciò
non ostante tutti gli inverni ci si sforza di aprire un cammino fra la
neve e si trovano persone che, pur di passare, sono disposte a rischiare
la propria vita. Dal monte Ombraglio ha origine l’Adda. Il ruscello, inizialmente
molto modesto, accresce considerevolmente in prossimità della cascata
dei Bagni, precipitando da una altezza considerevole e pressoché
verticale fra le rocce della montagna dei Bagni e quelle di Premadio. Questa
cascata che impressiona lo spettatore è veramente ammirevole. Si
crede che il lago di Fraele, che non ha nessun emissario visibile, possa
essere una delle sorgenti che sotterraneamente alimentano l’Adda. Il monte
della Reit ha donato il nome alla Rezia, nome che aveva Reto, condottiero
degli Etruschi emigrati (33). Su questi aridi dirupi si vedono ancora i
resti sparsi della fortificazione ch’egli fece erigere allorquando vi si
rifugiò con i suoi compagni. Questa montagna domina Bormio e dai
Bagni si estende fino a collegarsi col monte Cristallo.
A levante di Bormio si trovano il monte Cristallo, il Forno e il Gavia
che costituiscono i valichi più alti di queste montagne. Le cime,
molto ripide, sono sempre coperte di neve, tuttavia vi sono dei piccoli
sentieri, praticabili nei mesi estivi, attraverso i quali è possibile
penetrare nel Tirolo. Fu superando il monte Cristallo che nel 1636 trecento
austriaci, guidati da alcuni elementi locali, al comando del generale Ferramonte
cercarono di sorprendere la fortificazioni dei Bagni difesa da una guarnigione
francese agli ordini del Duca di Rohan (34).
Il fiume Frodolfo ha origine sul monte del Forno e affluisce nell’Adda
a mezzo miglio da Bormio. Le sue acque sempre gelide, di natura marziale,
non ospitano pesci e i grossi e numerosi torrenti che scendono dal Cristallo,
dal Gavia e dalla Forcella causano frequenti inondazioni. La strada della
Val Furva segue il percorso del fiume ed è transitabile con i carri
locali. Attraverso questa strada si può giungere a tre diverse località
del Tirolo austriaco. Da Santa Caterina, passando dal Forno e attraverso
i ghiacciai del Cevedale chiamati vedrette e per Santa Valpurga si giunge
in Val Martello. Questo percorso è praticabile solo a piedi e d’estate
a causa della grande quantità di neve dei ghiacciai che occorre
superare. Sempre da Santa Caterina è possibile andare nel territorio
del Vescovo di Trento attraverso il Gavia, superando il torrente e il ghiacciaio
del Tresero si arriva nella Vall’Ombrina e nella Val di Sole. Dal Gavia
si giunge pure nella Valcamonica passando da Ponte di Legno. Tutti questi
percorsi possono essere effettuati unicamente a piedi. Da Santa Caterina
andando verso mezzogiorno si può giungere anche nella valle di Fumero
o di San Bernardo in Valtellina, detta localmente Val di Rezzalo. Con poche
riparazioni la strada della Val di Sotto, da Tirano a Bormio, sarebbe carrozzabile.
Dopo che il Duca di Rohan, comandante delle truppe francesi in Valtellina,
aveva fatto realizzare la carreggiata dell’Adda, i Grigioni non vi fecero
più nessuna manutenzione.
La piana di Bormio, di configurazione triangolare, costituisce la parte
più fertile del territorio se escludiamo la punta che si trova alla
confluenza dell’Adda e del Frodolfo, essendo questa in prevalenza sabbiosa
e ricoperta da piccoli salici alimentati dalle inondazioni del Frodolfo
(35). Anche questa piana è coltivata in modo trascurato come il
resto delle vallate. Produce segale, grano nero, un po’ di frumento e foraggio.
A motivo della grande quantità di topi che si nutrono delle radici
delle erbe, i prati sono poco fertili. Il borgo di Bormio è capoluogo
della contea e ora del distretto. Se escludiamo Grosio, Grosotto e Sondalo,
questo distretto è composto unicamente da villaggi (36). Bormio
è situata ai piedi della Reit, rivolta a mezzogiorno ed è
bagnata dal Frodolfo che la separa dal rione di Combo. Vi si accede attraverso
un discreto ponte in muratura dal quale si ha una visuale di gran parte
della Val Furva. Anche la planimetria di Bormio è triangolare e
le costruzioni sono discrete. Esse sono realizzate in muratura con la copertura
di legno. Le stue sono come quelle delle vallate. Cinque torri antiche
quadrate fanno percepire al viaggiatore quale fosse la ricchezza e la potenza
di questa antica popolazione (37). Quando Bormio era ricca, era difesa
da trentadue torri ma ciò che la rendeva ancor più ricca
era il notevole numero dei suoi abitanti. Ciò ha fatto esclamare
a molti geografi antichi e moderni e anche a quelli che scrivono tuttora
senza una cognizione diretta che Bormio è piena di gente e di ricchezze,
mentre invece io non conosco un posto più povero di questo da tutti
i punti di vista. Secondo molti storici Bormio avrebbe preso il suo nome
dal monte Braulio, ora detto Ombraglio, ed era abitata dai Breuni o Bormi,
vinti da Druso, generale d’Augusto Tiberio, che fece della Rezia una provincia
romana (38). Quando Odoacre si impadronì di gran parte d’Italia,
nel 476, Bormio passò sotto il dominio dei Goti come attesterebbero
le antiche vestigia degli statuti comunali. Sottomessa ai Longobardi nell’anno
700, passò nel 774 a Pipino figlio di Carlo Magno. Quando, per l’assenza
degli imperatori e dei re d’Italia, le città della Lombardia scossero
il giogo e conquistarono la loro libertà, Bormio approfittò
di questa occasione per essere libera. Durante le contese fra guelfi e
ghibellini non si fa menzione di Bormio. Quando nel 1156 l’imperatore Federico
Barbarossa distrusse Milano, secondo quanto è affermato dallo storico
Giovio (******), Bormio fu concessa ai Comaschi. Questa donazione generò
più volte pretese da parte della città di Como sulla contea.
Dopo aver scosso il giogo dei Comaschi nel 1193, ne seguì una guerra
decennale al termine della quale Bormio fu costretta a distruggere la fortificazione
dei Bagni. Questa tenace resistenza, durata due secoli, evidenzia bene
quale fosse la forza e la ricchezza dei Bormini. Nel 1300 si sottrassero
definitivamente al dominio dei Comaschi e si posero, come alleati, sotto
la protezione del vescovo principe di Coira. Vissero indipendenti fino
al 1349 quando si sottomisero volontariamente ai Signori di Milano (39).
Ritornarono liberi attorno al 1366 difendendosi coraggiosamente contro
Milanesi, Comaschi e Valtellinesi che si erano uniti per soggiogarli. Quando
nel 1376 i Bormini avanzarono fino a Grosio per fronteggiare l’esercito
milanese, i ducali, penetrati attraverso la Valgrosina e la Val Verva,
o monte Taron, entrarono in Bormio. Il 30 novembre di quell’anno il generale
milanese Giovanni Cane la fece saccheggiare e bruciare, distruggendo il
castello, la Serra e tutte le altre fortificazioni. Da questo momento iniziò
la rovina di Bormio. Galeazzo Visconti per compassione accordò loro
il privilegio, durato fino al momento dell’aggregazione della contea alla
Repubblica cisalpina, che per la riscossione dei debiti non si sarebbero
potuti fare sequestri a danno dei beni e delle persone di Bormio in Valtellina.
Molti altri privilegi furono accordati da altri principi e ratificati dalla
Francia, fra i quali quello del commercio del vino della Valtellina che
poteva essere trasportato in Tirolo e in Germania unicamente dai Bormini
(40). Non ostante questi benefici il declino di Bormio fu costante. L’ultimo
colpo che li impoverì ulteriormente fu loro inferto dal trattato
stipulato dai Grigioni, penetrati in Valtellina, con il Duca di Milano,
nel quale si stabiliva che tutte le merci provenienti dalla Germania per
l’Italia transitassero dalla Rezia e non più da Bormio.
Il commercio del vino sosteneva ancora vantaggiosamente i Bormini,
ma quando i Grigioni si impadronirono della Valtellina esso fu abolito
a vantaggio dei Grigioni stessi. Nel 1512 Bormio passò sotto il
dominio di Luigi XII re di Francia e duca di Milano (41). Per motivi religiosi
scoppiò una rivolta in Valtellina alla quale si unì anche
Bormio. Questa alleanza durò dal 1620 fino al 1639 quando il trattato
di Milano mise fine alla guerra. Nel settembre del 1620 un’armata di Bernesi
e Zurighesi scesa su Bormio la saccheggiò avendo trovato il borgo
disabitato, in quanto erano tutti scappati all’approssimarsi dell’armata
che aveva superato ogni ostacolo frapposto. Gli Svizzeri furono battuti
a Tirano e si ritirarono. Nel 1621 gli Spagnoli avevano costruito nella
piana un forte chiamato col nome del governatore di Milano forte di Feria.
Questi, sebbene fossero amici, il 14 ottobre 1621 incendiarono Bormio per
cacciare i Grigioni. Più di 700 case furono preda delle fiamme e
se ne vedono ancora i resti sparsi. Le tasse e le contribuzioni considerevoli
imposte dagli Spagnoli, dagli Imperiali e dai Papalini ai quali i Francesi,
per trattato, avevano consegnato tutte le fortificazioni della Valtellina
e di Bormio, nel 1625 ridussero Bormio nella più squallida miseria.
Per colmo di sventura nel 1635 e nel 1636 la peste causò mali ancora
peggiori, facendo perire i due terzi degli abitanti. Tutti questi flagelli
abbattutisi su Bormio l’uno dopo l’altro l’hanno ridotta nello stato in
cui si trova attualmente (I). È ben triste vederla senza popolazione,
senza commerci, senza attività, ai piedi di una montagna brulla,
sempre coperta di neve, attorniata dalle rovine degli incendi e da una
piana dove non esiste alcun albero. Il colpo d’occhio è ingannatore.
Vedendola dall’alto di Cepina tutto sembrerebbe bello, quindici chiese,
cinque torri, i resti dell’antico castello, le case disposte ad anfiteatro
offrono un effetto mirabile, ma questa illusione si infrange al momento
in cui entriamo in paese. Vediamo ancora nella piazza il luogo dove venivano
pubblicate le sentenze emanate dal consiglio del popolo (J). La chiesa
grande è abbastanza bella, quella dei Gesuiti è meno spaziosa
ma ha una superba architettura ed è stata realizzata su progetto
del celebre Pozzi (42). Tutte le altre non valgono molto salvo quella di
Combo, dove l’altare del Crocifisso, costruito con marmo locale, è
di una notevole bellezza. I palazzi del governo e della dogana non hanno
altri pregi se non quello di essere antichi. Gli abitanti della contea
e soprattutto quelli del borgo sono buoni ma rozzi, sono sempre stati favorevoli
al governo democratico e lo sono tuttora. Pochi si applicano alle arti
dove potrebbero riuscire, ma anche qui sono come nelle vallate (vino e
pigna). Non sono per niente malfidenti, la più parte delle abitazioni
rimane aperta anche di notte e, sebbene il paese sia pieno di poveri, non
si sente mai parlare di furti (K).
L’aria è molto salubre. Il vino importato dalla Valtellina qui
raggiunge un grado di bontà straordinaria e anche quello mediocre
diventa buono dopo una stagionatura di pochi mesi.
Gli abitanti della contea di Bormio sono sempre stati gelosi del diritto
di cittadinanza che viene accordato molto raramente agli estranei anche
se residenti da più secoli (L). Vessati a lungo dai Grigioni e considerato
il fatto che questi non rispettavano gli articoli del trattato di Milano
del 1639, il 9 luglio 1797 i Bormini dichiararono liberamente la loro indipendenza
e furono aggregati alla Cisalpina oggi Repubblica italica (M). Non vi è
paese che più di Bormio meriti le attenzioni del governo sia per
l’attaccamento che gli abitanti portano alla Repubblica, sia a causa della
loro estrema povertà. Gli incoraggiamenti affinché migliorino
le loro coltivazioni e diventino più industriosi sarebbero per loro
un beneficio impagabile.
I Bagni sono situati a nord di Bormio all’inizio della salita per il
monte Ombraglio, presso le bocche dell’Adda. Sono rinomati per la loro
antichità ma ancor più per le proprietà delle acque
che, come attestano i pareri degli scienziati antichi e moderni, hanno
prodotto benefici straordinari, quando i malati ne hanno fatto uso secondo
le prescrizioni. Sembra che i Romani siano stati i primi a prendersene
cura e dopo di loro i Goti. La lettera di Magno Aurelio Cassiodoro, segretario
di stato di Teodorico, di Alarico, di Teodoto e di Vitige, prova e fa conoscere
quale fosse la reputazione delle acque termali di Bormio. Dopo i recenti
esperimenti condotti dai chimici e dai medici Pietro Tussignano (43), Andrea
Mattioli, Nicolò Anesi e, ultimamente, Giova Battista Simoni è
provato che le acque calde dei Bagni di Bormio non contengono nitrati,
allume, vetriolo o altri elementi minerali se non finissime parti di calcare,
di sale medio e di sale alcalino e che lo zolfo è presente solo
in piccolissime quantità (N). Le acque sono limpide e molto abbondanti.
La fonte del bagno superiore è meno calda e dà un getto di
circa tre pollici. Quello inferiore è più caldo ed ha anch’esso
una portata di circa tre pollici. Quattro sorgenti si perdono nei paraggi
senza essere sfruttate. Soprattutto una sgorga molto abbondante e più
calda delle altre fra le rocce ai bordi dell’Adda. Il governo con poca
spesa potrebbe riunirle e trarne profitto facendo restaurare il locale
esistente che è stato danneggiato dalle truppe che vi hanno alloggiato
durante le ultime campagne e che non può accogliere che pochi malati.
Un altro tesoro che possiede il territorio di Bormio sono le acque
minerali di Magliavacca o di Santa Caterina. Queste acque sono acidule
o marziali, hanno le stesse proprietà di quelle celebri di San Maurizio
nei Grigioni e potrebbero avere la stessa origine di quelle in Val di Sole
nel territorio del vescovo di Trento. Molti stranieri vengono a prendere
le acque di Santa Caterina durante i mesi di luglio e d’agosto perché
sono medicinali. Santa Caterina non ha altri abitanti se non i pastori
che vengono a pascolare i loro greggi dopo lo scioglimento delle nevi e
a falciare il fieno. I malati non trovano altro alloggio in questo luogo
selvaggio se non presso un cattivo albergo in legno dove sono male accuditi.
Queste acque costituirebbero un reale beneficio per il governo e per il
paese stesso facendovi costruire uno stabilimento adatto per accogliere
gli ammalati.
Bormio, situato in mezzo ad alte montagne, non offre una buona posizione
militare suscettibile di essere fortificata per difendersi in quanto i
terreni del fondovalle sono sovrastati dappertutto dalle alture. Solo le
montagne che confinano con la Valcamonica potrebbero prestarsi a tale scopo.
Il monte di Rezzalo e il monte Taron o di Verva possono offrire una buona
resistenza. Per prevenire il nemico quando le nevi permettono di valicare
Fraele, l’Ombraglio, Livigno, il Foscagno, il Forno, il Gavia e la Forcella
sarà opportuno appostarsi a Tubre, a Monastero, a Martello, sul
Cevedale su fiume Ghesco (44) e a Ponte di Legno che costituiscono le migliori
posizioni per difendere con profitto la contea di Bormio dal lato del Tirolo,
così come sul monte Dosdé, sul Cassana o sul Foscagno per
quanto riguarda il versante dei Grigioni.
Bormio il 20 ventoso dell’anno X della Repubblica.
Il sottoscritto Pigny, comandante d’armi della piazza di Bormio.
Osservazioni
Senza le sapienti osservazioni del teologo Ignazio Bardea e soprattutto
gli scritti preziosi da lui redatti sotto il titolo dello Spione Chinese
nella Rezia (45) che contengono non solamente la storia ma anche la mineralogia
e la storia naturale della sua patria, mi sarebbe stato impossibile riunire
tutti i materiali necessari per redigere questa memoria. Sarebbe auspicabile
che il Bardea fosse meno modesto e che permettesse la stampa di tutte le
sue opere che sono encomiabili dal punto di vista filosofico e morale.
Ciò gioverebbe al pubblico e a quelle persone che amano la virtù
e le scienze.
Sottoscritto Pigny.
NOTE
Note originali al testo, redatte dal Pigny (contrassegnate con lettere
e asterischi)
(A) Molti autori sostengono che i primi abitanti di Bormio siano venuti
dalla Germania. Inghirami invece prova più chiaramente nella sua
pubblicazione sui reperti di antichità etrusche, stampata a Francoforte
nel 1637, che, durante la guerra di Catilina, gli Etruschi condotti da
Reto vennero a rifugiarsi su queste montagne alle quali dettero il nome
di Rezia.
(B) Gli Etruschi, vinti da Belloveso, generale dei Galli, quando invase
l’Insubria emigrarono ancora come è attestato dagli storici Strabone,
Plinio e i Commentari di Cesare.
(C) I Breuni o Bormi furono vinti da Druso, generale d’Augusto, come
lo prova il celebre poeta Orazio Flacco, che viveva ai tempi d’Augusto.
Dopo che Druso ebbe assoggettato i Brauni o Bormi:«Drusus Germanos
implacidum genus / Breunosque veloces; et arces / alpibus impositus tremendis»
[n.d.r. Druso (assoggettò) la stirpe dei Germani bellicosi e i veloci
Breuni e i castellieri collocati sulle sommità delle alpi spaventose].
(D) Tutte le volte che ha piovuto per la durata di alcuni giorni, le
rocce delle sommità che sovrastano la Serra si staccano e rotolano
nel fiume.
(*) All’inizio del mese Ventoso dell’anno X (n.d.r. febbraio 1802)
una grossa valanga di neve si è abbattuta su ventiquattro case e
un mulino di Livigno ma solo due abitanti sono periti in questa disgrazia.
(E) Il canonico teologo Bardea ha sperimentato che le tegole di terracotta
dopo uno o due anni si riducono in polvere.
(**) Durante l’inverno le api, come le piante da giardino, vengono
ritirate all’interno.
(F) Il botanico Gian Battista Patirana di Bergamo, rifugiatosi a Bormio
per qualche lite, durante la sua lunga permanenza, esplorò le montagne
che gli fornirono i mezzi per sussistere commerciando le piante medicinali
che spediva a tutte le farmacie della Lombardia. Fu lo stesso Patirana
che guidò Cristoforo Pelati, segretario dell’Accademia agraria di
Brescia quando venne a visitare le montagne della contea di Bormio. Molti
altri professori vi hanno trovato un’infinità di piante rare e utili.
(G) Ferdinando Nesina oltre ad occuparsi della ricerca dei minerali
ha effettuato una raccolta di fossili e di insetti tipici di queste montagne,
allestendo una collezione molto curiosa.
(H) Un vecchio abitante ha confidato al canonico Bardea che per vari
anni un estraneo era venuto in questa vallata a raccogliere questi minerali
senza condividere con alcuno il suo segreto.
(***) Fraele e monte Ombraglio.
(****) Il passo di Fraele è praticabile con i carri anche durante
i mesi invernali quando c’è poca neve. Comunque, periodicamente,
si batte il percorso, ciò che invece non avviene per l’Ombraglio
che resta chiuso più a lungo.
(*****) Viene aperto un mese dopo quello di Fraele.
(******) Benedetto Giovio, foglio 34,35,36,37.
(I) Quando arrivai a Bormio il 6 Vendemmiaio dell’anno X, tutta la
popolazione della contea arrivava a 5500 individui. Su tutto il territorio
un terzo emigra ogni anno all’inizio di Brumaio in Lombardia esercitando
i mestieri di facchino o di ciabattino per guadagnarsi da vivere durante
i mesi estivi. Essi non fanno ritorno che durante il mese di Germinale
e occorre tener presente che non tutti rientrano, il che fa diminuire ogni
anno la popolazione.
(J) Benché soggetti ai Grigioni, i Bormini godettero il privilegio
di governarsi democraticamente secondo gli antichi statuti. Il podestà
grigione è privo di potere deliberativo e non ha che la facoltà
di adottare le delibere.
(K) L’aria produce effetti singolari sulle donne. Quelle di Grosio
famose per il gozzo, quando risiedono a Bormio per tre o quattro anni lo
perdono e diventano uguali alle Bormine che raramente ce l’hanno. La salubrità
dell’aria impedisce anche di ingrassare, benché i principali alimenti
siano le grassine, la carne di bovini, la polenta e il vino. Si vedono
poche persone affette da questa malattia.
(L) Molte famiglie che qui risiedono da più secoli non hanno
mai ottenuto la cittadinanza né la facoltà di far parte del
Consiglio del patriziato locale. Tale è il caso della famiglia Dea
e del conte Lechi di Brescia, zio di un generale di divisione, rifugiatosi
a Bormio per evitare le persecuzioni dei governanti veneti.
(M) Questa piccola rivolta generò l’uccisione del conte Lechi
che fu fucilato su un’altura nei pressi di Cepina il 23 luglio 1797 con
l’abate Silvestri e lo Zuccola da alcuni paesani che avevano mal interpretato
le intenzioni e le opinioni di questi tre individui.
(N) I manoscritti che trattano delle virtù delle acque dei Bagni
di Bormio scritte dai medici Pietro Tussignano, Andrea Mattioli e Nicolò
Anesi sono conservati presso la chiesa dei Bagni e presso alcuni privati
di Bormio affinché possano essere letti dagli ammalati. Nell’Europa
medica, stampato nel 1747, troviamo una lettera concernente i Bagni di
Bormio scritta dal dottor Gian Battista Silvestri al conte Francesco Roncalli.
Note del curatore (contrassegnate con numeri):
(1) Il memoriale è conservato in copia presso l’Archivio comunale
di Bormio (ACB) fra i carteggi ancora da inventariare. Ringrazio gli amici
d. Remo Bracchi, Francesco Pace, Ilario Silvestri e Lorenza Fumagalli per
la cortese consulenza prestata.
(2) Il Pigny lesse certamente l’opera del Bardea intitolata Lo spione
chinese nella Rezia e più in particolare trasse notevoli spunti
dal VI libro intitolato Il sogno. In tale manoscritto che costituisce il
supplemento conclusivo ai cinque libri precedenti, il Bardea, sognando
la rinascita del Bormiese, passa in rassegna le ricchezze naturali non
sfruttate e le potenzialità su cui puntare per una ripresa economica
e per un miglioramento dello stato sociale di quelle popolazioni.
(3) Il Bardea, riferendo della sua corrispondenza con Giulio Lavizzari,
giudice di Tirano, ricorda che questi lo aveva messo in contatto con il
milanese Giuseppe Tamburini, commerciante d’arte, riferisce che questi
«stimò la testa di San Giovanni Battista decollato, che mi
fu giudicato del Van Dick dal signor Capo Battaglione Pigny, di ottima
mano se non del suddetto». ACB, Corrispondenza I Bardea, lett. 28
pag. 98.
(4) Credo sia superfluo ricordare come il Bormiese sia stato contado
di nome e mai di fatto in quanto Bormio e le sue “onorate” valli non furono
mai rette da un conte bensì da un podestà. La qualifica di
contado (quella di contea è di introduzione seicentesca) entrò
in uso in epoca viscontea con la nuova ripartizione amministrativa del
territorio valtellinese. In tale occasione, mentre la Valtellina fu suddivisa
in terzieri, il Bormiese, in virtù di prerogative giurisdizionali
e daziarie che lo distinguevano dal resto della valle, assunse tale titolo
che lo accomunava, per certi versi, alla Valchiavenna, dove però
l’autorità ducale aveva preposto un conte.
(5) 11 marzo 1802.
(6) È leggendaria la ritirata degli Etruschi in Valtellina come
pure la figura del loro condottiero Reto che avrebbe dato il nome alla
Rezia. Fra gli studiosi valtellinesi dell’inizio del 1800 riscuotevano
ancora un certo credito le ipotesi avanzate dallo storico Quadrio favorevoli
ad attribuire un’origine etrusca a molti toponimi valtellinesi. La scoperta
di iscrizioni definite “nord-etrusche” nel territorio della provincia di
Sondrio (Montagna e Tresivio) ci permette unicamente di attestare la comune
origine dei caratteri in cui sono state redatte che corrisponde all’alfabeto
etrusco. Ma, come osserva il Mancini, «con questo siamo tuttavia
molto lontani dal constatare una qualche reale omogeneità: l’elemento
comune costituito dall’alfabeto etrusco è comune solo come elemento
di partenza; perché l’alfabeto importato dall’Etruria presso le
diverse etnie dell’Italia settentrionale preromana è stato di volta
in volta adattato profondamente alle esigenze fonologiche delle singole
lingue o varietà linguistiche locali. Tale adattamento è
avvenuto mediante la cosciente selezione e/o integrazione e/o trasformazione
formale dei grafemi etruschi, canonizzando di volta in volta rapporti diversificati
tra grafemi e fonemi» (A. MANCINI, Iscrizioni rupestri dell’Italia
settentrionale: connessioni e prospettive, in “Il Parco delle incisioni
rupestri di Grosio e la preistoria valtellinese”, Sondrio 1988, p. 152).
(7) Belloveso, principe gallo, fondatore, secondo la leggenda, di Milano.
Sarebbe stato mandato da suo nonno, il re Ambigato, insieme con il fratello
Segoveso, con gran numero di gente, al fine di alleggerire l’eccesso di
popolazione in patria, nell’Italia settentrionale, dove avrebbe sconfitto
gli Etruschi e fondato la città.
(8) Non è da escludere che tali località siano state
presidiate già in epoca tardo romana o bizantina, tuttavia i resti
delle fortificazioni, tuttora visibili, sono relativi all’epoca medievale.
Cfr. S. ZAZZI, Fortificazioni nel Bormiese, Sondrio 1994.
(9) Druso Claudio Nerone (38-9 a. C.) era figlio di Tiberio Claudio
Nerone e di Livia Drusilla e fratello minore del futuro imperatore Tiberio.
Nel 15 a. C. insieme con Tiberio condusse una brillante campagna contro
Reti e Vindelici. Quanto alla conquista romana della Valtellina, che essa
sia avvenuta ai tempi di Augusto è un dato ormai pacificamente accolto
da tutti gli storici, ma ignoriamo ancora in forza di quale disegno strategico
sia stata intrapresa. Secondo l’ipotesi più probabile, proposta
dal Garzetti, l’impresa sarebbe da collocarsi nel corso della campagna
del 16 a.C. di Publio Silo piuttosto che in quella del 15 a.C. di Druso
e Tiberio. In entrambi i casi comunque non sembra che siano transitati
per la nostra valle. Druso infatti risalì la valle dell’Adige (dove
abitavano i Breuni, che il Bardea, e quindi il Pigny, per assonanza, vorrebbero
identificare con i Bormini) e superò il passo Resia, mentre Tiberio
penetrò fra i Reti da occidente partendo dalla Gallia. Si veda:
A. GARZETTI, Problemi di romanizzazione della Valtellina, in “Il Parco
delle incisioni rupestri di Grosio e la preistoria valtellinese”, Sondrio
1988, p. 171.
(10) I Breuni (lat. Breuni, Breones) erano una popolazione probabilmente
di schiatta italica pre-indoeuropea che dai tempi dell’Impero romano e
fin verso la metà del IX secolo d. C. abitò l’alta valle
dell’Isarco e del Brennero. Questa popolazione non ha quindi niente a che
vedere con gli abitanti di Bormio. Tuttavia il memorialista francesce,
nel tentativo di trovare una qualche assonanza fra Breuni e abitanti dell’alta
valle dell’Adda, in tutto il testo li chiama Bormi e non Bormini.
(11) Le prime attestazioni documentarie riguardanti la fortificazione
di Serravalle risalgono al sec. XIII, quando nel trattato di pace con i
Comaschi ne fu imposto lo smantellamento. Non si hanno notizie specifiche
sul forte di Profa, ma certamente la muraglia difensiva risaliva gli impervi
dirupi per un lungo tratto fin sotto i contrafforti naturali di Profa.
Le due torri che sovrastavano la porta di accesso furono realizzate probabilmente
solo nel 1391 all’epoca in cui fu fortificata anche la Serra sopra i Bagni.
Si veda: G. SCARAMELLINI, La muraglia di Serravalle nel Quattrocento, in
“Mons Braulius. Studi in onore di Albino Garzetti”, Sondrio 2000, pp. 285-290.
(12) Era in atto in quel periodo un avanzamento dei ghiacciai noto
come glaciazione napoleonica. Nei primi decenni del 1800, Giacomo Silvestri,
già parroco di Premadio e di Livigno e infine rettore del ginnasio
di Bormio, rilevava la preoccupazione della popolazione per l’avanzata
della vedretta del Vallecetta che progressivamente riduceva la superficie
dei pascoli.
(13) Di questa vigna, tuttora esistente, parlava già l’Alberti
nelle Antichità di Bormio. Il Bardea, partendo dal noto adagio che
individua nel risparmio la prima fonte di guadagno, aveva proposto alcune
colture alternative all’importazione del vino valtellinese che incideva
in maniera pesate sulla stentata economia bormina. Sollecitava ad esempio
la diffusione della birra, prodotto ricavabile dalla fermentazione dell’orzo,
e la coltivazione intensiva delle ciliegie e delle prugne sulle pendici
della Reit per ottenere distillati che sostituissero la grappa valtellinese.
(14) Dovrebbe trattarsi del ponte di Cepina, che si incontra salendo
prima del paese, e di quello di Osteglio, dopo Santa Lucia, del quale non
resta più traccia alcuna.
(15) Si tratta ovviamente del grano saraceno, qui definito “grano nero”
per il colore scuro dei chicchi e della farina. Si noterà che in
tutto il memoriale non si accenna mai alla coltivazione della patata che
fu introdotta in maniera intensiva solamente nei primi decenni del 1800.
Il Bardea, già nel 1784, elogiava le numerose proprietà dei
tuberi, già noti localmente col nome di tartùfole.
(16) Il ghiacciaio dei Forni ha tale denominazione per l’ampia bocca
terminale, a forma di forno, che lo caratterizzava quando si estendeva
fino alla gola sottostante l’albergo omonimo. La grandiosità di
tale fenomeno impressionò anche l’abate Stoppani che lo descrisse
in un noto capitolo del Bel paese.
(17) Tale è la denominazione che viene data al torrente Viola.
(18) Come segnala il Silvestri, oltre al giudizio negativo espresso
nel 1835 dal commissario distrettuale Marco Carminati sulla fertilità
del Bormiese, anche William Brockedon e Walter White, nei loro diari di
viaggio del 1826 e del 1855, furono impressionati dall’ignavia e dalla
sporcizia che regnavano in Bormio (I. SILVESTRI, Le strade dell’Umbrail
e dello Stelvio dal Medioevo al 1900, Bormio 2001, pp. 27 e 45).
(19) Risulta eccessivamente negativa sia la valutazione della situazione
boschiva sia l’affermazione della totale assenza di pecore e capre.
(20) Le qualità del miele bormino venivano elogiate, in quegli
anni, anche dal prefetto dell’Ambrosiana Mazzuchelli che in una lettera
a Giacomo Silvestri lo definiva semplicemente “squisito”. ACB, Corrispondenza
Silvestri-Mazzuchelli.
(21) Non esiste un minerale che abbia tale denominazione. Il copista
ha associato per assonanza il termine scientifico a lui ignoto con reminiscenze
di storia ecclesiastica. Dal manoscritto del Bardea apprendiamo che in
realtà si trattava di “rosso ametista”. Egli scrive testualmente:
«Sotto di bagni, nelle rupi verso l’Adda, vi si trovano delle stalattiti
bellissime, tinte di vari colori: di verde, rosso, di ametisto, alla foggia
di alcuni cristalli che si trovano nella Ungheria chiamati cristalli ametistini.
Potrebbero dare indizio di qualche vero ametisto» (cfr. Il Sogno,
Libro VI, p. 89). Occorre precisare che il colore ametista di quelle concrezioni
non può implicare, come supponeva il Bardea, la presenza di cristalli
di quarzo ametista in quanto incompatibile con quel tipo di rocce calcaree.
(22) La trascrizione del copista è errata poiché il marcascisto
non esiste. Anche in questo caso ci viene in aiuto il manoscritto del Bardea
dal quale apprendiamo che «i pezzi di miniera di pirite, o marchesite,
si trovano nel fiume Freddolfo in molti siti. … Servivano anticamente per
pietre focaie nelle spingarde, dando un fuoco vivissimo» (I. BARDEA
Il Sogno, Libro VI, p. 89). Fino ai primi decenni del 1800 col termine
di marcasite si usavano designare in modo generico i vari tipi di pirite.
(23) Si possono ancora vedere le imboccature franate sotto la località
denominata Brugiafòl, lungo il sentiero che dal Ronchét conduce
a Pradibèl.
(24) Località ora coperta dall’invaso della diga di San Giacomo.
(25) Così scrive l’Urangia Tazzoli a riguardo dell’altare del
Crocefisso: «Nella cappella del S.S. Crocefisso notasi: un bell’altare
di marmo dei fratelli Buzzi di Viggiù; una balaustra in marmo nero
dell’Umbraglio, rosso di Trepalle e venato di Sobretta, buon lavoro del
bormiese Maria Giuseppe Tamagnini». T. URANGIA TAZZOLI, La Contea
di Bormio, vol. II, Bergamo 1933, p. 487.
(26) In realtà sembra che il nome derivi dalla conformazione
a cresta del crinale.
(27) I lupi si estinsero nel Bormiese all’inizio del 1800. La più
recente segnalazione del pagamento di una taglia per il loro abbattimento
risale al 21 giugno 1794. SILVESTRI p. 25.
(28) L’ultimo orso del Bormiese fu abbattuto sui monti di Zandila nel
1902.
(29) Il testo erroneamente segnala il XIX secolo. Si evita volutamente
di commentare i fatti d’arme più antichi che ricalcano le opinioni
della storiografia dell’epoca.
(30 ) Secondo il calendario repubblicano Brumaio corrisponde a ottobre,
Ventoso a febbraio e Germinale a marzo.
(31) Probabilmente si tratta del lago Cornacia inglobato nell’invaso
della diga di San Giacomo.
(32) Secondo il calendario repubblicano si tratterebbe del 1801. In
realtà il fatto ricordato avvenne il 17 marzo del 1799. In tale
data i Francesi inseguirono gli Austriaci, che si erano ritirati da Bormio,
tentando di passare l’Umbrail. Come ricorda il Silvestri: «L’intera
divisione, fanti e artiglieri carichi di viveri, per sei giorni affrontò
la montagna nella tormenta più furiosa e con temperature glaciali.
La fanteria riuscì a varcare il giogo e a raggiungere, sfinita,
la valle a tarda notte; l’artiglieria, giunta in alto con la neve che turbinava,
non riuscì a superare l’ultimo tratto e, trascorsa la notte alla
meglio, ritornò al mattino verso Bormio, raggiungendola alle sei
del pomeriggio con quindici artiglieri con le membra congelate e molti
cavalli e muli da abbattere perché sfiancati» ( SILVESTRI,
p. 44).
(33) Nei documenti più antichi è scritto Lareyto e il
toponimo deriva dal latino l a r i c t u m cioè “lariceto”.
(34) Il fatto d’arme avvenne in realtà nel 1635. Gli Imperiali,
perso il controllo della Valtellina ad opera del Rohan, con quell’azione
cercarono invanamente di riconquistarla. Come ci informa il Massera: «Il
22 ottobre, il Fernamont avanzò dalla Val Monastero verso la Val
Fraele con circa seimila fanti e novecento cavalieri, mentre un altro reparto
di moschettieri scelti, agli ordini del colonnello Herrera, calava in Val
Furva attraverso i pericolosi ghiacciai e le rupi del Cristallo. L’assalto
alle posizioni francesi si sarebbe dovuto svolgere contemporaneamente lungo
tre direttrici concentriche: il grosso dell’armata, guidato dal Fernamont,
sarebbe sceso in Valdidentro e avrebbe attaccato da quella parte; il colonnello
Eynon con due reggimenti di fanti, passando dalla Val Fraele in quella
del Braulio, avrebbe tentato di forzare da nord la Serra dei Bagni, mentre
dalla Val Furva sarebbe venuto in suo sostegno il contingente del colonnello
Herrera. Ma la manovra fallì perché i due reparti sussidiari,
impediti nella marcia di avvicinamento da ostacoli imprevisti, giunsero
tardi all’appuntamento» (S. MASSERA (a cura) La spedizione del duca
di Rohan in Valtellina, Milano 1999, p. 66). Per completezza possiamo ricordare
che durante la ritirata il Fernamont fu sorpreso dal Rohan mentre bivaccava
in Val Fraele e nello scontro, avvenuto il 31 ottobre, perirono più
di duemila soldati imperiali.
(35) Per la conformazione a punta, il tratto di terra è chiamato
Agói dal latino *a c u c u l u m “a forma di ago”.
(36) Per una corretta valutazione della distribuzione della popolazione
del Bormiese, può tornare utile riportare i dati forniti dal Bardea
nel 1784:
-Valdisotto: (San Martino, San Bartolomeo, Morignone, Santa Maria Maddalena,
Tolla, Cepina e i nuclei minori) abitanti complessivi 1028. Inoltre,
Piazza 140, Piatta 200, Oga 204, Fumarogo e Santa Lucia 84.
-Bormio (secondo lo stato d’anime del 1766) 1044.
-Valdidentro: Premadio, Molina e Turripiano contano 259 abitanti. Inoltre,
Pedenosso 232, Isolaccia 300, Semogo 265.
-Livigno 620 e Trepalle 124.
-Valfurva (Uzza, Teregua, San Nicolò, Sant’Antonio, San Gottardo
e Madonna dei Monti) vi sono in tutto 1200 persome.
A tale data, dunque, la popolazione complessiva ammontava a 5680 abitanti
(I. BARDEA, Lo Spione Chinese nella Rezia, vol. III, pp. 29-34). Come ricorda
il Pigny, vi era una forte emigrazione stagionale che si esplicava prevalentemente
nell’attività di ciabattino durante i mesi invernali. Il Bardea
notava che questa professione sedentaria indeboliva i fisici già
poco prestanti e favoriva le patologie polmonari. Egli auspicava pertanto
che gli emigranti esercitassero attività più salubri come
il facchinaggio praticato a Sondalo e a Grosio dove grazie ad un esercizio
fisico quotidiano sorretto da una adeguata alimentazione vi erano corporature
massicce e meno malattie. Fra le attività artigianali da incentivare
in loco, egli ricordava i lavori di falegnameria e di intaglio del legno,
allora scarsamente sviluppati (I. BARDEA, Lo Spione Chinese nella Rezia.
Il sogno. Vol. VI, pp. 81-83).
(37) Le cinque torri menzionate sono: la torre Alberti, la torre del
castello De Simoni, quella comunale, la torre Pedranzini e la torre del
Verona, già all’inizio del reparto Ruina, che ha dato il nome al
Bar Torre della piazza del Quèrc’.
(38) Bormio deriva dal leponzio *b o r m o “caldo”, per la presenza
delle sorgenti termali. La dizione mons Braulius è la reinterpretazione
di Nombraglio, da in Ombraglio, che deriva dal latino o m b r a c u l u
m “riparo ombreggiato”, forse dalla presenza di capanni di pastori.
(39) Per l’esattezza nel 1348 Bormio veniva presa con la forza da Luchino
Visconti.
(40) Già i Visconti, a partire dal 1378, favorirono in vario
modo i commerci del Bormiese largheggiando in concessioni. Francesco Sforza
nel 1450 decretava che «si proibisce a chiunque che non sia Bormino
di condurre vino in Germania e a Coira per la montagna del Braulio e per
quella di Fraele sotto pena della confisca del vino, e ciò come
risarcimento delle spese sostenute per la riparazione e ricostruzione delle
strade attraverso i predetti valichi». Nel 1503 il re di Francia
concedeva l’esenzione del dazio per 1500 carri di vino. SILVESTRI, p. 6.
(41) Per precisione storica il Re di Francia subentrò agli Sforza
nel Ducato di Milano non nel 1512 ma nel 1500. Nel 1512 invece avvenne
l’occupazione della Valtellina da parte dei Grigioni.
(42) Non vi sono documenti che provino questa tesi. Lo stile architettonico
che la caratterizza ne fa il più bell’esempio del barocco nel Bormiese.
Esso si rifà ai canoni della Controriforma e agli stilemi delle
chiese gesuitiche. Per tale motivo alcuni studiosi vi scorgono l’influenza
del Pozzo la cui espressione più nota è certamente la chiesa
del Gesù a Roma.
(43) Nel 1336 Pietro Tussignano decantava le proprietà terapeutiche
dei Bagni di Bormio nel Liber de Balneis Burmii.
(44) Attualmente detto Gheésc, in antico Gaviasco.
(45) Si conservano ancora i cinque quaderni manoscritti più
un sesto, redatto come supplemento, intitolato Il sogno che contiene numerose
osservazioni di carattere naturalistico. Una trascrizione dattiloscritta
è stata curata dal padre Ireneo Simonetti. |