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Una relazione ottocentesca sullo stato dell’ex contado di Bormio

a cura di GABRIELE ANTONIOLI

Note introduttive

Il memoriale che segue è stato redatto nel 1802 da un certo Pigny, funzionario francese della Repubblica italica e comandante d’armi della piazza di Bormio (1).
Alla scarsità di elementi che si richiederebbero per inquadrare meglio l’autore, dobbiamo aggiungere anche il fatto che non ci è dato di sapere con precisione quale sia stata la motivazione e lo scopo della relazione stessa. Ignoriamo se sia stata sollecitata dall’amministrazione centrale nell’ambito di un’inchiesta più generale per verificare lo stato dell’economia dei singoli distretti e per valutare una eventuale imponibilità fiscale o se sia stata inoltrata su iniziativa personale del Pigny per perorare interventi e sussidi a sostegno di una situazione economica e sociale che, come vedremo, risultava quanto mai critica e disastrosa. Comunque stiano le cose, in entrambe le ipotesi, leggendo la relazione, la figura dell’autore ci appare più come amico e sostenitore degli interessi di Bormio che nei panni di uno zelante funzionario pronto ad assecondare le esigenze di cassa di un erario insaziabile. Per meglio valutare i giudizi poco lusinghieri che a volte traspaiono e che sembrano dipingere una realtà ancor più critica di quella che doveva essere effettivamente, occorre tener presente che il Pigny non redige un diario di viaggio e neppure una guida per incentivare il turismo, ma stende una relazione tale da assumere in alcuni punti il carattere di supplica. La forma e i contenuti, accentuati da alcune evidenti forzature, dovevano richiamare l’attenzione del governo centrale e sollecitare iniziative adeguate di sostegno. Dalla lettura emerge un altro elemento della personalità dell’autore e cioè la vastità delle conoscenze e degli interessi che vanno dal campo culturale a quello economico e ambientale. A dire il vero, i contenuti della sua relazione, come egli stesso riconosce con molta onestà in appendice, sono in gran parte attribuibili alle ricerche di Ignazio Bardea, i cui scritti egli aveva avuto modo di consultare e di apprezzare. A conclusione del memoriale l’autore non manca, fra l’altro, di manifestare il proprio rammarico che, per modestia dell’autore, non si fosse ancora provveduto alla loro pubblicazione, cosa che a tutt’oggi non è ancora avvenuta. Leggendo i manoscritti del Bardea ci si accorge come in realtà essi siano stati, più che un semplice punto di riferimento, una vera e propria fonte di informazioni alla quale gli studiosi locali hanno finora attinto a piene mani, magari ignorando l’autore (2). Comunque, la stima nutrita dal Pigny verso il dotto ecclesiastico bormino doveva essere da lui ricambiata, perché sappiamo che il Bardea aveva interpellato il capo della guarnigione per un giudizio critico sui dipinti che costituivano la sua pinacoteca personale (3). 
La relazione costituisce il primo studio di carattere socio-ambientale fra quanti verranno poi redatti a livello provinciale nel corso del XIX secolo. Per tale motivo, sebbene non contenga eclatanti novità, essa costituisce un’importante elemento comparativo con i successivi memoriali ed inoltre ci offre un interessante spaccato del Bormiese agli inizi del 1800. Il testo scorrevole è di piacevole lettura. Risultano particolarmente curiose, per non dire gustose, alcune valutazioni di carattere economico e sociale come quando si individua nel binomio vino e tepore delle stue la causa dell’indolenza e dell’apatia che pervade gli abitanti della zona; oppure dove si riconosce alla salubrità dell’aria un potere terapeutico e dietetico capace di prevenire il gozzo e di mantenere snelli nonostante l’alimentazione ricca di grassi. Ma al di là di queste e di numerose altre note di colore il memorialista, rifacendosi sempre al Bardea, concorda sul fatto che una delle cause della stagnazione dell’economia locale derivi dal crollo dei traffici commerciali, e come per la loro incentivazione servirebbe, più che il ripristino di privilegi daziari, il miglioramento della rete viaria specie con la Valtellina. Il Pigny intravede inoltre nel migliore sfruttamento delle risorse agricole e naturali, in particolare nel termalismo bormino e nella realizzazione di strutture ricettive per le cure idropiniche presso la fonte di Santa Caterina, delle latenti potenzialità economiche da perseguire. L’autore, tratteggiando le vicende protostoriche e storiche, non fa che ripetere i luoghi comuni della storiografia del tempo mentre risulta innovativa e originale la sua visione dell’ambiente naturale che viene descritto con una sensibilità che prelude al gusto romantico. Egli risulta affascinato dalle grandi manifestazioni della natura nei suoi aspetti più selvaggi, che oggi nel francese corrente definiremmo afreusement beaux, quali l’asprezza dei contrafforti rocciosi, l’imponenza dei ghiacciai e il fragore delle cascate, specie quella in prossimità dei Bagni. Nella descrizione della conformazione geo-morfologica della Serra egli nota la precaria stabilità dei versanti che la sovrastano e i continui smottamenti che si verificano in presenza di piogge persistenti e sembra già presagire la catastrofica frana del Coppetto.
Per la vastità dei temi trattati, il saggio si presterebbe a numerosi commenti ma, per non gravarlo di eccessivi rimandi, ci si è limitati ad aggiungere solo le note ritenute essenziali. Si precisa comunque che il testo e le note in corsivo sono dovute al memorialista mentre le postille redazionali sono state numerate in caratteri arabi.
Il memoriale è scritto in lingua francese ma, poiché nella copia pervenutaci presentava numerosi errori di trascrizione e alcune lacune, in fase di redazione si è optato per una traduzione del testo direttamente in italiano. 

      
MEMORIE STORICHE DELL’EX CONTADO DI BORMIO CHE UNITA AI COMUNI DI GROSIO, GROSOTTO E SONDALO FORMA IL DISTRETTO (4)

Bormio 20 Ventoso anno X della Repubblica francese (5).

La contea di Bormio, situata a levante della Valtellina, è caratterizzata dalle montagne che servirono da rifugio ai popoli antichi dell’Etruria i quali, per sottrarsi al giogo di Catilina, vennero (A) a stabilirsi fra questi dirupi selvaggi che chiamarono Rezia in ricordo del loro capo (6). Gli Etruschi, vinti una seconda volta da Belloveso (7) condottiero dei Galli, quando invase l’Etruria, vennero nuovamente a cercare riparo nella Rezia (B). A partire da allora, gli abitanti di Bormio, accresciuti di numero con l’arrivo dei nuovi compatrioti, fortificarono le alture circostanti le loro abitazioni, costruirono dei fortilizi per difendere i passi di Fraele, dell’Ombraglio e della Serra e innalzarono il castello di San Pietro ai piedi della Reit, prossimo al difficile passaggio dei Bagni (8). Si vedono ancora in varie località i resti di queste possenti fortificazioni che attestano quale fu la forza di queste libere popolazioni di pastori e di guerrieri che seppero resistere a lungo alle legioni romane comandate da Druso (9), generale dell’imperatore Augusto Tiberio (C) e, dopo quest’epoca, ai governi che vollero assoggettarle (10).
In prossimità dell’ultimo villaggio della Valtellina, detto Le Prese, la vallata si restringe lasciando appena lo spazio al corso dell’Adda. Si entra nella contea di Bormio attraverso la Serra, luogo angusto dove le cime delle montagne che si fronteggiano sui due lati sembrano crollare da un momento all’altro. Una vecchia opera di difesa militare sbarra la strada che corre a sinistra dell’Adda, si tratta di una delle postazioni fortificate in passato che, risalendo le pendici del monte Rezzalo, si completava con il forte di Profa. Attualmente ci si serve della Serra unicamente per riscuotere i dazi sulle merci che entrano nel contado di Bormio. La strada passa ancora attraverso una porta, che può essere chiusa, fiancheggiata da due vecchie torri quadrate dove abitava il corpo di guardia (11).
Non appena il viaggiatore oltrepassa la Serra, subito rimane impressionato dall’ambiente selvaggio che lo circonda, in ogni istante è oppresso dal timore di veder crollare e precipitare a valle le sommità degli aspri dirupi. Non vi è persona che attraversando la gola non tremi dalla paura, gli stessi abitanti, sebbene abituati a questo genere di spettacolo, affrettano il passo per evitare inconvenienti (D) e fuggono da questi luoghi dove possono perire tragicamente.
Entrando nel territorio di Bormio, già alla Serra si percepisce il cambiamento di clima, l’aria si rinfresca per la gran quantità di neve che copre costantemente le sommità delle montagne e lo rende estremamente freddo (12). Ciò fa dire agli abitanti della Valtellina che i Bormini hanno nove mesi di freddo e tre di frescura. La neve copre il fondovalle, anche della vallata meno fredda, per sette o otto mesi all’anno. La vigna non ha mai potuto attecchire; ne esiste una sola pianta nel giardino del collegio dei Gesuiti e viene conservata come una vera e propria rarità (13). Gli alberi da frutta sono poco numerosi, solo alcuni privati, con molta cura, hanno trovato il modo di coltivarne qualcuno nei loro giardini. Il castagno, molto comune in Valtellina, non è presente a Bormio dove vegetano solamente pini e larici. Anche questa sorta di piante sono di natura talmente mediocre da indurre gli abitanti di Bormio a cercare in località più lontane non solo il legname da fabbrica ma anche la legna da ardere e per tal motivo risultano molto costosi. Per ridurre i costi, tutti questi trasporti si effettuano su slitta durante il periodo invernale.
Il territorio della contea è diviso in cinque vallate principali dette: Val di Sotto, Val di Dentro, Val di San Giacomo in Fraele, Val Furva e Val di Livigno. La Val di Sotto è quella che partendo dalla Serra risale l’Adda fino alla piana di Bormio dove si giunge passando su due ponti di legno in cattivo stato (14). Questa vallata è quella che ha il clima meno rigido, non ha altre produzioni se non la segale, il grano nero (15) per la polenta e il foraggio. La Val Furva è quella che risale il torrente Frodolfo fino al Forno (16) e la sua produzione principale è il foraggio. La Val di Dentro è quella che risale il torrente Isolaccia (17), dopo Premadio, fino al monte Dosdé e produce segale, grano nero e foraggio. La Val San Giacomo è abitata solamente durante i mesi estivi dagli alpigiani della Val di Dentro che vanno a pascolare i loro armenti, a tagliare il fieno e a produrre formaggi nelle loro capanne. La Valle di Livigno, totalmente staccata e separata dalla Val di Dentro dal monte Foscagno e Trepalle, è la più povera come produzione e la più fredda (*), tanto che i suoi abitanti a stento riescono a comunicare col borgo di Bormio durante i mesi invernali.
In tutte le vallate le case sono in legno e ciò favorisce sovente gli incendi. La tecnica costruttiva segue le antiche consuetudini e, non ostante le continue disgrazie che spesso mandano in rovina intere famiglie, non è possibile far adottare costruzioni in muratura che sarebbero più funzionali e meno dispendiose perché qui si trovano gli stessi materiali presenti sulle montagne genovesi. Le coperture sono tutte di legno perché oltre alla difficoltà di procurarsi l’ardesia, sarebbe difficile che i tetti possano resistere al clima (E). Infatti, questi materiali, già pesanti per loro stessi, aumenterebbero il loro peso a motivo della quantità di neve col rischio di schiacciare le case. 
Per contrastare il freddo, ogni casa dispone di una o due stue, camere interamente foderate di legno, nelle quali è situato un fornello in muratura realizzato con perizia e molta arte, di modo tale che viene scaldato una sola volta ogni ventiquattr’ore e rilascia un dolce tepore come quello del mese di maggio. Si può dire che questo fornello, inventato per necessità climatiche e per economizzare, ha finito per rendere gli abitanti oziosi perché non ve n’è uno che, dopo aver accudito al bestiame, sia operoso come lo sono i Tirolesi o gli Svizzeri. Tutto il tempo libero si passa bevendo vino vicino alla pigna e ciò è causa di malattie in quanto, alla minima fatica che fanno per salire in montagna, sono soggetti a fitte dolorose ai fianchi che sovente provocano la loro morte (18).
L’agricoltura è molto trascurata così come il bestiame. Il clima è cattivo. Sarebbe possibile migliorare la produttività di questi terreni ingrati introducendo nuovi tipi di colture che meglio si adattino al clima e coltivandoli con più cura e meno poltroneria. L’esperienza fatta dal canonico Bardea, soggetto di grande merito per i talenti e per l’attaccamento alla sua povera patria, prova che sarebbe possibile coltivare altre qualità di graminacee oltre a quelle già in uso. Egli introdusse nel 1785 in Val di Dentro la coltura del grano siberiano con buoni risultati, come pure avvenne nel territorio di Sondalo. Le altre vallate, a motivo delle antiche abitudini, non hanno mai voluto coltivare altre sementi se non quelle introdotte dai loro padri. 
Tutto è trascurato, dall’allevamento, all’apicoltura e alle piante medicinali e da tale indolenza deriva l’estrema povertà alla quale sono ridotti gli abitanti. Si possono contare in tutta la contea circa duemila cinquecento bovini quando sarebbe possibile allevarne il doppio; non vi sono né pecore né capre (19). Il miele, ricercato soprattutto dagli abitanti della Lombardia e la cui bontà eguaglia quello della Spagna (**), si trova a Bormio con molta difficoltà (20). Le piante officinali delle quali abbonda ogni montagna e che comporterebbero solo la fatica di andarle a raccogliere, potrebbero costituire un’altra fonte di guadagno come fanno gli Svizzeri. Nessun abitante si interessa di cogliere il lichene islandico, pianta ricercata e molto costosa che assomiglia per l’odore al muschio, la quale si trova sul monte San Pietro, presso la chiesa di San Colombano sopra Oga, sullo Zebrù nel territorio di Sant’Antonio di Furva e nel bosco di San Gallo (F). 
Tutte le montagne abbondano di minerali ma un solo abitante si è dato la pena di cercarli e se ne occupa ancora con successo (G). Fra i detriti di Campello si trova lo zolfo e l’arsenico, sul monte Reit si trova il talco, sul monte di Uzza si trova la scagliola molto bella e cristallizzata, così come a Frontale, presso Santa Caterina e a Uzza si trova del bel gesso. Sulla montagna dei Bagni fra le rocce presso l’Adda si trovano stalattiti di vario colore verde e rosso anabattista (21), come i cristalli che si trovano in Ungheria, chiamati cristalli anabattisti, e ciò potrebbe indicare la presenza di una vera miniera d’anabattista. Frammenti di marcascisto (22) si trovano nel greto del Frodolfo e sembra che esista in prossimità del villaggio di Piatta una miniera molto abbondante di piombo (23) così come pure in prossimità di Premadio. La valle del monte Zebrù, secondo il giudizio di molti professori di mineralogia, è la più abbondante di minerali, così come risulta la più sterile di vegetazione. A seguito delle osservazioni del padre Butironi, barnabita, vi è pure una miniera d’oro. Frammenti di questo metallo sono stati trovati ai piedi della montagna e sembrerebbe che questa miniera sia stata coperta dalle rovine del crollo della vetta (H). Tracce d’oro si trovano anche in una sorgente sotto la chiesa di San Colombano vicino alla vedretta. Le miniere di ferro si trovano nella Val San Giacomo e di Fraele dove si vedono ancora i forni che sono serviti all’epoca dello sfruttamento (24). L’estrema povertà è la causa dell’abbandono di questa attività. Su tutte le montagne è possibile reperire marmi di rara bellezza. Ne esistono di vario colore sul monte Sobretta e un esempio è visibile nella cappella del Crocifisso della chiesa di Combo (25). Ve n’è di un nero molto bello sul monte Ombraglio, presso l’Adda all’imbocco della valle di Fraele se ne trova di rosso e di giallo e a Trepalle vi è una varietà verde. Si trova anche un marmo bianco, bello come quello di Carrara, in prossimità dei pontini del lago di Fraele. Non vi sono tracce di miniere d’argento, tuttavia si trovano rame e molte terre ferruginose per preparare colori. Il monte Cristallo deve il suo nome alle differenti cristallizzazioni che vi si trovano e soprattutto ai minerali cristallizzati di vario colore (26). Sulle montagne di Sondalo si trovano cristalli di rocca.
Tutte le vallate abbondano di selvaggina tipica della Rezia come le lepri bianche e le coturnici, specie di pernici che come le lepri mutano la loro livrea grigia in bianca durante i mesi invernali. Abbondano anche l’altra varietà di lepre, sempre grigia, più grossa e che non lascia mai le vallate per vivere in montagna, i francolini e i crocieri. Invece il codirosso, il tordo, il frosone, la pernice, il merlo e la beccaccia sono più rari. Gli uccelli predatori non si vedono che d’estate. Si vedono raramente i lupi (27), mentre sono più comuni gli orsi (28) ma di una specie più piccola e vi sono molte volpi. Sulle montagne di Livigno vi si trovano in maggior abbondanza le marmotte e gli abitanti le cacciano per estrarvi l’olio o il grasso che vendono come rimedio per i dolori. Vi sono un’infinità di altri animali e soprattutto di ratti bianchi che procurano ferite ragguardevoli alle mucche morsicandole sulle mammelle.
Le montagne più alte della contea di Bormio al nord sono il Cassana, il Dosdé e il Foscagno (***). Il torrente Isolazza o Isolaccia ha origine sul monte Dosdé ed è tributario dell’Adda presso Premadio o Premaglio. Il sentiero che lo costeggia da Bormio a Semogo è praticabile con carri più stretti di quelli abituali e uguali a quelli di Norimberga. Questi carri salgono fino a Fraele e all’Ombraglio. Durante l’inverno tutti i trasporti si fanno su slitte e in tale maniera si trasportano a valle con una certa facilità il foraggio e la legna da ardere. Molti geografi del passato sostenevano che il fiume o torrente Inn avesse origine dal monte Foscagno ciò che invece non è provato in quanto questo torrente ha un’infinità di altri affluenti che hanno origine sullo Julier e sul Bernina. Comunque il Foscagno è una delle montagne più alte della Rezia perché fa da spartiacque. I Grigioni chiamano Spol l’affluente dell’Inn che bagna Livigno ed è proprio passando il Foscagno e seguendo il torrente Spol che abitualmente da Bormio si va nei Grigioni, in Engadina. Questo passo è però molto difficile e faticoso in qualsiasi stagione. In inverno è impraticabile per la neve e in primavera è molto pericoloso per le valanghe che precipitano nella vallata. Per questa via passarono gli Svizzeri quando devastarono Bormio e la Valtellina e i Grigioni quando la riconquistarono. Le truppe svizzere e grigioni reclutate dalla Repubblica di Venezia seguivano questa strada fino al Gavia per recarsi alla loro destinazione. Si può evitare di passare per Bormio prendendo la strada che da Isolaccia, attraverso il Verva o monte Tarron, entra in Valgrosina o a Poschiavo. 
Il monte o passo di Fraele venne fortificato già dagli antichi Etruschi o Breuni e si vedono ancora le due famose torri che ne difendevano il passaggio. Per questa via transitavano le merci importate in Italia dalla Germania. Questo valico di Fraele è pure molto famoso per gli importanti combattimenti che contrapposero i francesi agli imperiali durante il XVII sec. (29) e, risalendo ad epoche più antiche, soprattutto quando i Goti furono battuti da Stilicone all’inizio del V sec. come riporta il poeta Claudiano. Sempre nell’antichità è da Fraele che transitarono i Turingi, i Teutoni e i Cimbri durante le guerre cimbriche contro i Romani. Si tratta del migliore percorso per venire da Santa Maria a Bormio, ma, considerata la sua lunghezza, i viaggiatori preferiscono passare per l’Ombraglio (****). Il passo di Fraele abitualmente viene chiuso per la neve dalla fine di Brumaio (30) fino alla fine di Ventoso e solo con molta cautela ci si azzarda a passare in Germinale per paura della valanghe. C’è un piccolo lago che ha pesci deliziosi in quantità nonostante sia gelato per tutto l’inverno (31). Il monte Braulio o Ombraglio è sopra i Bagni. Lì Druso vinse una battaglia sui Breuni o Bormini ed è famoso anche per altri fatti d’arme e per il passaggio delle divisioni della Repubblica francesce e cisalpina condotte dal generale Desolles che le comandava all’inizio della campagna dell’anno IX (32). Esse superarono i rigori invernali e la neve e combatterono una battaglia vicino a Münster (Monastero) e a Tubre, dove fecero 5000 prigionieri austriaci. Il percorso dell’Ombraglio è più corto di quello di Fraele ma enormemente più faticoso e pericoloso e resta chiuso per la neve nello stesso periodo di quello di Fraele (*****). A causa della posizione delle montagne, qui le valanghe sono più frequenti e non passa anno senza che periscano cavalli da trasporto e conducenti che restano soffocati dallo spostamento d’aria o schiacciati sotto la neve. Ciò non ostante tutti gli inverni ci si sforza di aprire un cammino fra la neve e si trovano persone che, pur di passare, sono disposte a rischiare la propria vita. Dal monte Ombraglio ha origine l’Adda. Il ruscello, inizialmente molto modesto, accresce considerevolmente in prossimità della cascata dei Bagni, precipitando da una altezza considerevole e pressoché verticale fra le rocce della montagna dei Bagni e quelle di Premadio. Questa cascata che impressiona lo spettatore è veramente ammirevole. Si crede che il lago di Fraele, che non ha nessun emissario visibile, possa essere una delle sorgenti che sotterraneamente alimentano l’Adda. Il monte della Reit ha donato il nome alla Rezia, nome che aveva Reto, condottiero degli Etruschi emigrati (33). Su questi aridi dirupi si vedono ancora i resti sparsi della fortificazione ch’egli fece erigere allorquando vi si rifugiò con i suoi compagni. Questa montagna domina Bormio e dai Bagni si estende fino a collegarsi col monte Cristallo. 
A levante di Bormio si trovano il monte Cristallo, il Forno e il Gavia che costituiscono i valichi più alti di queste montagne. Le cime, molto ripide, sono sempre coperte di neve, tuttavia vi sono dei piccoli sentieri, praticabili nei mesi estivi, attraverso i quali è possibile penetrare nel Tirolo. Fu superando il monte Cristallo che nel 1636 trecento austriaci, guidati da alcuni elementi locali, al comando del generale Ferramonte cercarono di sorprendere la fortificazioni dei Bagni difesa da una guarnigione francese agli ordini del Duca di Rohan (34).
Il fiume Frodolfo ha origine sul monte del Forno e affluisce nell’Adda a mezzo miglio da Bormio. Le sue acque sempre gelide, di natura marziale, non ospitano pesci e i grossi e numerosi torrenti che scendono dal Cristallo, dal Gavia e dalla Forcella causano frequenti inondazioni. La strada della Val Furva segue il percorso del fiume ed è transitabile con i carri locali. Attraverso questa strada si può giungere a tre diverse località del Tirolo austriaco. Da Santa Caterina, passando dal Forno e attraverso i ghiacciai del Cevedale chiamati vedrette e per Santa Valpurga si giunge in Val Martello. Questo percorso è praticabile solo a piedi e d’estate a causa della grande quantità di neve dei ghiacciai che occorre superare. Sempre da Santa Caterina è possibile andare nel territorio del Vescovo di Trento attraverso il Gavia, superando il torrente e il ghiacciaio del Tresero si arriva nella Vall’Ombrina e nella Val di Sole. Dal Gavia si giunge pure nella Valcamonica passando da Ponte di Legno. Tutti questi percorsi possono essere effettuati unicamente a piedi. Da Santa Caterina andando verso mezzogiorno si può giungere anche nella valle di Fumero o di San Bernardo in Valtellina, detta localmente Val di Rezzalo. Con poche riparazioni la strada della Val di Sotto, da Tirano a Bormio, sarebbe carrozzabile. Dopo che il Duca di Rohan, comandante delle truppe francesi in Valtellina, aveva fatto realizzare la carreggiata dell’Adda, i Grigioni non vi fecero più nessuna manutenzione. 
La piana di Bormio, di configurazione triangolare, costituisce la parte più fertile del territorio se escludiamo la punta che si trova alla confluenza dell’Adda e del Frodolfo, essendo questa in prevalenza sabbiosa e ricoperta da piccoli salici alimentati dalle inondazioni del Frodolfo (35). Anche questa piana è coltivata in modo trascurato come il resto delle vallate. Produce segale, grano nero, un po’ di frumento e foraggio. A motivo della grande quantità di topi che si nutrono delle radici delle erbe, i prati sono poco fertili. Il borgo di Bormio è capoluogo della contea e ora del distretto. Se escludiamo Grosio, Grosotto e Sondalo, questo distretto è composto unicamente da villaggi (36). Bormio è situata ai piedi della Reit, rivolta a mezzogiorno ed è bagnata dal Frodolfo che la separa dal rione di Combo. Vi si accede attraverso un discreto ponte in muratura dal quale si ha una visuale di gran parte della Val Furva. Anche la planimetria di Bormio è triangolare e le costruzioni sono discrete. Esse sono realizzate in muratura con la copertura di legno. Le stue sono come quelle delle vallate. Cinque torri antiche quadrate fanno percepire al viaggiatore quale fosse la ricchezza e la potenza di questa antica popolazione (37). Quando Bormio era ricca, era difesa da trentadue torri ma ciò che la rendeva ancor più ricca era il notevole numero dei suoi abitanti. Ciò ha fatto esclamare a molti geografi antichi e moderni e anche a quelli che scrivono tuttora senza una cognizione diretta che Bormio è piena di gente e di ricchezze, mentre invece io non conosco un posto più povero di questo da tutti i punti di vista. Secondo molti storici Bormio avrebbe preso il suo nome dal monte Braulio, ora detto Ombraglio, ed era abitata dai Breuni o Bormi, vinti da Druso, generale d’Augusto Tiberio, che fece della Rezia una provincia romana (38). Quando Odoacre si impadronì di gran parte d’Italia, nel 476, Bormio passò sotto il dominio dei Goti come attesterebbero le antiche vestigia degli statuti comunali. Sottomessa ai Longobardi nell’anno 700, passò nel 774 a Pipino figlio di Carlo Magno. Quando, per l’assenza degli imperatori e dei re d’Italia, le città della Lombardia scossero il giogo e conquistarono la loro libertà, Bormio approfittò di questa occasione per essere libera. Durante le contese fra guelfi e ghibellini non si fa menzione di Bormio. Quando nel 1156 l’imperatore Federico Barbarossa distrusse Milano, secondo quanto è affermato dallo storico Giovio (******), Bormio fu concessa ai Comaschi. Questa donazione generò più volte pretese da parte della città di Como sulla contea. Dopo aver scosso il giogo dei Comaschi nel 1193, ne seguì una guerra decennale al termine della quale Bormio fu costretta a distruggere la fortificazione dei Bagni. Questa tenace resistenza, durata due secoli, evidenzia bene quale fosse la forza e la ricchezza dei Bormini. Nel 1300 si sottrassero definitivamente al dominio dei Comaschi e si posero, come alleati, sotto la protezione del vescovo principe di Coira. Vissero indipendenti fino al 1349 quando si sottomisero volontariamente ai Signori di Milano (39). Ritornarono liberi attorno al 1366 difendendosi coraggiosamente contro Milanesi, Comaschi e Valtellinesi che si erano uniti per soggiogarli. Quando nel 1376 i Bormini avanzarono fino a Grosio per fronteggiare l’esercito milanese, i ducali, penetrati attraverso la Valgrosina e la Val Verva, o monte Taron, entrarono in Bormio. Il 30 novembre di quell’anno il generale milanese Giovanni Cane la fece saccheggiare e bruciare, distruggendo il castello, la Serra e tutte le altre fortificazioni. Da questo momento iniziò la rovina di Bormio. Galeazzo Visconti per compassione accordò loro il privilegio, durato fino al momento dell’aggregazione della contea alla Repubblica cisalpina, che per la riscossione dei debiti non si sarebbero potuti fare sequestri a danno dei beni e delle persone di Bormio in Valtellina. Molti altri privilegi furono accordati da altri principi e ratificati dalla Francia, fra i quali quello del commercio del vino della Valtellina che poteva essere trasportato in Tirolo e in Germania unicamente dai Bormini (40). Non ostante questi benefici il declino di Bormio fu costante. L’ultimo colpo che li impoverì ulteriormente fu loro inferto dal trattato stipulato dai Grigioni, penetrati in Valtellina, con il Duca di Milano, nel quale si stabiliva che tutte le merci provenienti dalla Germania per l’Italia transitassero dalla Rezia e non più da Bormio.
Il commercio del vino sosteneva ancora vantaggiosamente i Bormini, ma quando i Grigioni si impadronirono della Valtellina esso fu abolito a vantaggio dei Grigioni stessi. Nel 1512 Bormio passò sotto il dominio di Luigi XII re di Francia e duca di Milano (41). Per motivi religiosi scoppiò una rivolta in Valtellina alla quale si unì anche Bormio. Questa alleanza durò dal 1620 fino al 1639 quando il trattato di Milano mise fine alla guerra. Nel settembre del 1620 un’armata di Bernesi e Zurighesi scesa su Bormio la saccheggiò avendo trovato il borgo disabitato, in quanto erano tutti scappati all’approssimarsi dell’armata che aveva superato ogni ostacolo frapposto. Gli Svizzeri furono battuti a Tirano e si ritirarono. Nel 1621 gli Spagnoli avevano costruito nella piana un forte chiamato col nome del governatore di Milano forte di Feria. Questi, sebbene fossero amici, il 14 ottobre 1621 incendiarono Bormio per cacciare i Grigioni. Più di 700 case furono preda delle fiamme e se ne vedono ancora i resti sparsi. Le tasse e le contribuzioni considerevoli imposte dagli Spagnoli, dagli Imperiali e dai Papalini ai quali i Francesi, per trattato, avevano consegnato tutte le fortificazioni della Valtellina e di Bormio, nel 1625 ridussero Bormio nella più squallida miseria. Per colmo di sventura nel 1635 e nel 1636 la peste causò mali ancora peggiori, facendo perire i due terzi degli abitanti. Tutti questi flagelli abbattutisi su Bormio l’uno dopo l’altro l’hanno ridotta nello stato in cui si trova attualmente (I). È ben triste vederla senza popolazione, senza commerci, senza attività, ai piedi di una montagna brulla, sempre coperta di neve, attorniata dalle rovine degli incendi e da una piana dove non esiste alcun albero. Il colpo d’occhio è ingannatore. Vedendola dall’alto di Cepina tutto sembrerebbe bello, quindici chiese, cinque torri, i resti dell’antico castello, le case disposte ad anfiteatro offrono un effetto mirabile, ma questa illusione si infrange al momento in cui entriamo in paese. Vediamo ancora nella piazza il luogo dove venivano pubblicate le sentenze emanate dal consiglio del popolo (J). La chiesa grande è abbastanza bella, quella dei Gesuiti è meno spaziosa ma ha una superba architettura ed è stata realizzata su progetto del celebre Pozzi (42). Tutte le altre non valgono molto salvo quella di Combo, dove l’altare del Crocifisso, costruito con marmo locale, è di una notevole bellezza. I palazzi del governo e della dogana non hanno altri pregi se non quello di essere antichi. Gli abitanti della contea e soprattutto quelli del borgo sono buoni ma rozzi, sono sempre stati favorevoli al governo democratico e lo sono tuttora. Pochi si applicano alle arti dove potrebbero riuscire, ma anche qui sono come nelle vallate (vino e pigna). Non sono per niente malfidenti, la più parte delle abitazioni rimane aperta anche di notte e, sebbene il paese sia pieno di poveri, non si sente mai parlare di furti (K).
L’aria è molto salubre. Il vino importato dalla Valtellina qui raggiunge un grado di bontà straordinaria e anche quello mediocre diventa buono dopo una stagionatura di pochi mesi.
Gli abitanti della contea di Bormio sono sempre stati gelosi del diritto di cittadinanza che viene accordato molto raramente agli estranei anche se residenti da più secoli (L). Vessati a lungo dai Grigioni e considerato il fatto che questi non rispettavano gli articoli del trattato di Milano del 1639, il 9 luglio 1797 i Bormini dichiararono liberamente la loro indipendenza e furono aggregati alla Cisalpina oggi Repubblica italica (M). Non vi è paese che più di Bormio meriti le attenzioni del governo sia per l’attaccamento che gli abitanti portano alla Repubblica, sia a causa della loro estrema povertà. Gli incoraggiamenti affinché migliorino le loro coltivazioni e diventino più industriosi sarebbero per loro un beneficio impagabile.
I Bagni sono situati a nord di Bormio all’inizio della salita per il monte Ombraglio, presso le bocche dell’Adda. Sono rinomati per la loro antichità ma ancor più per le proprietà delle acque che, come attestano i pareri degli scienziati antichi e moderni, hanno prodotto benefici straordinari, quando i malati ne hanno fatto uso secondo le prescrizioni. Sembra che i Romani siano stati i primi a prendersene cura e dopo di loro i Goti. La lettera di Magno Aurelio Cassiodoro, segretario di stato di Teodorico, di Alarico, di Teodoto e di Vitige, prova e fa conoscere quale fosse la reputazione delle acque termali di Bormio. Dopo i recenti esperimenti condotti dai chimici e dai medici Pietro Tussignano (43), Andrea Mattioli, Nicolò Anesi e, ultimamente, Giova Battista Simoni è provato che le acque calde dei Bagni di Bormio non contengono nitrati, allume, vetriolo o altri elementi minerali se non finissime parti di calcare, di sale medio e di sale alcalino e che lo zolfo è presente solo in piccolissime quantità (N). Le acque sono limpide e molto abbondanti. La fonte del bagno superiore è meno calda e dà un getto di circa tre pollici. Quello inferiore è più caldo ed ha anch’esso una portata di circa tre pollici. Quattro sorgenti si perdono nei paraggi senza essere sfruttate. Soprattutto una sgorga molto abbondante e più calda delle altre fra le rocce ai bordi dell’Adda. Il governo con poca spesa potrebbe riunirle e trarne profitto facendo restaurare il locale esistente che è stato danneggiato dalle truppe che vi hanno alloggiato durante le ultime campagne e che non può accogliere che pochi malati. 
Un altro tesoro che possiede il territorio di Bormio sono le acque minerali di Magliavacca o di Santa Caterina. Queste acque sono acidule o marziali, hanno le stesse proprietà di quelle celebri di San Maurizio nei Grigioni e potrebbero avere la stessa origine di quelle in Val di Sole nel territorio del vescovo di Trento. Molti stranieri vengono a prendere le acque di Santa Caterina durante i mesi di luglio e d’agosto perché sono medicinali. Santa Caterina non ha altri abitanti se non i pastori che vengono a pascolare i loro greggi dopo lo scioglimento delle nevi e a falciare il fieno. I malati non trovano altro alloggio in questo luogo selvaggio se non presso un cattivo albergo in legno dove sono male accuditi. Queste acque costituirebbero un reale beneficio per il governo e per il paese stesso facendovi costruire uno stabilimento adatto per accogliere gli ammalati.
Bormio, situato in mezzo ad alte montagne, non offre una buona posizione militare suscettibile di essere fortificata per difendersi in quanto i terreni del fondovalle sono sovrastati dappertutto dalle alture. Solo le montagne che confinano con la Valcamonica potrebbero prestarsi a tale scopo. Il monte di Rezzalo e il monte Taron o di Verva possono offrire una buona resistenza. Per prevenire il nemico quando le nevi permettono di valicare Fraele, l’Ombraglio, Livigno, il Foscagno, il Forno, il Gavia e la Forcella sarà opportuno appostarsi a Tubre, a Monastero, a Martello, sul Cevedale su fiume Ghesco (44) e a Ponte di Legno che costituiscono le migliori posizioni per difendere con profitto la contea di Bormio dal lato del Tirolo, così come sul monte Dosdé, sul Cassana o sul Foscagno per quanto riguarda il versante dei Grigioni.
Bormio il 20 ventoso dell’anno X della Repubblica.
Il sottoscritto Pigny, comandante d’armi della piazza di Bormio.
 

Osservazioni
Senza le sapienti osservazioni del teologo Ignazio Bardea e soprattutto gli scritti preziosi da lui redatti sotto il titolo dello Spione Chinese nella Rezia (45) che contengono non solamente la storia ma anche la mineralogia e la storia naturale della sua patria, mi sarebbe stato impossibile riunire tutti i materiali necessari per redigere questa memoria. Sarebbe auspicabile che il Bardea fosse meno modesto e che permettesse la stampa di tutte le sue opere che sono encomiabili dal punto di vista filosofico e morale. Ciò gioverebbe al pubblico e a quelle persone che amano la virtù e le scienze.
Sottoscritto Pigny.

NOTE

Note originali al testo, redatte dal Pigny (contrassegnate con lettere e asterischi)

(A) Molti autori sostengono che i primi abitanti di Bormio siano venuti dalla Germania. Inghirami invece prova più chiaramente nella sua pubblicazione sui reperti di antichità etrusche, stampata a Francoforte nel 1637, che, durante la guerra di Catilina, gli Etruschi condotti da Reto vennero a rifugiarsi su queste montagne alle quali dettero il nome di Rezia.
(B) Gli Etruschi, vinti da Belloveso, generale dei Galli, quando invase l’Insubria emigrarono ancora come è attestato dagli storici Strabone, Plinio e i Commentari di Cesare.
(C) I Breuni o Bormi furono vinti da Druso, generale d’Augusto, come lo prova il celebre poeta Orazio Flacco, che viveva ai tempi d’Augusto. Dopo che Druso ebbe assoggettato i Brauni o Bormi:«Drusus Germanos implacidum genus / Breunosque veloces; et arces / alpibus impositus tremendis» [n.d.r. Druso (assoggettò) la stirpe dei Germani bellicosi e i veloci Breuni e i castellieri collocati sulle sommità delle alpi spaventose].
(D) Tutte le volte che ha piovuto per la durata di alcuni giorni, le rocce delle sommità che sovrastano la Serra si staccano e rotolano nel fiume.
(*) All’inizio del mese Ventoso dell’anno X (n.d.r. febbraio 1802) una grossa valanga di neve si è abbattuta su ventiquattro case e un mulino di Livigno ma solo due abitanti sono periti in questa disgrazia.
(E) Il canonico teologo Bardea ha sperimentato che le tegole di terracotta dopo uno o due anni si riducono in polvere.
(**) Durante l’inverno le api, come le piante da giardino, vengono ritirate all’interno.
(F) Il botanico Gian Battista Patirana di Bergamo, rifugiatosi a Bormio per qualche lite, durante la sua lunga permanenza, esplorò le montagne che gli fornirono i mezzi per sussistere commerciando le piante medicinali che spediva a tutte le farmacie della Lombardia. Fu lo stesso Patirana che guidò Cristoforo Pelati, segretario dell’Accademia agraria di Brescia quando venne a visitare le montagne della contea di Bormio. Molti altri professori vi hanno trovato un’infinità di piante rare e utili.
(G) Ferdinando Nesina oltre ad occuparsi della ricerca dei minerali ha effettuato una raccolta di fossili e di insetti tipici di queste montagne, allestendo una collezione molto curiosa.
(H) Un vecchio abitante ha confidato al canonico Bardea che per vari anni un estraneo era venuto in questa vallata a raccogliere questi minerali senza condividere con alcuno il suo segreto.
 (***) Fraele e monte Ombraglio.
(****) Il passo di Fraele è praticabile con i carri anche durante i mesi invernali quando c’è poca neve. Comunque, periodicamente, si batte il percorso, ciò che invece non avviene per l’Ombraglio che resta chiuso più a lungo.
(*****) Viene aperto un mese dopo quello di Fraele.
(******) Benedetto Giovio, foglio 34,35,36,37.
(I) Quando arrivai a Bormio il 6 Vendemmiaio dell’anno X, tutta la popolazione della contea arrivava a 5500 individui. Su tutto il territorio un terzo emigra ogni anno all’inizio di Brumaio in Lombardia esercitando i mestieri di facchino o di ciabattino per guadagnarsi da vivere durante i mesi estivi. Essi non fanno ritorno che durante il mese di Germinale e occorre tener presente che non tutti rientrano, il che fa diminuire ogni anno la popolazione.
(J) Benché soggetti ai Grigioni, i Bormini godettero il privilegio di governarsi democraticamente secondo gli antichi statuti. Il podestà grigione è privo di potere deliberativo e non ha che la facoltà di adottare le delibere.
(K) L’aria produce effetti singolari sulle donne. Quelle di Grosio famose per il gozzo, quando risiedono a Bormio per tre o quattro anni lo perdono e diventano uguali alle Bormine che raramente ce l’hanno. La salubrità dell’aria impedisce anche di ingrassare, benché i principali alimenti siano le grassine, la carne di bovini, la polenta e il vino. Si vedono poche persone affette da questa malattia. 
(L) Molte famiglie che qui risiedono da più secoli non hanno mai ottenuto la cittadinanza né la facoltà di far parte del Consiglio del patriziato locale. Tale è il caso della famiglia Dea e del conte Lechi di Brescia, zio di un generale di divisione, rifugiatosi a Bormio per evitare le persecuzioni dei governanti veneti.
(M) Questa piccola rivolta generò l’uccisione del conte Lechi che fu fucilato su un’altura nei pressi di Cepina il 23 luglio 1797 con l’abate Silvestri e lo Zuccola da alcuni paesani che avevano mal interpretato le intenzioni e le opinioni di questi tre individui.
(N) I manoscritti che trattano delle virtù delle acque dei Bagni di Bormio scritte dai medici Pietro Tussignano, Andrea Mattioli e Nicolò Anesi sono conservati presso la chiesa dei Bagni e presso alcuni privati di Bormio affinché possano essere letti dagli ammalati. Nell’Europa medica, stampato nel 1747, troviamo una lettera concernente i Bagni di Bormio scritta dal dottor Gian Battista Silvestri al conte Francesco Roncalli.

Note del curatore (contrassegnate con numeri):

(1) Il memoriale è conservato in copia presso l’Archivio comunale di Bormio (ACB) fra i carteggi ancora da inventariare. Ringrazio gli amici d. Remo Bracchi, Francesco Pace, Ilario Silvestri e Lorenza Fumagalli per la cortese consulenza prestata.
(2) Il Pigny lesse certamente l’opera del Bardea intitolata Lo spione chinese nella Rezia e più in particolare trasse notevoli spunti dal VI libro intitolato Il sogno. In tale manoscritto che costituisce il supplemento conclusivo ai cinque libri precedenti, il Bardea, sognando la rinascita del Bormiese, passa in rassegna le ricchezze naturali non sfruttate e le potenzialità su cui puntare per una ripresa economica e per un miglioramento dello stato sociale di quelle popolazioni. 
(3) Il Bardea, riferendo della sua corrispondenza con Giulio Lavizzari, giudice di Tirano, ricorda che questi lo aveva messo in contatto con il milanese Giuseppe Tamburini, commerciante d’arte, riferisce che questi «stimò la testa di San Giovanni Battista decollato, che mi fu giudicato del Van Dick dal signor Capo Battaglione Pigny, di ottima mano se non del suddetto». ACB, Corrispondenza I Bardea, lett. 28 pag. 98.
(4) Credo sia superfluo ricordare come il Bormiese sia stato contado di nome e mai di fatto in quanto Bormio e le sue “onorate” valli non furono mai rette da un conte bensì da un podestà. La qualifica di contado (quella di contea è di introduzione seicentesca) entrò in uso in epoca viscontea con la nuova ripartizione amministrativa del territorio valtellinese. In tale occasione, mentre la Valtellina fu suddivisa in terzieri, il Bormiese, in virtù di prerogative giurisdizionali e daziarie che lo distinguevano dal resto della valle, assunse tale titolo che lo accomunava, per certi versi, alla Valchiavenna, dove però l’autorità ducale aveva preposto un conte. 
(5) 11 marzo 1802. 
(6) È leggendaria la ritirata degli Etruschi in Valtellina come pure la figura del loro condottiero Reto che avrebbe dato il nome alla Rezia. Fra gli studiosi valtellinesi dell’inizio del 1800 riscuotevano ancora un certo credito le ipotesi avanzate dallo storico Quadrio favorevoli ad attribuire un’origine etrusca a molti toponimi valtellinesi. La scoperta di iscrizioni definite “nord-etrusche” nel territorio della provincia di Sondrio (Montagna e Tresivio) ci permette unicamente di attestare la comune origine dei caratteri in cui sono state redatte che corrisponde all’alfabeto etrusco. Ma, come osserva il Mancini, «con questo siamo tuttavia molto lontani dal constatare una qualche reale omogeneità: l’elemento comune costituito dall’alfabeto etrusco è comune solo come elemento di partenza; perché l’alfabeto importato dall’Etruria presso le diverse etnie dell’Italia settentrionale preromana è stato di volta in volta adattato profondamente alle esigenze fonologiche delle singole lingue o varietà linguistiche locali. Tale adattamento è avvenuto mediante la cosciente selezione e/o integrazione e/o trasformazione formale dei grafemi etruschi, canonizzando di volta in volta rapporti diversificati tra grafemi e fonemi» (A. MANCINI, Iscrizioni rupestri dell’Italia settentrionale: connessioni e prospettive, in “Il Parco delle incisioni rupestri di Grosio e la preistoria valtellinese”, Sondrio 1988, p. 152).
(7) Belloveso, principe gallo, fondatore, secondo la leggenda, di Milano. Sarebbe stato mandato da suo nonno, il re Ambigato, insieme con il fratello Segoveso, con gran numero di gente, al fine di alleggerire l’eccesso di popolazione in patria, nell’Italia settentrionale, dove avrebbe sconfitto gli Etruschi e fondato la città.
(8) Non è da escludere che tali località siano state presidiate già in epoca tardo romana o bizantina, tuttavia i resti delle fortificazioni, tuttora visibili, sono relativi all’epoca medievale. Cfr. S. ZAZZI, Fortificazioni nel Bormiese, Sondrio 1994.
(9) Druso Claudio Nerone (38-9 a. C.) era figlio di Tiberio Claudio Nerone e di Livia Drusilla e fratello minore del futuro imperatore Tiberio. Nel 15 a. C. insieme con Tiberio condusse una brillante campagna contro Reti e Vindelici. Quanto alla conquista romana della Valtellina, che essa sia avvenuta ai tempi di Augusto è un dato ormai pacificamente accolto da tutti gli storici, ma ignoriamo ancora in forza di quale disegno strategico sia stata intrapresa. Secondo l’ipotesi più probabile, proposta dal Garzetti, l’impresa sarebbe da collocarsi nel corso della campagna del 16 a.C. di Publio Silo piuttosto che in quella del 15 a.C. di Druso e Tiberio. In entrambi i casi comunque non sembra che siano transitati per la nostra valle. Druso infatti risalì la valle dell’Adige (dove abitavano i Breuni, che il Bardea, e quindi il Pigny, per assonanza, vorrebbero identificare con i Bormini) e superò il passo Resia, mentre Tiberio penetrò fra i Reti da occidente partendo dalla Gallia. Si veda: A. GARZETTI, Problemi di romanizzazione della Valtellina, in “Il Parco delle incisioni rupestri di Grosio e la preistoria valtellinese”, Sondrio 1988, p. 171. 
(10) I Breuni (lat. Breuni, Breones) erano una popolazione probabilmente di schiatta italica pre-indoeuropea che dai tempi dell’Impero romano e fin verso la metà del IX secolo d. C. abitò l’alta valle dell’Isarco e del Brennero. Questa popolazione non ha quindi niente a che vedere con gli abitanti di Bormio. Tuttavia il memorialista francesce, nel tentativo di trovare una qualche assonanza fra Breuni e abitanti dell’alta valle dell’Adda, in tutto il testo li chiama Bormi e non Bormini.
(11) Le prime attestazioni documentarie riguardanti la fortificazione di Serravalle risalgono al sec. XIII, quando nel trattato di pace con i Comaschi ne fu imposto lo smantellamento. Non si hanno notizie specifiche sul forte di Profa, ma certamente la muraglia difensiva risaliva gli impervi dirupi per un lungo tratto fin sotto i contrafforti naturali di Profa. Le due torri che sovrastavano la porta di accesso furono realizzate probabilmente solo nel 1391 all’epoca in cui fu fortificata anche la Serra sopra i Bagni. Si veda: G. SCARAMELLINI, La muraglia di Serravalle nel Quattrocento, in “Mons Braulius. Studi in onore di Albino Garzetti”, Sondrio 2000, pp. 285-290.
(12) Era in atto in quel periodo un avanzamento dei ghiacciai noto come glaciazione napoleonica. Nei primi decenni del 1800, Giacomo Silvestri, già parroco di Premadio e di Livigno e infine rettore del ginnasio di Bormio, rilevava la preoccupazione della popolazione per l’avanzata della vedretta del Vallecetta che progressivamente riduceva la superficie dei pascoli.
(13) Di questa vigna, tuttora esistente, parlava già l’Alberti nelle Antichità di Bormio. Il Bardea, partendo dal noto adagio che individua nel risparmio la prima fonte di guadagno, aveva proposto alcune colture alternative all’importazione del vino valtellinese che incideva in maniera pesate sulla stentata economia bormina. Sollecitava ad esempio la diffusione della birra, prodotto ricavabile dalla fermentazione dell’orzo, e la coltivazione intensiva delle ciliegie e delle prugne sulle pendici della Reit per ottenere distillati che sostituissero la grappa valtellinese.
(14) Dovrebbe trattarsi del ponte di Cepina, che si incontra salendo prima del paese, e di quello di Osteglio, dopo Santa Lucia, del quale non resta più traccia alcuna.
(15) Si tratta ovviamente del grano saraceno, qui definito “grano nero” per il colore scuro dei chicchi e della farina. Si noterà che in tutto il memoriale non si accenna mai alla coltivazione della patata che fu introdotta in maniera intensiva solamente nei primi decenni del 1800. Il Bardea, già nel 1784, elogiava le numerose proprietà dei tuberi, già noti localmente col nome di tartùfole.
(16) Il ghiacciaio dei Forni ha tale denominazione per l’ampia bocca terminale, a forma di forno, che lo caratterizzava quando si estendeva fino alla gola sottostante l’albergo omonimo. La grandiosità di tale fenomeno impressionò anche l’abate Stoppani che lo descrisse in un noto capitolo del Bel paese.
(17) Tale è la denominazione che viene data al torrente Viola.
(18) Come segnala il Silvestri, oltre al giudizio negativo espresso nel 1835 dal commissario distrettuale Marco Carminati sulla fertilità del Bormiese, anche William Brockedon e Walter White, nei loro diari di viaggio del 1826 e del 1855, furono impressionati dall’ignavia e dalla sporcizia che regnavano in Bormio (I. SILVESTRI, Le strade dell’Umbrail e dello Stelvio dal Medioevo al 1900, Bormio 2001, pp. 27 e 45).
(19) Risulta eccessivamente negativa sia la valutazione della situazione boschiva sia l’affermazione della totale assenza di pecore e capre.
(20) Le qualità del miele bormino venivano elogiate, in quegli anni, anche dal prefetto dell’Ambrosiana Mazzuchelli che in una lettera a Giacomo Silvestri lo definiva semplicemente “squisito”. ACB, Corrispondenza Silvestri-Mazzuchelli.
(21) Non esiste un minerale che abbia tale denominazione. Il copista ha associato per assonanza il termine scientifico a lui ignoto con reminiscenze di storia ecclesiastica. Dal manoscritto del Bardea apprendiamo che in realtà si trattava di “rosso ametista”. Egli scrive testualmente: «Sotto di bagni, nelle rupi verso l’Adda, vi si trovano delle stalattiti bellissime, tinte di vari colori: di verde, rosso, di ametisto, alla foggia di alcuni cristalli che si trovano nella Ungheria chiamati cristalli ametistini. Potrebbero dare indizio di qualche vero ametisto» (cfr. Il Sogno, Libro VI, p. 89). Occorre precisare che il colore ametista di quelle concrezioni non può implicare, come supponeva il Bardea, la presenza di cristalli di quarzo ametista in quanto incompatibile con quel tipo di rocce calcaree.
(22) La trascrizione del copista è errata poiché il marcascisto non esiste. Anche in questo caso ci viene in aiuto il manoscritto del Bardea dal quale apprendiamo che «i pezzi di miniera di pirite, o marchesite, si trovano nel fiume Freddolfo in molti siti. … Servivano anticamente per pietre focaie nelle spingarde, dando un fuoco vivissimo» (I. BARDEA Il Sogno, Libro VI, p. 89). Fino ai primi decenni del 1800 col termine di marcasite si usavano designare in modo generico i vari tipi di pirite.
(23) Si possono ancora vedere le imboccature franate sotto la località denominata Brugiafòl, lungo il sentiero che dal Ronchét conduce a Pradibèl.
(24) Località ora coperta dall’invaso della diga di San Giacomo.
(25) Così scrive l’Urangia Tazzoli a riguardo dell’altare del Crocefisso: «Nella cappella del S.S. Crocefisso notasi: un bell’altare di marmo dei fratelli Buzzi di Viggiù; una balaustra in marmo nero dell’Umbraglio, rosso di Trepalle e venato di Sobretta, buon lavoro del bormiese Maria Giuseppe Tamagnini». T. URANGIA TAZZOLI, La Contea di Bormio, vol. II, Bergamo 1933, p. 487.
(26) In realtà sembra che il nome derivi dalla conformazione a cresta del crinale.
(27) I lupi si estinsero nel Bormiese all’inizio del 1800. La più recente segnalazione del pagamento di una taglia per il loro abbattimento risale al 21 giugno 1794. SILVESTRI p. 25.
(28) L’ultimo orso del Bormiese fu abbattuto sui monti di Zandila nel 1902.
(29) Il testo erroneamente segnala il XIX secolo. Si evita volutamente di commentare i fatti d’arme più antichi che ricalcano le opinioni della storiografia dell’epoca.
(30 ) Secondo il calendario repubblicano Brumaio corrisponde a ottobre, Ventoso a febbraio e Germinale a marzo.
(31) Probabilmente si tratta del lago Cornacia inglobato nell’invaso della diga di San Giacomo.
(32) Secondo il calendario repubblicano si tratterebbe del 1801. In realtà il fatto ricordato avvenne il 17 marzo del 1799. In tale data i Francesi inseguirono gli Austriaci, che si erano ritirati da Bormio, tentando di passare l’Umbrail. Come ricorda il Silvestri: «L’intera divisione, fanti e artiglieri carichi di viveri, per sei giorni affrontò la montagna nella tormenta più furiosa e con temperature glaciali. La fanteria riuscì a varcare il giogo e a raggiungere, sfinita, la valle a tarda notte; l’artiglieria, giunta in alto con la neve che turbinava, non riuscì a superare l’ultimo tratto e, trascorsa la notte alla meglio, ritornò al mattino verso Bormio, raggiungendola alle sei del pomeriggio con quindici artiglieri con le membra congelate e molti cavalli e muli da abbattere perché sfiancati» ( SILVESTRI, p. 44). 
(33) Nei documenti più antichi è scritto Lareyto e il toponimo deriva dal latino l a r i c t u m  cioè “lariceto”.
(34) Il fatto d’arme avvenne in realtà nel 1635. Gli Imperiali, perso il controllo della Valtellina ad opera del Rohan, con quell’azione cercarono invanamente di riconquistarla. Come ci informa il Massera: «Il 22 ottobre, il Fernamont avanzò dalla Val Monastero verso la Val Fraele con circa seimila fanti e novecento cavalieri, mentre un altro reparto di moschettieri scelti, agli ordini del colonnello Herrera, calava in Val Furva attraverso i pericolosi ghiacciai e le rupi del Cristallo. L’assalto alle posizioni francesi si sarebbe dovuto svolgere contemporaneamente lungo tre direttrici concentriche: il grosso dell’armata, guidato dal Fernamont, sarebbe sceso in Valdidentro e avrebbe attaccato da quella parte; il colonnello Eynon con due reggimenti di fanti, passando dalla Val Fraele in quella del Braulio, avrebbe tentato di forzare da nord la Serra dei Bagni, mentre dalla Val Furva sarebbe venuto in suo sostegno il contingente del colonnello Herrera. Ma la manovra fallì perché i due reparti sussidiari, impediti nella marcia di avvicinamento da ostacoli imprevisti, giunsero tardi all’appuntamento» (S. MASSERA (a cura) La spedizione del duca di Rohan in Valtellina, Milano 1999, p. 66). Per completezza possiamo ricordare che durante la ritirata il Fernamont fu sorpreso dal Rohan mentre bivaccava in Val Fraele e nello scontro, avvenuto il 31 ottobre, perirono più di duemila soldati imperiali. 
(35) Per la conformazione a punta, il tratto di terra è chiamato Agói dal latino *a c u c u l u m “a forma di ago”.
(36) Per una corretta valutazione della distribuzione della popolazione del Bormiese, può tornare utile riportare i dati forniti dal Bardea nel 1784: 
-Valdisotto: (San Martino, San Bartolomeo, Morignone, Santa Maria Maddalena, Tolla, Cepina e i nuclei minori)  abitanti complessivi 1028. Inoltre, Piazza 140, Piatta 200, Oga 204, Fumarogo e Santa Lucia 84.
-Bormio (secondo lo stato d’anime del 1766) 1044.
-Valdidentro: Premadio, Molina e Turripiano contano 259 abitanti. Inoltre, Pedenosso 232, Isolaccia 300, Semogo 265.
-Livigno 620 e Trepalle 124.
-Valfurva (Uzza, Teregua, San Nicolò, Sant’Antonio, San Gottardo e Madonna dei Monti) vi sono in tutto 1200 persome. 
A tale data, dunque, la popolazione complessiva ammontava a 5680 abitanti (I. BARDEA, Lo Spione Chinese nella Rezia, vol. III, pp. 29-34). Come ricorda il Pigny, vi era una forte emigrazione stagionale che si esplicava prevalentemente nell’attività di ciabattino durante i mesi invernali. Il Bardea notava che questa professione sedentaria indeboliva i fisici già poco prestanti e favoriva le patologie polmonari. Egli auspicava pertanto che gli emigranti esercitassero attività più salubri come il facchinaggio praticato a Sondalo e a Grosio dove grazie ad un esercizio fisico quotidiano sorretto da una adeguata alimentazione vi erano corporature massicce e meno malattie. Fra le attività artigianali da incentivare in loco, egli ricordava i lavori di falegnameria e di intaglio del legno, allora scarsamente sviluppati (I. BARDEA, Lo Spione Chinese nella Rezia. Il sogno. Vol. VI, pp. 81-83).
(37) Le cinque torri menzionate sono: la torre Alberti, la torre del castello De Simoni, quella comunale, la torre Pedranzini e la torre del Verona, già all’inizio del reparto Ruina, che ha dato il nome al Bar Torre della piazza del Quèrc’.
(38) Bormio deriva dal leponzio *b o r m o “caldo”, per la presenza delle sorgenti termali. La dizione mons Braulius è la reinterpretazione di Nombraglio, da in Ombraglio, che deriva dal latino o m b r a c u l u m  “riparo ombreggiato”, forse dalla presenza di capanni di pastori.
(39) Per l’esattezza nel 1348 Bormio veniva presa con la forza da Luchino Visconti.
(40) Già i Visconti, a partire dal 1378, favorirono in vario modo i commerci del Bormiese largheggiando in concessioni. Francesco Sforza nel 1450 decretava che «si proibisce a chiunque che non sia Bormino di condurre vino in Germania e a Coira per la montagna del Braulio e per quella di Fraele sotto pena della confisca del vino, e ciò come risarcimento delle spese sostenute per la riparazione e ricostruzione delle strade attraverso i predetti valichi». Nel 1503 il re di Francia concedeva l’esenzione del dazio per 1500 carri di vino. SILVESTRI, p. 6.
(41) Per precisione storica il Re di Francia subentrò agli Sforza nel Ducato di Milano non nel 1512 ma nel 1500. Nel 1512 invece avvenne l’occupazione della Valtellina da parte dei Grigioni.
(42) Non vi sono documenti che provino questa tesi. Lo stile architettonico che la caratterizza ne fa il più bell’esempio del barocco nel Bormiese. Esso si rifà ai canoni della Controriforma e agli stilemi delle chiese gesuitiche. Per tale motivo alcuni studiosi vi scorgono l’influenza del Pozzo la cui espressione più nota è certamente la chiesa del Gesù a Roma.
(43) Nel 1336 Pietro Tussignano decantava le proprietà terapeutiche dei Bagni di Bormio nel Liber de Balneis Burmii.
(44) Attualmente detto Gheésc, in antico Gaviasco.
(45) Si conservano ancora i cinque quaderni manoscritti più un sesto, redatto come supplemento, intitolato Il sogno che contiene numerose osservazioni di carattere naturalistico. Una trascrizione dattiloscritta è stata curata dal padre Ireneo Simonetti. 

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