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Storia breve di un simbolo
di STEFANO SARDO
Vexillum proponendum (Caio Giulio Cesare)
“Cedo alla violenza”, rispose Don Camillo ad un Peppone minaccioso che
col viso dell’armi (il caro e indimenticato volto di Gino Cervi), aveva
chiesto se era intenzione del “signor prete” opporsi alle ultime volontà
della loro anziana maestra elementare che, in punto di morte, aveva dato
disposizioni affinché il feretro venisse avvolto nella vecchia bandiera
italiana . Identiche sono state le mie parole nell'accettare l’amichevole
ma perentorio invito del nostro segretario il quale, profittando di un
mio estivo stato febbrile inopportuno quanto debilitante, mi ha convinto
a scrivere alcune righe di presentazione per il logo del neonato Centro
Studi Storici Alta Valtellina. La scelta delle due doppie spirali che ornano
il grande scudo raffigurato nel bassorilievo di Bormio - sulle cui origini
ed interpretazioni dirò un poco più oltre - non è
stata semplice e immediata, dovendosi conciliare nel miglior modo l'esigenza
di adottare un segno grafico facilmente riconoscibile e di qualche virtù
estetica con la necessità di aver un emblema il più possibile
rappresentativo di realtà storiche e culturali non certo coincidenti:
quello di “Alta Valtellina” è infatti un concetto di conio amministrativo
abbastanza recente che ha accomunato d'imperio territori contigui ma differenti
per vicende e costumi (penso all'area sondalina da un lato e al Contado
di Bormio dall’altro) .
Bisognava dunque trovare un simbolo ecumenico e locale ad un tempo,
idoneo ad assorbire, nella sua valenza evocativa, i particolarismi peraltro
insopprimibili stratificatisi nel volgere dei secoli tra le genti stanziate
nell’alto corso dell’Adda e a recuperare un più profondo e antico
senso di comunanza, anteriore al formarsi di tradizioni, lingua ed usi
propri di ogni singola contrada. Si era, in altri termini, alla cerca non
tanto di uno stemma, ma di un forte archetipo simbolico. E se, stando alle
cronache, tocca a Dario Cossi il merito di averlo individuato nelle ricordate
spirali, siamo grati ai padri fondatori per aver accolto con avveduto favore
la sua proposta .
Il risultato è quanto qui si vede. Dal più arcaico manufatto
rinvenuto in questa parte del mondo ci viene l'insegna sotto cui potranno
adunarsi tutti coloro che portano amore per la storia e la cultura di queste
terre: al presente, un manipolo in avanscoperta. Possa domani divenire
legione.
La mia intelligenza e i miei studi non sono tali da consentirmi di dissertare
con la dovuta autorevolezza sul frammento scultoreo dove campeggia lo scudo
quadrilobato i cui motivi ornamentali sono stati presi a simbolo del nostro
Centro Studi. Dovendo tuttavia assolvere l'impegno, mi adopererò
in questa sede a descrivere sommariamente il reperto e accennare alle sue
possibili interpretazioni suggerite da chi vi ha profuso la scienza sua
.
Il bassorilievo in esame, rinvenuto nel 1944 durante i lavori di demolizione
di un edificio nelle vicinanze della chiesa di S. Vitale in Bormio, è
ora conservato presso il museo archeologico di Como .
Il materiale impiegato è la pietra verde di Campello , e ciò
ci porta a ritenere che l'opera sia stata scolpita in loco da un artista
etrusco o etruschizzato .
Vi si riconoscono due personaggi con vestimenti militari. Quello a
sinistra è raffigurato di profilo nell'atto di dare fiato ad una
tromba ricurva, mentre quello di destra, ritratto in posizione frontale
e con il corpo quasi completamente nascosto dallo scudo a quattro lobi,
regge una sorta di insegna; tra le due figure si trova una lancia conficcata
a terra con la punta rivolta verso l'alto alla quale è appeso un
altro scudo più piccolo e tondo .
Sulla datazione del cimelio i pareri sono ragionevolmente concordi:
l'esame degli indumenti e delle armi (elmi e scudi soprattutto) e la comparazione
con evidenze figurative e reperti archeologici di età certa permettono
di attribuire il bassorilievo ad un periodo compreso tra la metà
del V secolo e i primi decenni del IV secolo avanti Cristo. Si è
rivelato decisivo in proposito il ritrovamento, in una tomba della necropoli
di Dürrnberg (Austria) risalente con sicurezza a tale epoca, di uno
scudo che per forma e decorazioni, se non per dimensioni, è in tutto
simile a quello della nostra scultura .
La provenienza e l'età dell'opera sono dunque pacifiche , ma
non altrettanto si può dire sull’identità del personaggio
che regge l'insegna, sulla funzione del monumento e quindi sul significato
della scena raffigurata. Nessuno in tal materia è in grado di accampare
pretese di certezza. Come ha ben rilevato Marta Sordi , la natura dell'insegna
impugnata dalla figura di destra può in merito fornirci una chiave
di lettura. Se si trattasse di una vera e propria insegna militare, il
personaggio che la regge “potrebbe essere un capo defunto eroicizzato e
il rilievo si rivelerebbe, come le steli felsinee, di natura funeraria”
: accogliendo tale supposizione, tutta la scena rappresenterebbe una parata
cerimoniale. Quando invece volessimo vedervi un tridente (e il pesce che
ne sormonta la punta centrale sembra corroborare questa ipotesi), dovremmo
convenire che il personaggio sia una divinità fluviale collegata
alla presenza delle sorgenti calde di Bormio ; in questa prospettiva, il
bassorilievo costituirebbe il frammento superstite di un fregio a carattere
religioso legato al culto delle acque. A quest'ultima conclusione perviene
anche Ludwig Pauli traendo argomento da una brillante e acuta notazione
di ordine stilistico.
“(…) Dobbiamo osservare che il rilievo ci mostra una particolarità
a straordinaria: la frontalità del personaggio con l'insegna (...)
I pittori e gli scultori di rilievi prima del III sec. a.C. non sceglievano
la frontalità che in casi dove essa era indispensabile: per la rappresentazione
cioè di un modello esso stesso posto frontalmente. Non può
essere altro che una statua, per la quale, in questi tempi, la frontalità
è caratteristica, come il profilo è tipico per la pittura
e i rilievi. Se dunque il personaggio con l'insegna sul rilievo è
una statua, non vi è dubbio che anche la statua stessa fosse collocata
nelle vicinanze di Bormio (...) Non occorre sottolineare che un rilievo
cosi importante non è una semplice testimonianza di insediamento
protostorico a Bormio o nelle sue vicinanze: una statua richiede un santuario
(...) Quale era la ragione dell'importanza di Bormio almeno per il culto
di una divinità? Ve ne è una sola: le sorgenti calde” .
Oltre che per le sue implicazioni storiche (l'esistenza cioè
nell'Alta Valtellina di un santuario preromano dedicato al culto di una
divinità delle acque), la tesi di Pauli è interessante perché
porta a concludere che il rilievo bormino si ponga, in buona sostanza,
come la rappresentazione di una rappresentazione, l’icona di un’icona.
E ciò tanto più mi sorprende se penso, dovendo dar credito
alla mia ignoranza e alla mia memoria, che in tutta la scultura antica
ho trovato un solo altro esempio di tale capacità di astrazione
concettuale. Mi riferisco ad una splendida statua del faraone Amenofi III
(1391-1353 a.C.) che ho avuto la fortuna di ammirare nel piccolo museo
di Luxor . L’egittologo Sergio Pernigotti così ne ha scritto:
“La statua è di altissima qualità artistica, ben degna
dell'importante sovrano che raffigura (... ). Ma ciò che stupisce
in questa statua e che ne fa un unicum è il particolare della slitta
sotto lo zoccolo sul quale appoggiano i piedi del sovrano; e sotto la slitta
si trova un secondo zoccolo sul quale essa si appoggia a sua volta. Ora,
noi sappiamo che le statue egiziane venivano trasportate per mezzo di slitte:
quindi dobbiamo concludere che questa statua raffigura non direttamente
il sovrano, ma una statua del sovrano sulla slitta che serviva a spostarla.
Una statua di una statua!” .
Due uomini, i cui nomi non sapremo mai, il maturo artista egiziano e
l'onesto artigiano (etrusco o retico poco importa) uniti, a distanza di
quasi un millennio dalla medesima intuizione, semplice e geniale: che l’arte
può rappresentare se stessa. La Storia dispensa sempre delle sorprese,
divertendosi a scompigliare le nostre volatili certezze. E questo, credo,
è il fascino suo più grande.
Resta da aggiungere qualche parola circa il significato delle spirali.
Pure qui le supposizioni reclamano la loro parte. Sono forse segni da ricollegare
al culto del sole o della fertilità ? Esprimono il concetto eracliteo
del continuo divenire del moto di perfezione cosmica ? Oppure sono solo
motivi ornamentali dietro il cui apparente simbolismo nulla si nasconde?
L'archeologia, suo malgrado, molte volte è cieca. Certo è
che esse spesso ricorrono nell'arte celtica dell'Età del Ferro,
fino ad assumere le sembianze di uno stilema distintivo. Altro non si può
dire.
Il lettore avrà notato come in queste poche righe si sia fatto
largo uso del condizionale. Gli stessi studiosi propongono modelli interpretativi
e mai conclusioni.
Del resto è assai difficile cavare storia da un pezzo di pietra
scolpita quando l’Italia e l’Europa continentale erano ancora un giovane
coagulo di popoli per lo più senza lettere e felicemente privi dei
conforti burocratici, mentre solo da pochi decenni, sulle coste dell’Asia
Minore, qualcuno aveva cominciato con timidezza ad interrogarsi de natura
rerum.
Accontentiamoci allora di considerare la reliquia bormina come la prima
testimonianza d'arte e di civiltà di queste terre. Il nostro sodalizio
non poteva ambire a riconoscersi in un segnacolo più antico e più
familiarmente attuale di questo.
Il presente articolo è stato pubblicato sul:
BOLLETTINO STORICO ALTA VALTELLINA N. 1 – 1998 |