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L’Ossario di Cepina
di REMO GIORGETTA
È l’Ossario il bene artistico di Cepina più conosciuto
e ammirato del paese.
Sono numerosi i visitatori che, guida turistica o artistica alla mano,
chiedono dell’ossario intendendo ammirare la cancellata che già
Giuseppe Colò ebbe a definire un monumento unico nel suo genere
di cui ... si abbia esempio in tutta la Valtellina (1) e gli affreschi
che il Colò considerò degni di considerazione per la genialità
del pittore e la artistica loro esecuzione (2).
Ma non manca chi (tra i più giovani, in particolare), ancor
prima di essere attratto da un’opera che non può sfuggire neppure
al passante più frettoloso e distratto, chiede anzitutto dove si
trovino le ossa dei morti, salvo rimanere piuttosto deluso nella propria
aspettativa di poterle vedere dato che le ossa, provenienti da spurgo dell’antico
cimitero, da alcuni decenni non sono più accatastate nei vani dell’ossario
dove erano esposte alla vista e alla meditazione dei fedeli, bensì
giacciono in un vano sotterraneo in attesa della resurrezione finale.
Sul filo della richiesta dei più giovani (richiesta tanto ovvia
da poter sembrare banale) una domanda fondamentale, trattandosi di una
domanda di senso, si impone prima ancora della questione di quali siano
gli autori e della cancellata e degli affreschi: perché un ossario?
Perché nell’arco di 20 anni, quanti ne trascorsero dalla questua
effettuata in Valtellina nel 1718 al lavoro del pittore Alessandro Valdani
del 1739, la comunità di Cepina si impegnò alla costruzione
e all’abbellimento di un ossario?
Non si tratta di una domanda peregrina: secondo Giovanni Battista Gianoli,
studioso tra i più autorevoli dell’arte valtellinese oltre che suo
appassionato divulgatore , di fronte all’opera grandiosa della cancellata
“quasi non ci si rende ragione del perché di tanto sfarzo per proteggere
l’ingresso ad un semplice ossario”(3). Più a fondo: che significato
aveva la morte agli occhi dei nostri antenati?(4) A che scopo mettere
in bella evidenza teschi dalle vuote occhiaie, tibie e quant’altro? La
risposta nel caso nostro è nelle scene bibliche illustrate pittoricamente
all’esterno e all’interno dell’ossario stesso, dove sono delineate la drammaticità
della morte coniugata alla speranza della resurrezione (v. la visione del
profeta Ezechiele delle ossa aride che riprendono vita), la rassegnazione
di Giobbe il giusto accanto all’abbandono fiducioso di S.Giuseppe vir iustus
(allo sposo di Maria, raffigurato morente circondato dalle premure della
Vergine e di Gesù è dedicato l’ossario), l’invocazione del
re Davide a una liberazione dell’Alto e la risposta a tale grido universale
di salvezza in Maria Regina (alla Madonna, Assunta in cielo in anima e
corpo, è riservato il posto centrale nel ciclo dei dipinti interni).
Accennato appena il senso globale di una costruzione che possiamo pure
chiamare oratorio di S.Giuseppe (conosciuto localmente anche con il nome
improprio di battistero), attingendo ai documenti conservati nell’archivio
parrocchiale di Cepina (in particolare si farà riferimenti ai libri
dei conti relativi agli anni in questione e a uno specifico maneggio per
l’ossario) è possibile ricostruirne la storia, rettificando, al
caso, alcune attribuzioni.
Già nel 1718, come sopra accennato, era stata effettuata una
“cerca”, ossia una questua di vino e di grano in Valtellina, che i due
incaricati di Cepina (Francesco Romedi e Francesco Donagrandi) avevano
percorso per un qualche tratto (13 giorni di cerca) e il trasporto di quanto
raccolto (41 some e mezzo di vino e 8 staia di formentone e segale) in
favore dell’erigendo ossario impegnò Domenico Valcepina in due viaggi
da Mazzo e da Tirano a Cepina. Seguì una questua a Morignone e a
S. Maria Maddalena (allora parrocchia di Cepina), oltre che in paese, naturalnente,
ricavandone segale, lana, lino e denaro (5).
L’anno successivo, nel 1719 la Gioventù di Cepina aveva contribuito
con 4 lire e 4 staia di segale, frutto del Giro della Stella (6)
, unendo la propria offerta a quella di singoli parrocchiani anonimi (ricevuto
per donatione all’ossario da una persona pia lire 34) o espressamente nominati
(ricevuto dal quondam Agostin de Mont a nome di Antonia Folonara
donatione all’Ossario lire 9 e soldi 4) (7). Meritevole di essere ricordato
è un secondo contributo della Gioventù in occasione del matrimonio
tra G.Pietro dei Cas di Piatta e Domenica Troncana di Cepina (si tratta
del frutto di una serra?), di lire 10 e soldi 3 al netto della spesa per
la polvere da sparo e per il vino (8)
Nel frattempo, tra il 1719 e il 1720 la costruzione veniva iniziata
e sostanzialmente portata a termine, affidata al capomastro Giacomo Bosco
di Locarno, coadiuvato a tre lavoranti oltre che da manodopera locale.
In particolare, quanto alla maestranza del posto, alle colonne, ricavate
da Sobretta, lavorarono Giacomo Schena e Filippo Bracchi, mentre il mastro
Giacomo Colturi feraro mise a disposizione la sua fucina quando furono
gropate le chiavi dell’edificio (9) .
Nel 1723, completata dai mastri muratori la stabilitura dell’edificio,
si provvedeva all’acquisto del ferro per la cancellata versando la cospicua
cifra di lire 412 al Curato d’Aprica, cui si saldava il conto con lire
280 l’anno successivo(10). Nel triennio 1725-1727 veniva procurato al medesimo
scopo il ferro tipo “moietta” (ferro già lavorato in piccole barre)
fatto venire da Morbegno a Cepina (facendo tappa a Chiuro e a Bolladore
di Sondalo), per una spesa di lire 1298 liquidata all’abbate Pietro Antonio
Parravicini (11) .
Intanto veniva lavorata la cancellata, o “ferada” o “feradoni” come
allora si diceva, ad opera di chi scriverò appresso.
Rimaneva la decorazione in affresco che, dopo un primo contratto siglato
con G.Pietro Ligari nel 1733, venne portata a termine da Alessandro Valdani
nel 1739 (con un lavoro supplementare di pochi giorni da parte di Giovanni
Tommaso Billi nel 1743), così come risulta dai documenti dell’archivio
di Cepina riportati da Battista Leoni in un recente studio sul Valdani.(12).
Iniziava così la manutenzione ordinaria, tanto prosaica quanto
indispensabile: già i conti relativi al 1747 riportano la spesa
di lire 1,4 per olio di linosa, che veniva penellato sul ferro della cancellata
per mantenerne intatta la brunitura e per preservarla dalla ruggine...(13)
Risultando esorbitante i limiti di questo contributo una rendicontazione
puntuale dei lavori dell’Ossario - il Bardea ne fisserà la spesa
totale in lire dodicimila (14) - mentre rimando allo studio succitato del
Leoni per quanto riguarda gli autori delle pitture, è il caso di
soffermarsi sugli artefici della cancellata, veri artisti del ferro battuto.
In proposito i documenti d’archivio sfatano alcuni luoghi comuni, dato
che, senza che l’amor di patria faccia velo, risulta in piena evidenza
essere Giuseppe Pino (=Pini) mastro di Grosio residente a Sondalo il vero
artefice dell’inferriata, e non i due fabbri locali Carlo Colturi e
Giacomo De Gasperi, ricordati dalla tradizione e indicati l’uno quale autore
principale e l’altro come suo primo collaboratore dall’Urangia Tazzoli
(15) che pure doveva aver consultato qualche documento di Cepina, o per
lo meno qualche appunto relativo al maneggio. Fu la tradizione orale a
influenzare l’Urangia Tazzoli o fu piuttosto il contrario, dato che da
allora in poi tutti si rifaranno a quanto da lui scritto, mentre quarant’anni
prima il Colò (16) mostrava di non sapere altro in proposito se
non che la tradizione indicava in paese la fucina interessata?.
In realtà, senza nulla togliere all’abilità di mastro
Giacomo (e non Carlo!) Coluri, nella cui fucina a poca distanza dall’ossario
fu lavorato il ferro da Giuseppe Pino e per questo fu debitamente pagato(17)
, e alla bravura degli artigiani della famiglia De Gasperi giustamente
annotata dall’Urangia Tazzoli [doveva essere un loro ascendente G.Pietro
Gasperi che ospitò in casa il Pino per sette mesi ricevendo lire
20 e soldi 92 per l’affitto (18) ], l’autore principale risulta essere
stato Giuseppe Pini.
Già nel 1724 gli era stato dato un robusto acconto di lire 470
(“à conto della fattura del feradon”), di cui purtroppo è
introvabile il “confesso”, cui fanno seguito acconti dell’anno successivo
di lire 140 e soldi 56 e dell’anno seguente di lire 136 e soldi 8 (19)
.
Nel 1726 dovette essere sottoscritto il vero e proprio contatto (datto
al Signor Ignatio Simoni per far fare l’atti in Tirano a mastro. Giuseppe
Pino lire 6) che si accingeva al lavoro(20). Ad opera finita nel 1727,
contestualmente al saldo, il consuntivo fa ammontare a lire 2864 e soldi
8 la somma totale liquidata al Pini(21) .
Ma al di là delle aride cifre di un libro dei conti, chi era
Giuseppe Pini, e quali altre opere gli si possono attribuire?
Quanto al secondo quesito, per ora non ha trovato risposte da parte
mia: servirebbero nuove acquisizioni e segnalazioni circa un autore finora
del tutto sconosciuto al panorama artistico valtellinese - e anche a ciò
è finalizzato il presente contributo - e sarebbe utile una comparazione
di opere coeve in ferro battuto (a modo di esempio segnalo quello che rimane
della cancellata dell’ossario di S.Cristina, comune di Villa di Tirano,
versante retico, e la cancellata di Traona indicata dall’Urangia Tazzoli
nell’opera succitata).
Quanto alla identità di Giuseppe Pini, sono risalito a lui e
alla sua famiglia grazie ai registri anagrafici parrocchiali di Grosio,
Ravoledo, Sondalo e Cepina.
Giuseppe Pini, fu Martino(22) , della famiglia dei Pini ramo Mottarelli,
nativo di Grosio, abitava in località Mulini di Pradella a Sondalo
mentre lavorava all’inferriata di Cepina.
La morte, alla quale avrà avuto modo di rivolgere a lungo il
pensiero lavorando per un ossario, gli passerà accanto più
volte. Nell’anno stesso in cui terminava la cancellata (1727), alla vigilia
di Natale gli moriva la moglie Lucia Capetti, di 40 anni (23) . Neanche
due mesi gli veniva a mancare la figliola Maria Caterina di 18 mesi (24)
. Risposatosi con Antonia fu Giorgio Pini dei Guerciat (de Guerciatis)
di Ravoledo (25) , la piccola Lucia gli morirà a due settimane dalla
nascita(26). Rimarrà vedovo e si risposerà in terze nozze
con Maria Antonia fu Antonio Grand (Schena) di Cepina (26) e, alla morte
della consorte, in quarte nozze con Barbara Casari fu Giovanni Battista
di Tola (28) .Lo Stato d’Anime di Sondalo del 1737 lo registra con la moglie,
le figlie Lucrezia (21 anni), Maria Elisabetta (3 anni), Maria Lucia (2
anni), il figlio Giovanni Martino (2 mesi) e il servo Antonio Maria (24
anni)(29) .
Veramente sorella morte gli sarà apparsa familiare quando colse
lui stesso a 55 anni, nell’aprile del 1738, a Sondalo in contrada S.Rocco
nelle case dei mulini di Stefano Sermondi dove da poco si era accasato,
provenendo dalla vicina Pradella (30) .
A Giuseppe Pini, oscuro artista la cui vita (31) e la cui opera sono
ben meritevoli di essere portate alla luce (sia pure una luce più
che tenue a fronte dello splendore della luce divina nella quale si trova
per sempre) possiamo ben applicare le parole che proprio in quegli anni
venivano dipinte nell’ossario di Cepina accanto alla figura di Giobbe dolente
e fidente: Nudus egressus sum de utero matris meae et nudus revertar.
(1) G. COLÒ, Appunti archeologici nel Bormiese,
in “Periodico della Società Storica Comense”, vol. IX (1892), p.244
(2) Ibidem, p.246
(3) G.B. GIANOLI, Soste tra l’Adda e il Mera, Sondrio
1944, p. 105
(4) Per una trattazione più generale del tema
si veda: M. B. SILVESTRI, Riti e pratiche funebri a Livigno e in Alta Valle,
Villa di Tirano 1998
(5) Archivio Parrocchiale di Cepina (APC), Maneggio per
l’ossario, pp.2-3.6; APC, Libro dei conti, 1718, pp. 243-244.
(6) APC, Libro dei conti, 1719, p. 245. Si tratta forse
della prima attestazione del tradizionale Giro della Stella in Alta Valle.
(7) Ibidem, 1719, p. 245.
(8) APC, Maneggio per l’ossario, pp.2-6
(9) Ibidem, pp.6-9; APC, Libro dei conti, 1719-1720,
pp. 245-246.
(10) APC, Libro dei conti, 1723, p 252.
(11) Ibidem, 1725-1727, pp. 254-258.
(12) B. LEONI, Il pittore Alessandro Valdani in Valtellina
e Valchiavenna, in “Bollettino della Società Storica Valtellinese”,
n.48 anno 1995, pp.116-119. 126-129.
(13) APC. Libro dei conti, 1747, p 47.
(14) I. BARDEA, Memorie storiche per servire alla Storia
Ecclesiastica del Contado di Bormio, parte IIa, p. 182 (manoscritto).
(15) T. URANGIA TAZZOLI, La Contea di Bormio, vol. II,
L’arte, Bergamo 1933, p. 309-312.
(16) G. COLO’, Appunti archeologici nel Bormiese, in
“Periodico della Società Storica. Comense”, vol. IX (1892), p.245.
(17) APC, Libro dei conti, 1727, p 257.
(18) Ibidem, 1727, p 257.
(19) Ibidem, 1724, p 253 - 1725, p.254 - 1726, p.256.
(20) Ibidem, 1726, p 255.
(21) Ibidem, 1727, p 258.
(22) mastro Martino Pini Mottarelli nell’atto di: battesimo
del figlio Domenico Martino - Archivio Parrocchiale di Grosio, libro dei
Battesimi 1675 - viene qualificato dal prevosto Giuseppe Cesare Negri
come “fabro ferario insigne”.
(23) Archivio Parrocchiale di Sondalo (APS), Registro
dei Morti 1727.
(24) APS, Registro dei Morti 1728.
(25) Archivio Parrocchiale di Ravoledo (APR), Registro
dei Matrimoni 1728.
(26) APS, Registro dei Morti 1729.
(26) APC, Registro dei Matrimoni 1733.
(28) APC, Registro dei Matrimoni 1736.
(29) APS, Stato d’anime 1737.
(30) APS, Registro dei Morti 1738.
(31) Per ora non mi è riuscito di ritrovare con
certezza l’atto di battesimo di Giuseppe Pini: nel 1685 viene battezzato
a Grosio un Giuseppe Pini, figlio però di mastro Gio. Abele Pini
Mottarelli (zio del nostro). |