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Proposte per la trattazione delle voci verbali
in un dizionario dialettale
Presentazione del lavoro
di REMO BRACCHI
Forse non c’è stata mai nel passato una stagione più felice
di questa per la dialettologia valtellinese e valchiavennasca. L’interesse
per le varietà locali, entro l’orizzonte più vasto di una
rinnovata passione per le proprie tradizioni, sta coinvolgendo capillarmente
gruppi e singoli.
Si stanno allestendo numerosi dizionari a reticolo sempre più
fitto di paese in paese, lungo tutto l’arco tracciato dai bacini dell’Adda
e della Mera. A Livigno sono iniziati i lavori per una raccolta di voci
e di sintagmi di straordinaria importanza a motivo della collocazione del
borgo nella fascia che crea l’area di transito tra lombardo alpino e ladino
grigione. Il volume sarà accompagnato da un proprio corredo etimologico.
A Bormio è quasi pronta la lettera A del Dizionario etimologico
bormino che comprenderà anche le varietà satelliti fin dove
sarà possibile raggiungerle. Integrerà e completerà
l’opera di Glicerio Longa (Perugia 1913), le Giunte di Ambrosini Bläuer
Rini coordinando i risultati forniti da numerosi altri studi sparsi e inserendo
in ordine alfabetico unico anche le appendici dedicate dal Longa alla fauna,
alla flora, alla toponomastica e al gergo. Accoglierà anche voci
e locuzioni provenienti dagli antichi documenti d’archivio, allo scopo
di fornire alle varianti contemporanee una certa stratificazione diacronica.
I due musei di Bormio e della Valfurva vanno allestendo schedari utilissimi
alla conservazione dei dettagli ergologici in accelerata fase di sparizione.
Costantino De Monti ha iniziato a raccogliere voci e modi di dire di Cepina.
Il Vocabolario del dialetto di Frontale che Dario Cossi viene da anni rimpolpando
è praticamente pronto per la stampa. Si è tentato di fonderlo
con la varietà di Sondalo e dei suoi centri minori. Ma potrebbe
uscire anche a parte, data la spiccata originalità di una parlata
vissuta fino a pochi decenni or sono ancora al margine della civiltà
della ruota. Si auspica un’edizione provvista della spiegazione etimologica
dei termini più carattersitici. Il Dizionario etimologico grosino
ha conosciuto entro lo stesso anno di comparsa la sua seconda edizione
(Sondrio 1995). A Tirano è imminente la pubblicazione del terzo
vocabolario: dopo quello di Cici Bonazzi, Dizionario tiranese-italiano
(Canberra 1996, terza edizione) e di Aldo Pola e Dante Tozzi, Dizionario
tiranese (Tirano 1998), quello della maestra Mariagrazia Fiori. Ognuno
presenta un taglio proprio e la pluralità delle iniziative private
non risulta inutile all’economia generale di un lessico complessivo.
Scendendo verso la media e la bassa valle dell’Adda, si segnalano lavori
in corso per dizionari di grande impegno a Poggiridenti (a cura di Franca
Prandi) e a Morbegno (sotto la direzione di Stefano Ruffoni). La Val Tartano
è in attesa della seconda edizione in veste etimologica del dizionario
di Giovanni Bianchini. Entro il bacino della Mera è in prime bozze
il vocabolario dedicato alla varietà di Villa di Chiavenna per l’appassionata
dedizione ormai pluriennale di Giovanni Giorgetta. Si affiancherà
all’ottimo lavoro (anche se selettivo) di Sandro Massera dedicato a Novate
Mezzola (Chiavenna 1985) e alle note etimologiche che lo vanno corredando
nelle successive puntate di “Clavenna”. Da Mirko Colzada stiamo attendo
un confronto con la varietà più isolata della Val Codera.
Perché tutto questo fervore non si disperda in ventagli che
si ignorino l’uno l’altro, ricalcando alcune persistenti incompletezze
metodologiche del passato, si è pensato utile fornire uno schema
di rielaborazione secondo una moderna sensibilità, soprattutto per
quanto riguarda l’impostazione del verbo e l’analisi delle sue valenze,
affidando la trattazione a un vero specialista nel settore. Si ha la convinzione
che il modello fornito affinerà gli intervistatori e i compilatori
dei lessici e renderà molto più attenti gli stessi fruitori
dei dizionari a sfumature semantiche per troppo tempo trascurate. I dialetti
sono ancora ricchissimi di valenze da saturare di volta in volta, a seconda
del messaggio che si intende trasmettere. Trascurare il rilevamento di
questo vasto diramarsi di specializzazioni significherebbe rinunciare a
quanto di più originale le nostre varietà possono offrire
per il presente e per il futuro.
l’esempio di far nel dialetto di Bormio
di MICHELE PRANDI
Lo scopo di questo lavoro è una messa a punto di un modello
che possa essere applicato coerentemente nella redazione delle voci lessicali
relative ai verbi, con particolare riferimento alla compilazione di dizionari
dialettali.
Credo di interpretare una sensazione diffusa se osservo che le
voci più problematiche di un dizionario in generale, e di un dizionario
dialettale in particolare, sono proprio le voci relative ai verbi, e in
parte agli aggettivi, mentre la descrizione dei nomi è di gran lunga
più soddisfacente.
Già Trier osservava, nel suo classico lavoro del 1931
, che quando si tratta di descrivere il significato di parole come falce
o casa o mela la strada è in gran parte tracciata dalla disponibilità
di oggetti di esperienza salienti, per cui una descrizione fedele dell’oggetto
non ci porta molto lontano dalla definizione della parola. In un dizionario
dialettale, la definizione di un fungo porcino, di un aratro, o di una
borm. priàla (“avantreno o slitta corta con due pali paralleli a
strascico che fanno da piano di carico sulle discese ripide”) è
spesso accompagnata da un disegno o da una fotografia di un esemplare tipico.
Certo, si tratta di una scorciatoia, che però ha una sua plausibilità
teorica. Quando è alle prese con la designazione di oggetti concreti,
la lingua sembra comportarsi nell’essenziale come una nomenclatura che
incolla etichette agli oggetti di un mondo già fatto, dato immediatamente
all’esperienza . È questo, d’altronde, il presupposto di un approccio
onomasiologico in lessicografia. È difficile pensare una lingua
di una comunità contadina che non abbia un nome per la stalla, la
mucca, la falce.
Sebbene abbia di certo una componente di nomenclatura, tuttavia,
la lingua non si riduce a una nomenclatura, come Saussure e dopo di lui
Trier non si stancano di ricordarci.
Ci sono concetti che hanno la loro base nell’esperienza, e che
la lingua si limita a esprimere, cioè ad assumere come dati, salvo
arricchirli e riarticolarli sulla base di criteri interni. Il destriero
e il palafreno, ad esempio, sono concetti artificiali, costruiti dalla
lingua, ma presuppongono entrambi il cavallo, che è un concetto
naturale. Nel mio dialetto nativo di Pendolasco, oltre all’aradèl,
c’è un tipo particolare di aratro dal vomere invertibile che si
chiama, mataforicamante, vultaurégiä, alla lettera “volta orecchie”.
Ma mentre chiamare aradèl un vultaurégiä sarebbe solo
un po’ inaccurato, chiamare vultaurégiä un aradèl sarebbe
decisamente strano.
Ma ci sono anche concetti che la lingua costruisce realmente,
con criteri interni e che, invece di farsi influenzare da un’esperienza
che si offre immediatamente, finiscono per dare all’esperienza una forma
indissociabile dall’uso di una certa lingua. Quello che per noi è
un’azione ovvia come il mangiare, si scinde per un tedesco in due azioni
distinte, dato che in tedesco non esiste un verbo generico che valga mangiare,
ma due verbi distinti e specializzati, uno per gli esseri umani (essen)
e uno per gli animali (fressen). La differenza tra i due verbi non dipende
da aspetti dell’esperienza che si danno immediatamente, ma da un insieme
di relazioni e correlazioni interne alla lingua: da una parte, essen non
ha lo stesso valore di mangiare perché si oppone, nella lingua tedesca,
a fressen, che gli fa concorrenza, per così dire, e gli sottrae
una parte del terreno; dall’altro, essen entra in relazione con soggetti
umani mentre fressen entra in relazione con soggetti animali.
La parola magica che è emersa in questa breve discussione
è la parola “relazione”. Ci sono concetti che hanno le loro radici
in modo relativamente diretto e puntuale nella nostra esperienza, e concetti
che si sviluppao seguendo un cammino più tortuoso attraverso una
complessa rete di relazioni stabilite dalla lingua e nella lingua, e che
solo in quanto termini di una rete complessa di relazioni accettano di
entrare in rapporto con l’esperienza. Vediamo ora di capire come la distinzione
tra concetti puntuali e concetti relazionali può aiutare il lessicografo
nella redazione delle voci di un dizionario.
1 Struttura del significato dei verbi
1.1 Concetti classificatori e concetti relazionali
In un dizionario ideale troviamo due tipi di voci, le cui caratteristiche
sono calibrate sulla diversa natura dei concetti da descrivere, che possiamo
distinguere in due tipi fondamentali: i concetti puntuali classificatori
e i concetti relazionali.
I concetti classificatori hanno la funzione di raggruppare oggetti
e fatti secondo criteri di analogia parziale o totale, che la descrizione
lessicale cerca di rendere espliciti. L’esempio più tipico di concetto
classificatorio è il contenuto di un nome di oggetto. Il contenuto
di nomi come mela o falce, ad esempio, crea una categoria di oggetti, nel
senso che contiene i criteri per riconoscere un oggetto come una mela o
una falce. Idealmente, ci fornisce il ritratto della mela e della falce
nella loro forma più tipica, ci dice che cosa fa di una mela una
mela e di una falce una falce. Sono questi i concetti che giustificano
l’approccio onomasiologico in lessicografia.
I concetti relazionali hanno la funzione di connettere concetti
classificatori in relazioni più o meno complesse. L’esempio più
tipico di concetto relazionale è il verbo. Un verbo come mangiare,
ad esempio, impone a due entità date come già classificate
dai loro nomi, per esempio bambino e mela, una relazione data, diversa
da quella di tagliare o di guardare .
La funzione di perno di una relazione che caratterizza i concetti
verbali si manifesta compiutamente nella frase: ad esempio Il bambino mangia
la mela. Riferendosi a questa funzione dei verbi, L. Tesnière
definisce il significato della frase, chiamato convenzionalmente processo,
come un «piccolo dramma» al quale i diversi tipi di concetti
danno un contributo specifico: il verbo fornisce il canovaccio, mentre
le espressioni nominali o pronominali identificano gli argomenti, che Tesnière
chiama attanti.
Ogni verbo è pronto a ricevere un numero specifico di
attanti, o argomenti, ciascuno affidato a un’espressione di forma specifica,
nominale o preposizionale. Passando da una metafora teatrale a una metafora
chimica, Tesnière afferma che ogni verbo presenta una sua valenza,
cioè la disponibilità a ricevere uno o più argomenti
di forma specifica.
Sul piano sintattico, il verbo controlla la struttura del predicato
, e in particolare il numero e la forma dei complementi. Un verbo come
dormire riceve il soggetto ma non richiede complementi. Un verbo come mangiare
richiede, oltre al soggetto, un complemento oggetto diretto, che ha la
forma di una semplice espressione nominale, mentre rinunciare richiede
un complemento preposizionale, introdotto dalla preposizione a; dire richiede,
oltre al soggetto e all’oggetto diretto, un oggetto indiretto introdotto
dalla preposizione a, e così via.
Sul piano del contenuto concettuale, ogni verbo inserisce uno
o più concetti classificatori in una rete di rapporti, grazie alla
quale ricevono ciascuno un proprio contenuto di ruolo. Nella frase Il bambino
dorme, il bambino assume, in quanto soggetto, il ruolo di esperiente; nella
frase Il bambino mangia la mela, il bambino è agente e la mela,
in quanto oggetto diretto, è paziente; nella frase Il bambino regala
un giocattolo alla sorellina, il bambino è agente, il giocattolo
è paziente e la sorellina, in quanto oggetto indiretto, è
destinatario.
I concetti classificatori sono concetti intrinsecamente saturi.
Questo significa che per assolvere alla loro funzione elettiva non hanno
bisogno di legarsi ad altri concetti. Il contenuto del nome mela, ad esempio,
non ha bisogno di legarsi ad altri concetti per circoscrivere la categoria
delle mele.
Come gli esempi ci fanno capire, i concetti relazionali sono
invece necessariamente insaturi, in quanto non riescono a garantire la
loro funzione elettiva se non a condizione di essere saturati in modo appropriato,
cioè di essere collegati con altri concetti in una struttura grammaticale
complessa come la frase. Il verbo non contiene un processo allo stato attuale,
ma si limita a delinearne il progetto di massima. Finché non si
realizza nella frase, il significato del verbo – il processo – è
solo una realtà virtuale. Un concetto come mangiare, ad esempio,
non è in grado di esprimere un processo se non è accompagnato
da due espressioni nominali o pronominali, il soggetto e l’oggetto. In
altre parole, il verbo fornisce l’elemento attivo di una relazione di cui
i nomi forniscono i termini passivi, ma paga questo suo privilegio rinunciando
all’autosufficienza.
1.2 Il contenuto del verbo:
componente classificatoria e componente relazionale
Se fin qui abbiamo insistito sulle sue proprietà
relazionali, questo non significa che il contenuto dei verbi non includa
una componente classificatoria, che lo apparenta al contenuto dei nomi.
Come un nome ci permette di raggruppare e di distinguere istanze di oggetti,
un verbo ci permette di raggruppare e di distinguere istanze di processi.
Due verbi come amare e odiare, ad esempio, presentano la stessa struttura
relazionale: entrambi mettono in relazione il soggetto di un sentimento
con il suo obiettivo. Ciò che li distingue, e ci permette di raggruppare
istanze di odio e istanze di amore in categorie distinte, è certamente
un insieme di caratteristiche inerenti proprie di ciascun processo. C’è
insomma qualcosa nell’odio che lo qualifica come odio e lo distingue dall’amore,
e viceversa, indipendentemente dalle componenti relazionali, che sono le
stesse nei due casi.
La presenza simultanea di una componente relazionale e di una
componente classificatoria nel contenuto dei verbi ci fa capire che l’opposizione
tra concetti classificatori e concetti relazionali non è esclusiva.
Non ci sono concetti puramente classificatori da una parte e concetti puramente
relazionali, privi di una componente classificatoria, dall’altra. Come
i concetti relazionali contengono una componente classificatoria, i concetti
puramente classificatori includono una componente relazionale.
Nel definire nomi come mela, cavallo o falce, è difficile
non riferirsi esplicitamente a processi in cui gli oggetti che designano
sono coinvolti, e quindi senza inserirli in qualche modo in schemi relazionali.
Le mele si coltivano e si mangiano, il cavallo ha un ruolo importante nella
nostra storia e nella nostra cultura in senso lato. Un oggetto come la
falce, addirittura, è stato ideato e costruito come strumento destinato
a una funziona precisa. La sua destinazione funzionale, e quindi il suo
ruolo nella struttura di certe azioni umane, sono dunque costitutivi non
solo del suo peso sociale, come nel caso della mela o del cavallo, ma della
sua stessa esistenza. Una falce non sarebbe mai esistita se non fosse uno
strumento per la falciatura.
Tutti i concetti, dunque, sono realtà complesse che contengono
tanto una dimensione classificatoria quanto una dimensione relazionale.
Il problema a questo punto diventa un problema di gerarchia.
I concetti classificatori denotati dai nomi di oggetti, abbiamo
visto, rappresentano la componente passiva della struttura dei processi,
in quanto il loro ruolo nel processo è fissato dal verbo che ne
contiene il progetto. Nei concetti classificatori, la componente relazionale
è subordinata alla componente classificatoria. Sapere qual è
la funzione di una falce ci aiuta a caratterizzare le falci e a riconoscerle.
I concetti relazionali denotati dai verbi, viceversa, rappresentano
la componente attiva della struttura dei processi, in quanto progettano
la loro forma e il loro contenuto. Per questo la loro componente classificatoria
è subordinata alla componente relazionale, e la presuppone. In altre
parole, il contenuto inerente di un verbo, quello che lo caratterizza come
criterio di classificazione di processi, può essere descritto coerentemente
solo a partire da una caratterizzazione precisa del suo contenuto relazionale,
come risulta da alcune semplici riflessioni.
Quando un verbo ammette più di uno schema di valenza presenta,
per ogni schema, almeno un’accezione distinta. Nel mio dialetto nativo
di Pendolasco, ad esempio, dà fö può essere usato sia
come verbo intransitivo sia come verbo transitivo. Ora, è chiaro
che prima di definire il suo significato inerente – per esempio, di fornire
una parafrasi in italiano – dobbiamo sapere di quale schema di valenza
stiamo parlando. Come verbo intransitivo, dà fö (borm. dar
fòra) significa più o meno “arrabbiarsi”; come verbo transitivo,
significa “distribuire”.
All’interno di ogni schema di valenza, inoltre, un verbo prende
accezioni distinte al variare delle solidarietà lessicali . Si ha
una solidarietà lessicale ogni volta che un termine relazionale
– tipicamente, un verbo – impone delle restrizioni specificamente linguistiche
al contenuto dei termini che lo saturano . In parole povere, certi verbi
si possono usare solo con un numero limitato di soggetti o di oggetti.
I notri dialetti (ma anche una grande lingua di cultura come il tedesco)
sono particolarmente ricchi di solidarietà lessicali. Da un lato,
molti verbi, specialmente composti, si usano esclusivamente con due o tre
tipi di soggetto o di oggetto, o addirittura con uno. Dall’altro, diverse
solidarietà lessicali attivano significati assolutamente diversi
per uno stesso verbo. Nel mio dialetto, fà int, ad esempio, si usa
solo con il vino in posizione di oggetto diretto, nel senso di riempire
una bottiglia o un recipiente che può essere portato in tavola dalla
botte, o da un altro recipiente che si trova in cantina. Come verbo intransitivo,
fà fö si usa solo con un recipiente in posizione di soggetto,
e significa perdere da una falla. D’altro canto, uno stesso verbo come
à giù cambia significato al variare delle solidarietà
lessicali. Se l’oggetto è il naso o il muco (borm. far (i)ó
l nas, l nit “il muco”), significa “soffiare”; se l’oggetto sono i tralci
improduttivi della vite (rùgnä e fiö), significa “strappare”.
Come risulta dagli esempi, l’intervento delle solidarietà
lessicali si inquadra in uno schema di valenza, dato che si appoggia a
una relazione grammaticale, tipicamente di soggetto o di oggetto. Se un
verbo ha più di uno schema di valenza, ognuno di questi è
pronto a inquadrare una o più relazioni di solidarietà lessicale,
ciascuna delle quali imporrà al verbo un contenuto distinto. Oltre
all’uso intransitivo di cui abbiamo appena parlato, fà fö ammette
un uso transitivo. Se nell’uso intransitivo prende come soggetto un recipiente
e significa perdere, nell’uso transitivo prende due tipi completamente
diversi di oggetti, i legumi che hanno un bacello, e le bevande: con i
legumi, significa “sgusciare”; con il vino, significa “versare nei bicchieri”.
Tanto la presenza di più schemi di valenza quanto la disponibilità
a più solidarietà lessicali mostrano che il contenuto inerente
di un verbo – la sua capacità di classificare tipi di processi –
è indissociabile dal suo contenuto relazionale e lo presuppone.
Questo implica che operazioni come descrivere il contenuto di un verbo,
confrontare il contenuto di verbi diversi, e tradurre il contenuto di un
verbo in un’altra lingua, possono essere portate a termine coerentemente
solo a partire da un’esplicitazione della componente relazionale. Ha senso
contrapporre come valori opposti i significati di odiare e amare, ad esempio,
perché entrambi si costruiscono con un essere umano che prova un
sentimento in posizione di soggetto, e con un’entità più
generica – un uomo, un animale, una cosa o un concetto astratto – investita
dal sentimento in posizione di oggetto. Non ha senso, viceversa, confrontare
amare con soffrire, che ha uno schema di valenza e una distribuzione dei
ruoli del tutto differenti. Ha senso dire che fà fö si traduce
con “versare” solo dopo aver specificato che stiamo parlando dell’uso transitivo
con una bevanda in posizione di oggetto diretto.
1.3 Concetti classificatori, concetti relazionali e parti del discorso:
nomi relazionali e verbi supporto
La distinzione tra concetti classificatori e concetti relazionali
ha una correlazione significativa con la distinzione tradizionale tra le
parti del discorso. Abbiamo visto che i concetti puntuali sono designati
da nomi, mentre i verbi rappresentano i casi più tipici di concetti
relazionali. Gli aggettivi, a loro volta, sono concetti relazionali, la
cui descrizione ricorda, per molti aspetti qualificanti, quella dei verbi.
Tuttavia, la correlazione tra tipi di concetti e parti del discorso non
è così lineare come potrebbe sembrare, in primo luogo perché
accanto ai nomi più tipici, che denotano concetti classificatori,
troviamo nomi che, come i verbi o gli aggettivi, denotano concetti relazionali.
Nomi come vendemmia o bellezza condividono con nomi come mela
o falce le proprietà morfologiche. Tuttavia, il contenuto di raccolta
assomiglia più al contenuto di vendemmiare che a quello di uva,
mentre il contenuto di bellezza assomiglia di più al contenuto dell’aggettivo
bello che a quello di fiore.
La presenza di nomi dal contenuto relazionale è pertinente
per la descrizione lessicografica dei nomi, ma influenza anche quella dei
verbi.
Concettualmente, un nome predicativo è in grado di funzionare
come perno di una frase esattamente come un verbo. Ciò che gli manca
del verbo è la morfologia: i nomi non si coniugano secondo modo,
tempo, aspetto e persona. Per diventare perno di una frase, un nome relazionale
deve quindi necessariamente appoggiarsi a un verbo, che gli offre un accesso
alla morfologia o, per usare il termine tecnico, gli fa da supporto .
In una frase come Luigi ha fatto una descrizione della cattedrale,
il perno del processo non è il verbo fare ma il nome descrizione.
Il verbo fare, da parte sua, perde il suo statuto di verbo predicativo
a favore del nome. Si parla quindi in questo caso di una costruzone con
nome predicativo e verbo supporto. Il processo messo in scena dalla frase
Luigi ha fatto una descrizione della cattedrale presenta le stesse caratteristiche
del Luigi ha descritto la cattedrale, in quanto il concetto “descrivere”
è presente in entrambe le frasi, sia pure in vesti morfologiche
diverse.
Un verbo supporto non è necessariamente un verbo speciale,
ma una funzione nella struttura della frase, accessibile anche a verbi
che ammettono l’uso predicativo. Nella frase Luigi ha dato un ordine a
Piero, ad esempio, un ordine è il perno del processo, è
un nome predicativo, e dare il suo supporto. In una frase come Luigi ha
dato un libro a Piero, viceversa, dare è il perno del processo,
è un verbo predicativo, e un libro introduce uno degli argomenti,
il complemento oggetto. La differenza emerge chiaramente se si prova a
eliminare il verbo dare. Nel primo caso, il processo rimane integro e riconoscibile
perché la caduta del supporto dare lascia sussistere il perno del
predicato: L’ordine di Luigi a Piero; nel secondo, il processo si sfalda,
perché viene meno il suo perno stesso, che è dare: nell’espressione
Il libro di Luigi a Piero è difficile vedere un contenuto, e tanto
meno un processo.
In una descrizione esaustiva dei verbi di una lingua, la problematica
dei verbi supporto è pertinente per più ragioni.
In primo luogo, ci sono verbi che hanno la funzione esclusiva
di supporto, ad esempio comminare, e che vanno quindi descritti come tali,
segnalando la loro relazione con un nome predicativo: ad esempio comminare
si caratterizzerà come supporto in relazione a nomi predicativi
come pena o sanzione.
Ci sono poi verbi che ammettono sia l’uso predicativo sia l’uso
come supporto: ad esempio fare e dare. Nella definizione di questi verbi,
gli usi predicativi, per esempio dare un libro, devono essere accuratamente
distinti dagli usi come supporto: per esempio dare un ordine.
Ci sono infine verbi che ammettono di essere usati come supporti
specializzati per introdurre nel processo specifiche varianti aspettuali.
Iniziare, ad esempio, introduce nel processo un aspetto incoativo (Luigi
ha iniziato la traduzione), mentre terminare introduce un aspetto terminativo
(Luigi ha terminato la traduzione).
D’altro canto occorre segnalare, per ogni nome predicativo, con
quale verbo supporto, o più spesso con quale paradigma di verbi
supporto, può essere costruito. Alla voce descrizione, ad esempio,
occorre specificare che ammette tutta una gamma di verbi supporto, dal
generico fare ai più specifici eseguire o redigere.
1.4 Lessico e grammatica nella descrizione del verbo
La struttura relazionale e insatura del significato del verbo
ci costringe a rimettere in questione la distinzione tradizionale tra informazione
lessicale e informazione grammaticale.
Questa distinzione è netta nel caso dei concetti puramente
classificatori come “mela” o “aratro”, ma deve essere riconsiderata interamente
nel caso dei verbi, e più in generale dei concetti relazionali.
Il contenuto di un verbo ha, come abbiamo visto, una forte componente
classificatoria. Come il nome mela ci permette di raggruppare una categoria
di oggetti che si offrono all’esperienza, un verbo come dire ci permette
di raggruppare un certo numero di processi, e in particolare di azioni
linguistiche che si presentano all’esperienza. Sulla base di questa analogia
immediata, è facile decidere che per definire un verbo basta descrivere
accuratamente la sua componente classificatoria, come si fa con i nomi
saturi: che per descrivere il contenuto di esperienza associato a verbi
come parlare, cantare, arare, per esempio, basti isolare esplicitamente
i caratteri inerenti che qualificano ciascun processo e lo distinguono
dai processi concorrenti.
Tuttavia, come abbiamo visto, tanto la descrizione del contenuto
inerente del processo – del verbo come classificatore di processi – quanto
il confronto tra processi concorrenti si basano su una definizione preliminare
della cornice relazionale, o, più spesso, delle cornici relazionali,
in cui il verbo entra. Ora, parlare di cornice relazionale del contenuto
verbale significa inevitabilmente parlare di grammatica, e inserire nella
definizione dei verbi una componente grammaticale. Questo non significa
ovviamente che un dizionario debba contenere tutta la grammatica. Ma la
descrizione di un verbo o, in generale, di un concetto relazionale, non
può ignorare, o descrivere in modo superficiale e impressionistico,
quella parte della struttura della frase che dipende per la sua forma stessa
dalle proprietà del verbo, e cioè il numero e la forma dei
suoi argomenti. Lo schema, o, più spesso, gli schemi di valenza
del verbo, pur essendo radicati nel suo contenuto, sono di competenza diretta
della grammatica; le solidarietà lessicali, a loro volta, si fondano
su relazioni grammaticali come il soggetto e l’oggetto. Per queste ragioni
un buon dizionario non può limitarsi a considerare il verbo come
un classificatore di processi, ma deve cercare di registrare tutti gli
aspetti rilevanti, tanto nel contenuto che nella forma, della rete di relazioni
grammaticali costruite intorno a un verbo.
Le osservazioni fatte fin qui sulla natura dei concetti verbali
sono, in un certo senso, delle ovvietà, e credo che in linea di
principio ci sia su questo punto un accordo unanime. Eppure, tutti noi
sappiamo che le informazioni relazionali indispensabili alla definizione
del contenuto dei verbi, dagli schemi di valenza alle reggenze alle solidarietà
lessicali, sono fornite in modo episodico, e senza la consapevolezza della
loro portata teorica e del loro impatto descrittivo, e la ragione di questa
lacuna risiede certamente nella tendenza inconsapevole a modellare la definizione
dei concetti relazionali insaturi su quella dei concetti classificatori
saturi, evitando di problematizzare in modo esplicito la dimensione relazionale
del contenuto dei verbi.
Finché un dizionario monolingue è destinato ai
parlanti di una lingua viva, è facile illudersi che queste informazioni
siano ridondanti. In fondo, che bisogno c’è di dire a un italofono
che rinunciare regge la preposizione a, o a un parlante fluente del dialetto
di Pendolasco che dà fö e fà fö sono sia transitivi
sia intransitivi, o che trà fö (borm. tiràr fòra)
si usa sia con i vestiti (“togliersi”) sia con l’erba, il fieno e il letame
(“spandere”)? Ma quando un dizionario è destinato a fornire il ritratto
di una lingua forse destinata a scomparire, la mancata registrazione di
certe informazioni diventa una perdita irreversibile, che il linguista
di domani certamente rimpiangerà.
Nei paragrafi che seguono, cercherò di esplicitare i parametri
pertinenti per una descrizione il più possibile esaustiva del significato
dei verbi (§ 2), e di fornire una griglia illustrativa esemplificata
su un verbo particolarmente ricco del dialetto di Bormio: il verbo far
(§ 3).
2 I parametri della descrizione
In questo paragrafo introduco con dei brevi commenti i principali
parametri che permettono di costruire una definizione completa di un verbo.
Dato che è essenziale, in questa fase di messa a punto degli strumenti,
una padronanza intuitiva sicura della lingua, uso qui esempi tratti dal
dialetto di Pendolasco, che non saranno certo di difficile comprensione
per gli amici dell’Alta Valle.
2.1 Tipologia dei lessemi verbali
Verbo semplice: dà, fà, cur: “correre”
Verbo composto (comp): dà fö, dà scià.
Nei nostri dialetti, la ricchezza di verbi composti è
impressionante. Questo fatto risalta particolarmente sullo sfondo di una
lingua romanza come l’italiano, e crea non pochi problemi di interferenza
nell’apprendimento, ma ha anche influenzato l’italiano, che ormai si è
allontanato dal tipo romanzo puro e presenta, a differenza per esempio
del francese, molti verbi composti.
Ciò che interessa il lessicografo è soprattutto
il fatto che il contenuto dei verbi composti e le loro proprietà
relazionali non sono prevedibili a partire dalla base. Abbiamo visto ad
esempio che fà fö può essere sia intransitivo (“perdere
un liquido da una falla”, detto di un recipiente) sia transitivo (“uccidere”
se l’oggetto è un essere umano; “sgusciare” se l’oggetto sono dei
legumi, come i falö o i arbéä, borm. far fòra i
falgiöl). L’uso intransitivo non designa un’azione, e quindi il suo
contenuto ha perso ogni contatto con fà, che è un verbo d’azione,
e per giunta transitivo; gli usi transitivi, per parte loro, designano
azioni molto specifiche, mentre fa è un verbo generico, usato prevalentemente
come supporto di nomi predicativi (l’ò fac’, borm. l’éi féit
significa in prima battuta ho fatto, o compiuto, questa azione).
Locuzione verbale (locuz.): fà bén, fà 'ndà,
borm. far bén, far ir.
Anche i verbi composti entrano in locuzioni: dà fö
da mat, da catif “ “ (borm. dar fòra de mat, de catìf “mettersi
ad agire in modo irrazionale, impazzire”).
Locuzione verbale idiomatica con senso traslato (trasl.).
Le espressioni idiomatiche con valore di verbo sono casi particolari
di locuzioni verbali, che in modo parallelo a queste si comportano in blocco
come verbi semplici. La locuzione idiomatica, fà sü 'l fil,
ad esempio, contiene un verbo e un complemento oggetto, ma assume in blocco
il valore di un verbo intransitivo, e ha un significato come locuzione
(“morire”) che non si giustifica a partire dal significato delle parti
costituenti.
Un motivo di interesse delle espressioni idiomatiche è
la loro motivazione, spesso legata al patrimonio etnografico e alla memoria
storica della comunità, che può essere interessante esplicitare,
sia pure in forma sommaria, anche in un dizionario.
Ci sono due ordini di motivazioni pertinenti delle espressioni
idiomatiche: una motivazione di tipo analogico-metaforico e una motivazione
dovuta alla cristallizzazione e alla generalizzazione di processi inferenziali
contingenti, che prolungano e fissano l’interpretazione di un contenuto
dato, legato a tradizioni riportate, a vicende storiche o addirittura a
fatti di cronaca .
Un esempio di motivazione metaforica è l’espressione
dà giù l lac’ (borm. dar (i)ó l lèc’ lett.
“lasciar scendere il latte”), che significa “prendere una decisione sofferta
o concedere qualche cosa dopo lunga meditazione”. La difficoltà
con cui una persona prende una decisione o fa una concessione viene concettualizzata
usando come modello la difficoltà con cui certe mucche hanno la
montata lattea.
Un esempio di motivazione inferenziale è laurà
për la gélä dal Caiö, che significa lavorare per
nulla, in modo inconcludente. In una condizione contingente data, e per
ragioni altrettanto contingenti, l’affermazione laurà për la
gélä dal Caiö autorizza a inferire “lavorare senza compenso”
esattamente come in certe condizioni l’affermazione Sono le sette autorizza
l’inferenza “è ora di alzarsi”. Mentre la maggior parte delle inferenze
che identificano i messaggi contingenti a partire dal contenuto di espressioni
linguistiche nascono e muoiono con la situazione comunicativa effimera
che le ha viste nascere, alcune sopravvivono, e finiscono con l’essere
codificate come significato di un’espressione. In questi casi, il valore
idiomatico di un’espressione apre una preziosa finestra sulla memoria storica
di una comunità.
Le motivazioni analogiche si appoggiano per l’essenziale a strutture
cognitive largamente condivise e facilmente accessibili. Per esempio, l’espressione
fas inàns (borm. fas inànz) “venire avanti” acquista il significato
traslato di “avanzare pretese; reclamare, protestare” e simmetricamente
l’espressione fas indré (borm. fas indré) “tirarsi indietro”,
acquista il significato traslato di “rinunciare a pretese” sulla base di
uno schema generale per cui andare avanti implica “acquistare” e andare
indietro significa “perdere”. Viceversa, le motivazioni legate a processi
inferenziali cristallizzati alludono a credenze, a ricordi e a tradizioni
orali in gran parte sommersi, la cui esplicitazione richiede, ammesso che
sia possibile, un lavoro specifico con gli informanti. Quanti parlanti
di Pendolasco sanno spiegare perché l’espressione laurà për
la gélä dal Caiö ha il significato che ha (e quanti parlanti
dell’italiano sanno perché Portare il soccorso di Pisa ha il significato
che ha)? La risposta, ovviamente, non è importante per descrivere
il significato dell’espressione, che è quello che è, anche
se la sua motivazione rimane opaca, ma per arricchire la nostra conoscenza
del tessuto culturale che alimenta la creatività lessicale di una
comunità.
Verbo ausiliare o servile (aus.):
Per esempio fà nelle costruzioni fattitive (fa cur, fa
béf), o ulé “volere” come ausiliare del futuro: l'öl
ciöf (borm. al vòl plòer) “vuol piovere, sta per piovere,
presto pioverà”.
Copula o verbo copulativo (cop.):
Per esempio deventà (vèc'), das për (malàt).
Verbo supporto di nome predicativo (supp.):
Per esempio dà in dà dagn (borm. dar dègn)
“danneggiare”. Gli usi di un verbo come supporto devono essere dati anche
nel lemma del nome predicativo che li seleziona. Es. dagn: supp. dà;
pagüra: supp. fà. È utile dare un esempio completo di
predicato, per mostrare il comportamento sintattico del nome predicativo:
dà dagn a vërgüñ; fà pagüra a
vergüñ (borm. dar dègn a vergùn, far pöira
a vergùn).
2.2 Proprietà relazionali del verbo
2.2.1 Schemi di transitività o valenza
La distinzione tradizionale tra verbi transitivi e intransitivi,
pertinente per l’accesso alla forma passiva, è insufficiente al
trattamento delle proprietà relazionali che inquadrano il contenuto
lessicale dei verbi.
Per quel che riguarda i verbi intransitivi, non distingue tra
i verbi a un posto, che richiedono il solo soggetto, come dormire, e i
verbi a due posti che, esattamente come i verbi transitivi, richiedono
un complemento. Semplicemente, il complemento dei verbi transitivi a due
posti non è un’espressione nominale semplice, ma è introdotto
da una preposizione selezionata dal verbo stesso. Rinunciare, ad esempio,
seleziona a (a un viaggio); contare, nell’uso intransitivo, seleziona su
(conto sul tuo aiuto), e così via. È chiaro che, sebbene
non accetti la passivizzazione, rinunciare assomiglia più, nella
struttura del processo, a cercare che a dormire. Il complemento dei verbi
intransitivi a due posti può essere chiamato oggetto preposizionale,
per distinguerlo sia dall’oggetto diretto, sia dall’oggetto indiretto,
che non è alternativo all’oggetto diretto ma lo accompagna.
Per quel che riguarda i verbi transitivi, occorre distinguere
i verbi a due posti, come amare, che richiedono il complemento oggetto
diretto, e i verbi a tre posti come dare che richiedono l’oggetto diretto
e l’oggetto indiretto.
Propongo dunque di sostituire la semplice opposizione fra transitivo
e intransitivo con una tipologia più fine.
Intr1: Verbo intransitivo a un posto: ha solo il soggetto (es. la but
la fà fö “la botte lascia trapelare il contenuto);
Intr2: Verbo intransitivo a due posti: soggetto + complemento oggetto
preposizionale (es. fà dré al féñ “lavorare
il fieno”);
Tr2: Verbo transitivo a due posti: soggetto + complemento oggetto diretto
(es. fa sü la cà “costruire la casa”, borm. far su la bàita);
Tr3: Verbo transitivo a tre posti, o ditransitivo: soggetto + complemento
oggetto diretto + complemento oggetto indiretto (es. dach vërgót
a vergün; è interessante il pronome clitico prolettico obbligatorio
con il verbo dà: dach; borm. dar / daghi vergót a vergùn).
Con Tr2 e soprattutto con Intr2 è bene dare sempre un
esempio di frase per mostrare la forma del complemento preposizionale:
es. dach ën s’ciàf al rèdës, insugnàs di
pòri mòrt, borm. dar un lg’lavadént al marc’, insumiès
di pór mòrt “dare uno schiaffo al ragazzo, sognarsi dei poveri
morti”.
Con alcune classi di verbi, la transitività non si limita
agli argomenti nominali ma comprende argomenti che sono a loro volta frasi,
o proposizioni. Accanto a védi ‘l rèdës, abbiamo védi
chë t’è cumpràt la sa; accanto a rëgurdàs
di rèdës, troviamo rëgurdàs da cumprà la
sa.
Quando il verbo regge una completiva oggettiva, si classifica
tra i transitivi o tra gli intransitivi con un criterio di analogia con
i complementi nominali:
insugnàs da fa sü la cà nöuä:
Intr2 per analogia con insugnàs di pòri mòrt “sognarsi
dei poveri morti”
védi chë t’è mìgä furnìt da trà
fö: Tr2 per analogia con védi ‘l gat;
dich al Giuàñ da ‘ndà a cà sübët:
Tr3 per analogia con dich ‘nä bülìä al Giuàñ.
Anche in questi casi è utile dare un esempio per mostrare
la forma della completiva
Rifl. Verbo riflessivo: lavàs (borm. lavàs).
Pron: Verbo pronominale, da suddividere ulteriormente in:
PronIntr1: bvegliàs (borm. descedàs);
PronIntr2 (con oggetto preposizionale): insugnàs,
rëgurdàs (dë vërgót), borm. insumiàs,
regordàs (de vergót) “sognarsi, ricordarsi di qualcosa”;
PronTr2 (con oggetto diretto): borm. fas cóntra
vergùn “mettersi in opposizione contro qualcuno, provocare l’ostilità
di qualcuno”.
I verbi pronominali e i verbi riflessivi vanno distinti da costruzioni
come fas vìä i mùbcä (borm. fas ìa li mósc’ca),
dove il pronome personale riflessivo designa quello che nella letteratura
tipologica viene chiamato il possessore esterno, e cioè una persona
che non rientra nella struttura vera e propria del processo ma ne è
coinvolta direttamente.
Un caso tipico di possessore esterno si ha in italiano, quando
si dice ad esempio Mi sono lavato le mani. La persona a cui appartengono
le mani, invece di essere designata, come ad esempio nell’inglese I washed
my hands, da un possessivo interno al sintagma nominale, e quindi applicato
al posseduto, appare nella frase come se fosse un ruolo autonomo. Questo
non significa però che si tratti di un argomento del verbo. In primo
luogo, la presenza del possessore presuppone la presenza del posseduto
come argomento nel processo: nel nostro caso, delle mani. In secondo luogo,
ogni processo, indipendentemente dalla valenza del verbo principale, può
ricevere un possessore esterno, dall’azione compiuta dal soggetto stesso
(Mi sono lavato i denti) all’azione compiuta da un terzo (Mi hanno picchiato
il cane) all’evento (Mi è gelata l’acqua nell’orto). La sola condizione
è che sia presente qualcosa di posseduto e sia quindi coerente immaginare
un coinvolgimento di una persona nel processo. Questo però
implica che il possessore esterno non qualifica nessun tipo di processo
in particolare.
Sulla base di queste considerazioni, ritengo che sia opportuno
dare esempi significativi di possessore esterno per documentarne l’uso
nei dialetti, evitando tuttavia di attribuire al possessore esterno un
posto nello schema di valenza del verbo. In una costruzione come Mi hanno
bruciato la macchina, ad esempio, ci sono tre ruoli: il soggetto sconosciuto,
la macchina e il suo proprietario; tuttavia, il verbo bruciare non diventa
per questo Tr3 ma rimane Tr2.
Dal punto di vista della transitività, le locuzioni e le
espressioni idiomatiche vanno trattate esattamante come i verbi monorematici
(cioè espressi con una sola parola). È importante tenere
presente che la valenza della locuzione non coincide con la valenza della
forma verbale incorporata. fà 'ndà è, come il borm.
far, un verbo Tr2 (fà 'ndà butéga, borm. far ir la
butìga “far procedere, dirigere un negozio”), mentre fà bén
è Intr2: fà bén a (borm. far bén al fìdich
“far bene al fegato”). L’espressione idiomatica traslata fà sü
l fil “morire” è Intr1: ël Giàcum l'à fac' sü
‘l fil equivale a ël Giàcum l'è mòrt.
Dato che la locuzione si comporta come un tutto, la distinzione
tra verbi predicativi e verbi supporto al suo interno si neutralizza. La
locuzione borm. far fòra ‘na tralgédia “complicare le cose”,
ad esempio, è un predicato a verbo supporto, mentre far de per lór
“fare da soli” contiene un verbo predicativo. Ma questa differenza non
interferisce con la struttura della locuzione, che si comporta in entrambi
i casi come un verbo predicativo Tr1.
2.2 Solidarietà lessicali
Le solidarietà lessicali sono limitazioni imposte dalla
lingua al contenuto degli argomenti di concetti relazionali, in particolare
verbi, aggettivi e nomi predicativi. fà int, ad esempio, si usa
con il vino in posizione di oggetto. Il fatto che le solidarietà
lessicali siano inquadrate da relazioni grammaticali come soggetto o oggetto
implica che possiamo parlare di solidarietà lessicali solo all’interno
di un particolare schema di valenza. Se un verbo ammette più schemi
di valenza, ognuno di questi schemi avrà, se è il caso, le
sue specifiche solidarietà lessicali. fà fö, ad esempio,
prende come soggetto un recipiente fallato nell’uso Int1 e come oggetto
dei legumi (sgusciare) o un essere umano (uccidere) nell’uso Tr2.
Ecco alcuni esempi di registrazione di solidarietà lessicali.
Si omette per brevità il riferimento alla relazione grammaticale
coinvolta, che è facilmente intuibile.
Quando le solidarietà lessicali coinvolgono classi di
oggetti abbastanza generali o comunque facilmente identificabili, è
opportuno specificarle:
fà fö: Intr1, (detto) di (soggetto che designa un) recipiente:
“perdere, gocciolare”. Tr2, di legumi: “sgusciare” (borm. far fòra);
di essere umano: uccidere (borm. far fòra);
trà fö: Tr1. Di vestito: “togliere” (borm. tiràr
fòra). Trasl (di membro del clero): trà fö la vèbtä:
“ridursi allo stato laicale”; di erba o letame: “spandere”.
Quando si tratta di relazioni molto idiosincratiche può
bastare un esempio:
fà sü l cióñ (borm. far su l purcèl)
“macellare il maiale e insaccarne le carni”.
Per concludere, propongo una mascherina che considera e gerarchizza
tutte le possibilità. Questa mascherina può essere provata
su ogni voce, salvo evidentemente depennare le rubriche non pertinenti.
Definizione generale orientativa (quando è possibile):
Forma semplice: Intr1, Intr2, Tr2, Tr3, Rifl, PronIntr1, PronIntr2,
PronTr2
Forma composta: Intr1, Intr2, Tr2, Tr3, Rifl, PronIntr1, PronIntr2,
PronTr2
Per ogni forma semplice e per ogni forma composta, e per ogni schema
di valenza di ciascuna, si indicano le locuzioni (locuz.) e le espressioni
idiomatiche (trasl.), e si precisa, nel caso, se si tratta di copula (cop.),
di verbo copulativo, di ausiliare (aus.), o di verbo supporto (supp.).
3 Un esempio di voce verbale: far nel dialetto di Bormio.
Forma semplice
Definizione di massima: far “fare, operare”.
La definizione di massima focalizza l’uso centrale, prototipico di
far come verbo di azione generico Tr2 con la vocazione di supporto di nomi
predicativi: per esempio, far ‘na córsa, far un salt “fare una corsa,
fare un salto”. Loc: tra ‘l dir e ‘l far
Int1
Non c’è un uso Int1 e Intr2 del verbo semplice far; ci
sono però molte locuzioni con questi schemi di valenza. È
un esempio significativo del fatto, già segnalato, che lo schema
di valenza di una locuzione è indipendente da quello del verbo che
incorpora.
Locuz.
Fàlä euf. “defecare”; fàlä fràncä
“farla franca, sfuggire a un controllo, passarla liscia”; far dir del bén
“far celebrare delle messe (per i defunti)”; far a li bùsc’ca “tirare
a sorte servendosi di pagliuzze o legnetti”; far bùa infant. “far
male, dolere”; far a plan “far piano”; far apòsc’ta “fare per finta”,
“non dire il vero”; far de per lór “fare da soli”; far de sc’fròs
“agire con sotterfugio, imbrogliando senza essere scoperto”; far del bón
“fare per davvero, sul serio”; fàla de fùrbo “agire da astuto”;
fàla di pàti “agire come si è concordato”; fan de
plù “darsi arie”, fan de mén “non darsi arie, non fare le
cose più grandi di quello che sono”.
[Le locuzioni seguenti contengono un nome predicativo e un verbo supporto,
ma, come ho osservato prima, non vale la pena di trattarle a parte]:
far (dóa) ròda non più in uso “fare un giro di
ballo”, anno 1631: mi fece fare due rode… facevo qualche rode (Quaterni
inquisitionum); far döi gir “fare due giri (di ballo)”; far döi
salt “far due salti”; far quàtru pas “fare quattro passi”; far vèrz
“gridare, far versi”.
Trasl.:
far sc’coféla “disputare animatamente, agitare questioni”;
gerg. fàla de camulét “agire di nascosto, con sotterfugio”;
“far finta di non capire”; far sc’curìzi “provocare senso di vertigine;
far paura”.
Int2
Locuz.
Far bén “far bene”, far bén al sc’tómich
“far bene, giovare allo stomaco”; far bón a “far bene, giovare”,
far bón a la vìsc’ta “giovare alla vista”; far bùa
al deitón del pè infant. “far male, recar danno all’alluce”;
far cumpàgn de “far come”, far cumpàgn di àltri “fare
come gli altri”; far a dir cu “litigare a parole”, far a dir cu la söira
“fare a dire, lamentarsi con la suocera”; far a parér de “far finta”,
far gnìnca a parér de “non fare neppure finta di”; far a
véder su “calcolare”, al fà a véder su tót
“controlla tutto; ha da lamentarsi di tutto”; far a mént a “prestare
attenzione”, far a mént a tüc’ i pét “prestare attenzione
a tutti i pettegolezzi, a tutte le sciocchezze”; far apòsc’ta a
“agire con un’intenzione precisa”, far apòsc’ta a pasàr “passare
intenzionalmente, di proposito”; far a mén de “fare a meno, scusare
di”; fas a péir a “portarsi vicino a”, trasl. “paragonarsi a”; far
d’intòrt a vergùn “far torto a qualcuno, agire in modo ingiusto
contro qualcuno”; far a impresc’tàr (ai vi?gìn) arc. “prestarsi
il latte tra famiglie vicine per poter raggiungere la quota sufficiente
alla caseificazione”.
Trasl.
Far la sóa màfia de vergót “essere orgoglioso
di qualcosa, presentarla agli altri con compiacimento”.
Tr2
Far di animale “partorire”, la béscia l’à féit
un ciutìn “la pecora ha partorito un agnellino”; assol., di animale
“partorire”, la vàca l’à de far “la mucca deve partorire”
[si tratta di un verbo transitivo con oggetto latente, forse anche per
motivi eufemistici: nell’esempio la vàca l à de far, il vitellino
è latente].
Locuz.
Far a mèla “fare a metà”; far de sc’condón “fare
di nascosto”, far tót de sc’condón “fare tutto di nascosto,
con sotterfugio”; far ir vergót “far funzionare”, di esercizio commerciale
“gestire”: far ir inànz la baràca, la butìga “gestire
un’impresa, gestire una bottega”.
PronIntr1
Locuz.
Fàsela adòs “farsela addosso”; fàsela sót
de la pöira “farsela sotto per la paura”; fas atórn “avvicinarsi,
venire intorno”; fas de part, de bànda “tirarsi da parte, tirarsi
indietro”; fas desc’péir “tirarsi da parte, in disparte”; fas in
cè “accostarsi, avvicinarsi”; fas in lèi “scostarsi, allontanarsi”;
fas in quàtro “farsi in quattro, darsi da fare il più possibile”;
fas inànz “venire avanti”; trasl. “avanzare pretese; reclamare,
protestare”; fas indré “tirarsi indietro”; trasl. “rinunciare a
pretese”.
PronIntr2
Locuz.
Fas incóntra a “andare incontro a”, fas incontra a vergùn
“andare incontro a qualcuno”.
PronTr2
Locuz.
fas cóntra vergùn “provocare l’ostilità
di qualcuno”.
Cop.
Far inséma nei conteggi “assommare a, risultare in totale”,
tót inséma al fà mìla franch “tutto insieme
ammonta a mille lire”; fàla bóna “considerarla valida”, te
la féi bóna “te la lascio passare senza conseguenze negative”.
Sup.
Far ‘na córsa, fra ‘na ciaculàda “fare una
corsa, fare una chiacchierata”.
Forma composta (comp.)
far cè
Tr2
Di cibo “preparare”, far cè vergót de mangiàr “preparare,
mettere in tavola qualcosa da mangiare”.
PronIntr1
Del tempo atmosferico “ristabilirsi”; fas cè bèl “ristabilirsi
del bel tempo”, fas cè brut “prepararsi del brutto tempo”; dello
stato fisico “rinvenire”, “ristabilirsi dopo una malattia”, fas cè
“riprendersi da uno svenimento”.
far dré
Int1
Locuz.
Fan mìga dré tànta “non curare eccessivamente
qualcosa”; far dré tót “provvedere a tutto”.
Int2
Far dré a “occuparsi di, aver cura di”, far dré al popìn
tót al puscìbil “fare tutto il possibile per il bambino,
provvedere a tutto nei limiti delle possibilità”; fà(gh)ieli
dré tóta a “assistere, servire qualcuno in ogni cosa”; far
dré vergót a “riparare qualcosa”, far dré ‘n lorédi
a la grataròla “aggiustare la grattugia del formaggio”; fàgheli
dré a vergùn “vendicarsi contro qualcuno a ogni occasione”.
Tr2
Locuz.
Far dré la tàra a un “criticare qualcuno”.
far fòra
Int1
Locuz.
Far fòra li part “dividere, distribuire le parti spettanti
a ciascuno”; far fòra na tralgédia “complicare le cose”,
“fare apparire una situazione più grave di quanto non lo sia”.
Tr2
Di abitazione “ristrutturare, ridipingere”; di essere umano “uccidere”;
di indumento o calzatura “logorare”, far fòra una visc’timénta,
um péir de sc’càrpa “logorare un abito, mettere fuori uso
un paio di scarpe”; di bevanda “mescere”: far fòra l vin “versare
il vino nei bicchieri”; di bacello o di frutto col guscio o brattee “sgusciare”,
far fòra li niciòla “liberare le nocciole di avellano dalle
cupole”, far fòra li pìgna sc’parècia “cavare le nocciole
di cembro dalle pigne mature”.
Tr3
Far fòra vergót de vergót d’àltro “ricavare
qualcosa da qualcos’altro”, far fòra un pedàgn de ‘na
camilgia “ricavare una gonna da una camicia”.
Far ìa
Tr2
Di letame “spargere”, far ìa la gràscia “spargere
il letame sul prato”; delle erbe nei campi “diserbare”, far ìa li
pàglia de tartùful “togliere le piante delle patate e le
erbe infestanti per preparare il campo alla raccolta”; di insetti fastidiosi
“scacciare”, fas ìa li mósc’ca “scacciarsi le mosche d’intorno”;
trasl. “difendersi da qualcosa di molesto” [le mosche come metafora di
tutto ciò che è molesto e dannoso].
far inséma
Tr2
In generale “radunare”, “chiudere connettendo le parti”; far inséma
al fén “radunare il fieno sul prato per raccoglierlo”.
PronInt1
Fas inséma “chiudersi in se stesso, raggomitolarsi; rapprendersi,
raggrumarsi”, la pasc’ta la se fa ‘nséma in de ‘n masèl “la
pasta si incolla in un ammasso unico”.
far int
Int1
Locuz.
Trasl far int camòra “imbrogliare”; fàla int assol. “sporcarsi
per mancanza di controllo degli sfinteri” (detto spec. dei bambini).
Tr2
Specialmente nel linguaggio dei muratori “costruire internamente”, far
int un bagn “fare un bagno nell’appartamento”; nel linguaggio di altri
artigiani: far int al mànich in de l badìl “immanicare un
badile”; far int li màniga in de ‘n visc’tì “fare le maniche
a un vestito”.
PronInt1
Fas int “formarsi”, al se fà int l armét “si forma il
seme” (nella nocciola); di ambiante chiuso: fas int calt “scaldarsi”, fas
int odór “formarsi odore di chiuso”, fas int i cagnón “bacarsi
della frutta, della carne, del formaggio”.
PronInt2
Fas int cu “entrare in confidenza”, al se fà int cu tüc’
“prende facilmente confidenza con tutti”, al se fà int cu gnigùn
“è incapace di stabilire relazioni”.
far (i)ó
Intr1
Locuz.
Fàla (i)ó de sciór “(dare l’aria di) condurre
un tenore di vita da signore”; fàla (i)ó de avocàt
“dare l’aria di saperla lunga”.
Tr2
Di commestibili “cucinare, preparare una pietanza in un recipiente”,
far ó l cràut “preparare le verze sminuzzate sotto sale in
un mastello di legno”; Prov. Cóme se la fa (i)ó, se la màia
su “come si cucina, così si mangia”; far (i)ó la lum arc.
“abbassare lo stoppino della lampada per diminuire la luce e il consumo
di olio”, poi “spegnere la luce”.
Supp.
Nel linguaggio scolastico “fare i compiti a casa”, far (i)ó
l duér, i còmpit “eseguire i compiti assegnati”, arc.
far (i)ó l péns “fare il castigo inflitto a scuola”; far
(i)ó ‘n téma “scrivere un componimento”; far (i)ó
‘n probléma “risolvere un problema di aritmetica”; far (i)ó
‘na moltìplica “eseguire una moltiplicazione” (far ió si
può usare per tutte le operazioni); far (i)ó l cunt “preparare
il conto”, “tirare la somma, stabilire il totale”.
PronIntr.1
Fas (i)ó paltrèca “formarsi fango” nelle strade;
fas (i)ó böc’ “formarsi avvallamenti; scavarsi buche”.
Locuz.
Fàseli (i)ó assol. “mettere aventi, far valere le
proprie ragioni; difendersi”.
far sóra
Tr2
Di costruzione “costruire al di sopra, ricoprire”, far sóra
al téit “ricoprire la costruzione col tetto”.
PronIntr1
Fas sóra “ricoprirsi di”, al se fà sóra la
mùfa “si ricopre di muffa”, al se fa sóra la mùfa
al furmài “il formaggio si ricopre di muffa”; fas sóra i
öc’ “formarsi degli occhi, dei cerchi di grasso sopra la minestra”.
far sóta
Tr2
In generale “porre sotto”, far sóta la sòla “cucire la
suola alle scarpe”, far sóta la pàra “mettere una suola di
para”, far sóta al sc’calfìn “fare il piede della calza”.
PronIntr2
Fas sóta al gèrlo “porsi sotto la gerla” per portarla,
fas sóta a la frosc’chéira “infilarsi sotto la portantina
quadrangolare per il trasporto a spalle del fieno”; fas sóta d’impégn
a “accingersi a fare qualcosa con impegno”.
far su
Intr1
Locuz.
Far su la pìta (de brèr) infant. “far greppo del
bambino quando sta per iniziare a piangere”.
Tr2
In generale “fare, costruire”; far su la bàita “costruire la
casa”, far su ‘n visc’tì “confezionare un abito”; di alimenti “preparare
con una serie di azioni”, far su l purcèl “macellare il maiale e
insaccarne le carni”, far su li lugàmiga “fare salsicce”; far su
l pan “panificare”; far su complimént “fare complimenti”, far su
sc’tòria “fare storie”, far su sc’purcelàda “fare porcherie,
realizzare molto male qualche lavoro”, far su bambanàda “fare sciocchezze”;
far su la lum ant. “allungare lo stoppino della lampada per avere più
luce”, poi “accendere la luce”; far su basc’tardégl “ammonticchiare
il fieno in piccoli mucchi per difenderlo dall’umidità della notte”
[qui le solidarietà lessicali sono tutte molto idiosincratiche:
è più pratico dare gli esempi che esplicitare il contenuto].
Supp.
Far su l cunt “preparare il conto”, “tirare la somma”; far su ‘na moltìplica
“eseguire una moltiplicazione” (far su non si usa per le altre operazioni).
PronInt1
Di frutti “formarsi sugli alberi” fas su i póm, li cerìlgia
su la plànta “formarsi delle mele, delle ciliegie sull’albero”;
fas su i plögl su la cràpa “insediarsi dei pidocchi sulla testa”.
Locuz.
Detto del cielo: fas su nìul “rannuvolarsi”, fas su sc’cur “oscurarsi”
del cielo, dell’orizzonte, “calare la sera”; fas su cóme un arlechìn
“vestirsi in modo stravagante”, fas su cóme ‘m purcèl “sporcarsi
come un maialino”; fas su a bócia “raggomitolarsi, appallottolarsi”,
fas su a archét “piegarsi ad arco”, fas su a binànt per al
mal de véntro “aggomitolarsi per il male di pancia”.
Il presente articolo è stato pubblicato sul:
BOLLETTINO STORICO ALTA VALTELLINA N. 3 – anno 2000 |