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Gli opifici del Contado di Bormio nel Medioevo
di ILARIO SILVESTRI
Lo sfruttamento diffuso e sistematico dell’energia
idraulica in sostituzione della forza umana o animale per la macinazione
dei cereali, per azionare i pesanti magli oppure i mantici nella lavorazione
e produzione del ferro, per il movimento di lame dentate per segare i tronchi
o per muvere i martelli di legno che battevano sul panno per infeltrirlo,
cominciò in Europa nei primi secoli dopo il Mille: mulini, fucine,
segherie, gualchiere ed altri opifici, come torchi o filande, azionate
dalla ruota idraulica coronarono ogni fiume o ruscello in quei tratti dove
era possibile deviare l’acqua in condotti artificiali che preservassero
gli edifici dalle piene e permettessero la regimazione del flusso dell’acqua.
Nel Bormiese, nel Seicento, è documentata l’esistenza
di mulini in tutti i più piccoli villaggi e persino nella sperduta
Monte, in Valdisotto, si è recentemente ritrovata una mola ; le
segherie erano presenti nei centri più grossi e fu proprio intorno
ad una di esse che sorse la contrada ora detta Seghetto, in Valdidentro:
il suo nome è una corruzione del soprannome dell’imprenditore di
Isolaccia Francesco Marni, detto Sughetto, che nel 1617 costruì
ediffitia rasighe et alia ediffitia in quel luogo ; le fucine da forgia
abbondavano soprattutto a Bormio e Premadio .
Mulini
La più antica attestazione di un mulino sull’“agualar”
di Bormio risale al 1196: in quell’anno Domenica Maresa, col consenso del
marito Giovanni, legò al Capitolo di Bormio molendinum unum iacentem
in Burmio in loco ubi dicitur sancti Vitalis super Fredulfum, riservandosene
l’uso fino alla sua morte, con l’obbligo di celebrare l’anniversario suo,
del marito e di tutti i suoi defunti ; si tratta con ogni probabilità
dello stesso mulino citato nel 1304, nel Liber stratarum, di cui era proprietario
Vitale de Plicera . Lo stesso Capitolo possedeva un altro mulino a monte
del ponte di Combo come attestato al capitolo 176 degli Statuti : verosimilmente
era la serie di edifici donati nel 1409 dall’arciprete Giovanni de Capitaneis
de Figino, quae sunt apud pontem de Combo a parte sinistra (non s’intende
probabilmente la sinistra orografica, ma la sinistra guardando dalla piazza),
quae hedifitia per Fredulfum destructa fuerunt, postea per dictum archipresbiterum
redificata et per totum Capitulum eidem archipresbitero donata ... quod
dicta hedifitia, videlicet: molendinum, fuxina et reseta sint post eius
decessum ecclesiae predictae de Burmio . Tre mulini sono citati nel Liber
stratarum: uno posseduto da Pietro de Secundo, uno dagli eredi Claro, oltre
al già citato posseduto da Vitale de Plicera . L’otto febbraio 1490
il Consiglio autorizzò Battista Alberti a far costruire unum molendinum
in hedifficis ubi habitat Iohannis, dictus Mascharonus, in contrata de
Sub Ripa non dando dampnum alicuius alterius persone et non preiudicando
alterius persone cum omnibus iuris quas habet Comune .
Sulla sponda sinistra del Frodolfo, oltre ad un mulino appartenente
a Petrino Giannazini, documentato nel 1387 , dovevano esistere nel 1380
anche altri edifici adibiti alla macinatura delle granaglie per il fatto
che si usa il plurale nel definire gli usufruttuari dell’acquedotto, l’aqualar
vicinorum molendinorum et fuxinarum .
Nei paesi finitimi a Bormio il più antico mulino documentato
è quello citato in un legato stilato il 4 dicembre 1230 dove Adamo
del fu Orsone di Bormio, la moglie Bona ed il figlio Lorenzo assegnarono
una rendita di due staia di orzo super molendina quae sunt iuxta pontem
de Premadio a parte superiori . Il mulino, o la serie di mulini, documentati
ancora nel 1490 davano il nome a quel tratto di sponda sinistra dell’Adda
(nel documento aqua Morena) in prossimità del ponte, detta appunto
Rippa molendinorum ... sub horis (ora Similiore) inter Molinam et Premadium
.
Ancora a Premadio esisteva nel 1348 un altro mulino accanto ad una
fucina: nel repertorio del Consorzio di santa Maria di Marzo, redatto nel
1375, si annota infatti una rendita di uno staio di segale super molendinum
unum iacentem ad Premadium, citra pontem versus villam (=Bormio) apud fuxinam
quondam ser Iohannis Antonii ser Albertoni et Petri Bonelli et Comune et
aquam, quod iudicavit quondam Albertus Zazus filius quondam Burmii Alberti
de Premadio . Lo stesso mulino si cita in una sentenza del 1397 dove si
accoglie un’istanza di Cristoforo del fu Nicola Alberti quod introducatur
ad possessionem infrascriptorum ayrallium, hedificiorum, possessionum et
bonorum qui fuerunt Beti quondam Petri Bonelli dela Margola de Premadio
etc., que bona jacent ut infra videlicet: primo pluribus ayrallia cum molino,
cum furno uno a pane, cum ovilli uno de muro, cum tablato et tablazono
supra, cum fuxina una a manu prope, orto, brolo et cluso toto uno tenenti
jacentes ad Premadium citra pontem de Premadio versus villam .
Nell’inventario del Consorzio di santa Maria di Marzo si indica un’entrata
di sei staia di granaglie sulla multura, ossia sul prezzo della macinazione,
di un mulino in Dossiglio apud molendinum Zanole uxoris quondam Vitalis
de Marchis e, si precisa, quod molendinum adheret ad molendinum ipsius
Zanole quod molinum ipsius Zanole est de supra versus a nullora versus
. La molenda, nel 1354, costava sette denari e mezzo per moggio (poco meno
di cento litri), meno della metà della cottura del pane nel forno
(16 denari) .
Dagli atti notarili, oltre a descrizioni più o meno sommarie
delle attrezzature ed utensili conservati negli edifici adibiti alla macinatura
delle grananglie, sappiamo anche che l’arte del molinaro era probabilmente
assai diffusa nel territorio di Bormio se qualche artigiano doveva emigrare
per esercitarla: risale al 1292 un atto di locazione delle monache del
monastero di S. Michele del monte Olimpino (Como) ad un bormino, tale Andrea
di Coregia, di un mulino in territorio di Chiasso .
La più antica descrizione in atti privati reperita risale al
25 luglio 1429; è la vendita che fece Antonio de Zenonibus
di Bormio al fratello Giacomo de medietate unius molendini cum medietate
unius furni a pane, domus unius ab igne et unius clussi ibi prope, supra
dictum molendinum, toto uno tenentibus et simul existentibus et cum medietate
scossorii, aquallare, mollarum et omnium mobillium et utensillium pertinentium
et spectantium dictis molendino, domi ab igne et furno a pane ac cum medietate
omnium hediffitiorum et alevamentorum supra et iuribus, jacentium in Burmio
ad Semogum ubi dicitur Intus Pontes .
Nel 1453, il 25 aprile, Margherita, vedova di Bernardo Grassoni, cede
in locazione a Leonardo del fu Coletto de Cedo il mulino già citato
a Premadio subtus pontem (si tratta probabilmente di quello attestato nel
1348); in particolare cede sedumine uno cum molendino uno supra, cum molis
duabus bonis, cum bona barcha, bona tremoya, bona tarantera, bona bugatadora,
bono scosoyro et bono aqualari et bona prexa aque ad suprascriptum molendinum,
cum bono hostio, seratura, catenazio et clave ferri ad ipsum hostium et
bono tecto ad suprascriptum molendinum et cum bonis parietibus ad ipsum
molendinum et generaliter cum omnibus et singulis utensilibus et eis que
spectant et pertinent ad unumquodque molendinum afilatum et cum omnibus
suis iuribus et andedis spectantibus et pertinentibus ipsi molendino .
Una descrizione più completa di un mulino in Dossiglio l’abbiamo
nel 1491, nell’atto di locazione che fece ser Albertino del fu Antonio
de Boniziis di Bormio a Leonardo del fu Guglielmo Beriolati di Sommacologna
di Sondalo: al locatario fu assegnato molendino uno intermezato de lignamine,
cum quattuor molis, videlicet: duabus bonis et sufficientis et duabus non
bonis, cum duobus rodesinis, cum suis palferis ipsis rodesinis et cum duabus
asolis ferri et suis debitis pingiarolis et aronis ferii et cum suis copis
ligneis ipsis rodesinis necessaris, tremoiis duabus cum suis cazolis, bugatadoriis
duobus, archono uno intermezato a moltura cum seratura et clave ferri,
palferio uno parvo ferri in ipso molendino et martello uno ferri in ipso
molendino, cum suiis staderiis lignaminis omnibus sufficientibus, cum hostiis
tribus in ipso molendino cum suis seraturis et clavibus ferri, cum ponte
una eundi ad ipsum molendinum, cum pilla una adherente ipsi molendino,
cum arbore, rota, banchelis et pisonis tribus bona fide, cum duabus putheis
lapideis, cum hostio, seratura et clave ferri ipsi pila, cum tectis ipsi
hedificio bona fide, cum schosoyro lignaminis ab angulo superiori domus
habitationis ipsius locatorio infra usque ad dictum molendinum, cum sayetolis
bona fide et aquetolis dicti hedifitio necessaris et cum omnibus aliis
suis iuris et pertinentis; il fitto che il locatario doveva pagare era
di quindici libbre imperiali ogni anno più un paio di pollastri
ed il diritto al locatore di masenare ac pistare pro usu ipsi locatoris
et eis heredis sine ulla multura accipienda ; il due maggio dello stesso
anno il Consiglio di Bormio aveva autorizzato il proprietario possendi
incidere plantas decem in buscho de Chalosso, plantas octo in buscho de
Pezel et ligna pro faciendo duas saytolas (canale inclinato che porta l’acqua
sulle pale della ruota idraulica) in aliis buschis ubi melius eas poterit
invenire excepto buscho de Larayte, valis Campelli et Valis Uze, solvendo
tamen buschatichum et pro aptando et renovando eius molindina et pilam
.
L’ultimo documento di cui daremo una parziale trascrizione è
l’importante atto d’acquisto che il Comune fece da Margherita Murchi e
dalle figlie Maddalena, Caterina, Giovannina e Appollonia Lanteri il 23
dicembre 1497. È un documento che testimonia come il Comune non
solo legiferasse e controllasse la conduzione e la produzione degli opifici
ma, come si vedrà più avanti anche per forni fusori, fucine,
segherie e gualchiere, ne era anche proprietario appaltandoli dopo averli
forniti di tutte le attrezzature necessarie. Il mulino acquistato dal canepario
maggiore al prezzo di settantadue lire imperiali si trovava in Dossiglio
accanto ad altri mulini comunali, prope molindina comunis et super sedumen
comunis, era cioè il molendinus a carello che nove anni prima il
Comune aveva fatto costruire al marito e padre delle venditrici, Bertramo
Lanteri, su terreno comunale come prezzo della locazione dei mulini contigui
già appartenenti alla Communitas Burmii ; esso consisteva in molendino
uno a charello cum parietibus quatuor lignaminis circhum, cum duabus molis,
videlicet: una subtus et una supra, cum suo longatadoyro, tremoya una,
scala una portativa, cum una alia scala inclavata in sternio pro eundo
inferius, cum suo pozo et mantavola, cum uno alio bugatadoyro cum choperto
fracto pro attaminando seu bugatando ad manus, cum corona una de duobus
asseribus intus per medium hostium et cum una alia corona de uno assere
tantum ab alio latere pro aruspando fofas, cum suis scuto et charello ac
arbore, rotis, sagitulis, sternis et tecto supra et cum hostio ligni, seratura,
clave et anzis ferri ipsi hostio et cum omnibus aliis fixis et inclavatis
spectantibus et pertinentibus ipsi molendino cum tribus bugatis semifrustis,
cum suis feramentis ipsis bugatis et iuribus suis ; nella descrizione che
vien fatta è chiaro che il mulino detto a carello aveva i palmenti
su di un albero verticale che veniva mosso con ingranaggi dall’albero orizzontale
collegato alla ruota idraulica, il che rende possibile, anche se improbabile,
l’ipotesi che gli altri mulini fossero più rudimentali, costruiti
cioè con le mole orizzontali sull’asse dell’albero collegato alla
pala.
I mulini appena citati compaiono nell’inventario dei beni del Comune
redatto nel 1553 (item habet molendina cum hediffitiis prope affictata
*** del Gavella sive del Culturro jacenti in contrata Dossolii quasi per
medium turris predicti magnifici domini equiti *** ... ).
Forni fusori e fucine
L’energia idraulica spingeva i mantici del forno
fusorio nella località Al, a Semogo, almeno dal 1269, anno in cui
per la prima volta è attestata l’esistenza di opifici siderurgici
; allo stesso modo erano azionati i mantici ed i magli nelle fuxine (si
tratta di fucine per la trasformazione della ghisa prodotta nell’altoforno
in ferro malleabile) edificate poco lontano accanto a carbonili e reclane
(forni per il primo spurgo del minerale) .
Il forno fusorio di Livigno fu appaltato dal Comune il 6 settembre
1332 ad una società composta da maggiorenti bormini: la locazione
riguardava il forno, fucine, reclane, carbonili ed altri edifici unitamente
all’area circostante con l’obbligo ai locatari di garantirne il funzionamento
per chiunque volesse produrre ferro e restituire, alla scadenza del contratto
venticinquennale, utensili, edifici, ruote, condotti e “aqualari” in perfetto
stato, lasciando ai conduttori il cuoio dei mantici del forno e delle fucine
assieme al maglio di quest’ultime; il forno si costruì nei dintorni
del ruscello di Tort, allo sbocco della Valpisella sulla vallata di Livigno
.
Il ruscello che scende dalla Val Fraele verso la Val del Gallo, tra
il 1335 e il 1354, forniva l’energia ad un altro forno per la fusione del
materiale ferroso escavato sulle miniere della Cassa del Ferro ed esso,
a differenza di quello di Livigno, fu costruito dai conduttori, rimanendo
il Comune proprietario della sola superficie su cui era edificato .
Scorrendo lungo l’acquedotto del borgo di Bormio in riva destra
del Frodolfo, l’aquaductilis molendinorum dei documenti trecenteschi analizzati
nel precedente studio di Remo Bracchi, si incontrano due fucine allora
dette a manu: si tratta di officine dove si forgiavano attrezzi agricoli,
inferriate, serrature, ecc. ed erano provviste di magli azionati idraulicamente,
ma di dimensioni ridotte rispetto a quelli delle fucine di trasformazione
del metallo: di una era proprietario Anzio Alberti e dell’altra Bormino
del Ferraro . Con ogni probabilità una di esse è quella ancora
citata in un legato del 1434 dove Albertino Gianazzini assegnava una rendita
di dieci soldi imperiali al Consorzio di santa Maria sui suoi edifici,
tra i quali vi era una fucina in Dossiglio .
Un’altra rendita di due staia di segale allo stesso Consorzio documenta,
nel 1386, un’officina lungo l’Adda, in Sub Lugo (sotto il campo da golf),
detta fucina de Amazia .
Lungo l’acquedotto, nella contrada de Subrippa, esisteva un’altro opificio
con forgie e magli ma, probabilmente, era già dismesso nel 1407
ed utilizzato come magazzino: è scritto infatti nel documento canipa
una quae appellatur fuxina .
Nel 1334 il Comune riscuoteva un fitto su tre pertiche (circa 80 m2)
di terreno cedute a Zanino Ferrario presso la fucina posseduta dallo stesso
e, nello stesso anno, fu affittata una pertica e mezza a certo Tommaso
sub via qua itur ad folonos in capite orti Iohannis Ballacare super quam
terram vult facere fuxinam .
Il Comune era lui stesso proprietario di un’officina di maniscalco,
probabilmente attrezzata con maglio, che affittò nel 1356, per due
anni, a certo Agostino Ferrario, mulischalchus teutonicus ; l’anno seguente
fu rimesso metà del fitto perché non utilizzò la fucina
per un anno e fu condonato quanto si pagò per avere la garanzia
della prestazione di lavoro: in sostanza il maniscalco era vincolato da
un contratto simile a quello dei medici per la condotta .
Qualche officina dove si forgiava il metallo era ubicata anche in riva
sinistra del Frodolfo: una, attestata nel 1380 , apparteneva a Tura del
Cremona e le altre, indefinite, erano edificate lungo la già citata
aqualar vicinorum molendinorum et fuxinarum ; la fuxina quae fuit Stephani
Cremone viene citata anche in un registro delle entrate del Comune del
1387: agli eredi del fu Francesco Giannazzini si conferma l’affitto dell’ayrale
su cui sorgeva la fucina al patto di provvedere per due terzi alla manutenzione
dell’aqualare Allutis a suprascripta fuxina usque ad uxollum quod est sub
molendinum quondam Petrini Ianazini quod est per medium orti quod fuit
de Catorto quotiescumque placebit anzianis aqualaris Allutis et alia tertia
pars remansit in Comune ; la fucina del Cremona fu ceduta nel 1403 agli
Alberti .
Segherie
La più antica memoria dell’esistenza di una
segheria idraulica nel Contado di Bormio è quella contenuta nel
Liber stratarum: essa è citata nel paragrafo dove si fissa la larghezza
di una trexenda in fondo alla contrada di Dossiglio o, come si diceva allora,
della contrada di S. Vitale, poco lontana dalla chiesa di Santo Spirito,
la strada, si scrive, conduceva alla rasica .
Informazioni più precise ci vengono fornite nei registri delle
entrate del Comune del 1377 e 1387; esse non riguardano solo la fondazione,
ma ci informano anche sulle norme per la conduzione ed i costi di segatura
della segheria di Combo. I canepari degli anni predetti registrarono in
forma quasi identica un’entrata di cinque soldi imperiali da Francesco
Musazi e da Gregorio Ligeri per il fitto dell’area su cui era edificata
la segheria ad Combum apud pontem de Combo eis affictati in MCCCLXVII de
mense januarii quod ayrallem Comune emit ab heredis quondam Nicoleti Petrini
Janazini, super quod ayrallem hedificata est una rassicha per suprascriptos
Franciscum et Gregorium et quod ayrallem debent gaudere hinc ad annos XXVIII
proximos futuros solvendo de ficto annuatim Comuni in sancto Michaelle
solidos quinque et medietatem et in fine termini pervenire debeat ipsum
ayrallem in Comuni et quod ipsi massari teneantur rasicare cuilibet persone
ad ipsum terminum pro infrascripto pretio videlicet: lignamina grossa de
spandis duabus a zima pro imperiales duos pro passo et ab inde supra de
spandis duabus et medietatis pro passo et ab inde supra pro imperiales
tres et medietatem pro passo et ultra ipsam mensuram non teneantur
exigere plus sub pena banno solidorum XX imperialium pro quolibet ligno
et si non velent rasicare ipsi, quelibet persona possit rasicare solvendo
rasicaturam suprascriptis Francisco et Gregorio et teneantur ad eorum expensas
solvere rasigaturam de labore eius . Nel 1553 il Comune era proprietario
di tutto l’impianto: nel repertorio delle proprietà comunali è
infatti repertoriata rasiga in contrata de Combo ultra et prope pontem
de Combo ...
Un’altra segheria fu edificata a Bormio nel 1404 dall’intraprendente
e già citato arciprete Giovanni de Capitaneis de Figino, probabilmente
in riva destra del Frodolfo: in quell’anno infatti Matteo de Moduetia,
canipario del Capitolo garantiva di pagare entro san Michele nove lire
imperiali per una certa quantità di legname ceduta dal Comune all’arciprete
pro hedificandi suam rasigam
Nei registri delle entrate del 1377 e 1387 si documenta l’esistenza
di una segheria a Forba (=S. Antonio Valfurva) dove il Comune, come per
quella di Combo, aveva dato in concessione il terreno su cui era edificata
ed incassava per esso dodici denari ab heredibus quondam Nicolai Rassegerii
pro ficto dicti anni glaredi de Furva super quod hedificatum est una rasiga
ei affictata ad imperpetuum .
Tra il 1377 ed il 1387 si costruì, allo stesso modo delle precedenti,
una segheria a Livigno di cui si registra semplicemente l’incasso di 12
denari da Stefano Marioli, evidentemente per la concessione dell’area .
Nel 1490, il 2 giugno, il Consiglio concesse ai vicini di Livigno valendi
et possendi accipere plantas triginta lignaminem, videlicet: viginti super
Fraytam et plantas decem in buscho Paliperti et hoc occaxione faciendi
rasigam unam magnam in Valle de Livigno, solvendo tamen dictos vicinos
buscaticum Comuni . La novità rispetto ai precedenti contratti è
che il costruttore non è un privato ma la vicinia ed al Comune non
perviene alcunché per la concessione dell’area che pare appartenesse
invece alla comunità vicinale.
Gualchiere
Le gualchiere erano impianti di piccole dimensioni composti
essenzialmente da un telaio dentro cui erano collocate due mazze di legno
di larice che, sollevate da due paletti infissi nell’albero azionato dalla
ruota idraulica, ricadevano di peso sul panno di lana da sodare posto dentro
una pila di pietra foderata con assi legno.
Nel Bormiese la più antica attestazione di una gualchiera o
follone risale al 1281: si tratta di una citazione telegrafica nell’inventario
delle carte del Comune redatto nel 1335 dove si dice che era conservato
il documento d’acquisto dei folloni de Premagio rogato il 20 aprile da
Martino de Claro .
Le gualchiere di Bormio compaiono nei documenti per la prima volta
nel 1334, quando si accenna ad una via qua itur ad folonos .
Ancora nel 1334, è documentata un’ispezione del Comune ad Premadium
... ad videndum follonum quod tenet Bartholomeus *** ... quod non follat
secundum ratam partem temporis et ficti . Di procuratori alle gualchiere
se ne parla già in un registro del 1325 quando il canepario incassò
dodici lire - cifra non indifferente in quel tempo - dai due incaricati
super folonos; l’incasso era ricevuto a pluribus personis pro parte Comunis
folature . Erano controlli sulla qualità della produzione del panno
bormino che doveva corrispondere a quanto previsto nel capitolo 202 degli
Statuti : è da ricordare infatti che il panno, come il ferro o il
sale, prodotti non deteriorabili, era merce di scambio preferita alla moneta
sonante, la cui circolazione nel Medioevo era molto scarsa e su cui si
diffidava assai. La moneta, sempre citata nei documenti, era semplicemente
un riferimento ma, come ben testimonia un registro delle sicurtà
del 1403-1404, si preferiva riscuotere in ferro, sale e panno di cui il
Comune fissava il valore in moneta: in esso si stabiliva, secondo un partito
di consiglio del 27 marzo 1404, che l’esattore di certi crediti doveva
incassare dai debitori ex infrascripto pretio, videlicet: ferrum ad rationem
solidorum quinquagintaquinque pro quolibet centenario, sallem album seu
merchanteschum ad rationem solidorum sex imperialium pro quaolibet sextario
et pannum burminum album ad rationem solidorum quinque et medietatis imperialium
pro quolibet brachio .
Nel 1334, in un consiglio del 24 marzo, fu dato mandato ai procuratores
folonorum ... faciendi fieri pillas ad folonos Comunis . La tassa che tessitori
e follatori pagavano al Comune nel 1347 sommava quattro lire imperiali
e soldi nove e fu consegnata al canepario a Tura Alberti Musazi et Iohanni
Grillioni, procuratoribus follonorum et testorum .
Il Comune controllava rigorosamente anche il panno importato e,
per esempio, in altro partito di consiglio del 27 agosto 1490, si
proibisce a chiunque emere nec vendere aliquam quantitatem panni forensis
in toto territorio Burmii nixi prius colaudatum erit et possitum fuerit
sibi pretium per duos deputatos seu deputandi de anno in annum, videlicet
singulo anno pro eorum sacramenta et cassu deputatus vel deputati fuerint
absentis a territorio Burmii vel fuerint infirmi quod tunc teneantur vel
teneatur eligere locumtenenti qui teneantur colaudare et pretium facere
pro eorum sacramenta et hoc sub pena et banno solidorum 20 imperialium
pro singulo brachio panni tam alto quam basso et quod pena sit tam emptori
quam venditori ... reservatus tamen in nundinis sancti Michaelis et Omnium
Sanctorum in quibus nundinis bene possit vendi et emi ad eius beneplacitum
absque aliqua licentia et colaudatione et sine pretio dictorum deputatorum
.
La manutenzione dell’acquedotto
Lungo il canale che portava l’acqua agli opifici
erano collocate delle griglie di legno che servivano a trattenere legni
e ramaglie trascinate dal fiume e a volte trattenevano anche animali o
persone che accidentalmente cadevano dentro il condotto. Nel Medioevo è
ampiamente documentata l’esistenza di restelli costruiti a tale scopo.
Nel 1325, per esempio, il canepario incassò cinque soldi da più
persone pro una ove vendita que reperta fuit ad rastellum Frigidulfi per
Zaninum de Lizedris in aqua et erat alba et habebat noda I in spatula et
hoc ultra imperiali novem qui dati fuerunt dicto Zanino pro trovadura .
Non è chiaro se il restello dove fu ritrovata la pecora fosse lungo
il corso del fiume oppure all’imbocco dell’agualar, certo è che
venivano nominati anche dei procuratori, detti anziani rastelli comunis,
con il compito di incassare il rastellaticum da coloro che utilizzavano
le griglie per trattenere legna e che soprintendevano alla costruzione
e riparazioni dei manufatti: nel 1325 si citano gli anziani rastelli de
Premadio che restituirono il sovrappiù ricevuto per certe riparazioni
.
Nel 1334 il Consiglio autorizzò il podestà e canepario
a nominare tres providi homines qui debeant providere super pontes qui
sunt facti super aqualare de Sub Ripa et allia edificia que impediant aquam
et solvant ad expensas Comunis. Nello stesso verbale si registrò
una delibera dove si ordinava quod per Comune afictatus sit ser Compagnono
ser Grassi perticas XV terre in summo roncho eius sub cluseto heredis quondam
Saraxini pro imperialibus 11 pro pertica pro anno permittendo viam de pertica
una inter ipsum clusetum heredis Saraxini et ipsam terram eius tali modo
quod si aliquo tempore aqualare quod est ibi aliquo tempore uteretur per
molendinarios qui utebatur ipsum aqualare quod ipse teneatur relaxare detrahendo
ficto secundum ratam partem . Come per i rastelli, anche per la manutenzione
dell’acquedotto si nominavano dei procuratori con incarico annuale come
testimonia un registro degli esborsi del 1354 in cui si liquidano con cinque
lire imperiali Bartolomeo di san Vitale e Stefano del fu Alberto Armona
(?) constitutis ad aptandum aqualare molinorum et Alude eis mutuata per
Comune hinc ad sanctum Michelem .
Il presente articolo è stato pubblicato sul:
BOLLETTINO STORICO ALTA VALTELLINA N. 2 – 1999 |