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Morire in alta valle 

di BARBARA SILVESTRI

"Il popolo valtellinese è assai inclinato alla pietà ed alla venerazione verso le anime  de' trapassati. Non si bada ad economia per procurar loro dei servigi di requie, ed il contadino si raccomanda loro per i suoi bisogni, e fra pericoli si pretende che alle volte appariscano ad aiutare i loro amici e vicini, per isbrigarli delle soverchie faccende dell'agricoltura o quando cade loro un giumento carico, a porger mano per rialzarlo…".
 Così riferiva il prefetto del Dipartimento dell'Adda nell'Inchiesta Napoleonica sulle tradizioni popolari nel Regno d'Italia del 1812 , riassumendo il rapporto esistente tra vivi e morti nelle co-munità dell'Alta Valle. 
Ai morti, infatti, si dedicavano tempi, spazi, pratiche, oggetti specifici (al toilà di mört, al pra di mört, la carità di mört, la caseràda di mört, i anziàn di mört, l'altàr di mört e la càscia di mört, la fèsta di mört, al triduo di mört), d'altra parte essi intervenivano a sostegno e in aiuto dei vivi, come numerosi racconti degli anziani riportano. Così per esempio, la signora Dina di Valfur-va racconta di una sua compaesana, mandata dalla madre a lavorare il campo. Ella era molto sco-raggiata per la grande fatica che l'aspettava; la madre, impossibilitata ad aiutarla, le raccomandò: "Préga  al Signór e i kar mört che i te giùtien". La madre seguì dalla casa il lavoro della figlia e vide che quattro uomini erano accorsi ad aiutarla; al suo ritorno chiese perciò alla figlia chi fosse-ro. "Non è venuto nessuno, mamma, ma anche a me è sembrato di aver fatto in fretta". Erano in-tervenuti i morti, conclude la signora. Analoga la leggenda del Plan di Mört a Livigno. Racconta-no i vecchi che nei tempi addietro furono proprio i morti usciti dal cimitero a ricacciare i prote-stanti entrati dal passo Cassana per "voltare" la nostra religione… Questi scapparono dicendo: "Noi combattiam coi fanti ma non coi santi!". 
 Tale rapporto era reso possibile dalla centralità riconosciuta alla morte e al morire, attraverso i riti e le pratiche che accompagnavano questo evento e chi ne era colpito, che qui di seguito de-scriveremo. 

Presagi e preavvisi di morte: avìs e segnal
Presagi e preavvisi di morte informavano o annunciavano in anticipo o in concomitanza la mor-te di un proprio caro: il lagno del gufo - duch - o del nottalone - cabrabègìol -, il picchiettio del tarlo - martelìa - che rode un mobile della sc-tùa - stanza-; lo scoccare simultaneo delle ore e dei botti dell'agonia; le croci recate per gioco da fanciulli lungo la via o foggiate per caso sulla stra-da .
 Gli anziani raccontano anche di altri segnàl o avìs : si tratta in generale di sogni annuncianti la morte di qualcuno o di avvertimenti di vario tipo quali lo scuotimento, passi, battito d'ali, essere chiamati, avuti poco prima o in concomitanza della morte di parenti o conoscenti.
 Così, per esempio, la signora Filomena di Trepalle di 80 anni, racconta di sua madre. Nel 1941, un giorno si trovava sola in casa e stava lavorando; ad un certo punto sentì al piano di sopra che era solaio, dei passi avanti e indietro per tre volte. Comprese che era successo qualcosa di grave, lasciò perciò il suo lavoro e lesse le Offerte (preghiere particolari per i defunti) per quell'anima che sentiva essersene andata. Si seppe una settimana dopo che quel giorno due suoi compaesani erano rimasti sepolti sotto una valanga; i loro corpi furono ritrovati uno in quei giorni e l'altro solo in primavera.
 Metilde, novantenne signora di Valdisotto, racconta una sua esperienza personale del 1942. Le era nata da un paio di giorni una bambina, quando di notte venne svegliata da uno scossone al let-to. Lei si svegliò di soprassalto e pensò che qualcosa fosse successo a sua nonna, poiché ella, a cui era particolarmente legata, le aveva promesso che le avrebbe inviato un avìs prima di morire. Prese in braccio la sua piccola e pregò per la nonna, poi la depose e si rimise a dormire. Ma di nuovo si sentì scossa, si svegliò ed ebbe il pensiero che la piccola non era ancora stata battezzata. Svegliò perciò il marito ignaro di tutto ciò e chiamò gli altri figli perché la portassero dal sacerdo-te per il battesimo. Per tranquillizzare la madre, essi la battezzarono subito quindi la portarono in chiesa. Era ormai mattino presto. Per strada incontrarono una donna del paese alla quale mostra-rono la piccina che era ancora viva. Giunti alla chiesa, il prete fece in tempo a completare il rito del battesimo e la piccola morì.
 Il signor Pietro di Livigno racconta di sua madre che avvertì la morte del suo vicino di casa, uomo santo, sentendo "come un forte battito di ali": era l'anima che saliva al cielo. Anche il Longa riporta di una vecchia che "stavasene un giorno filando sulla soglia di casa e una rondinella le volò vicino, tanto vicino che la donna se la trovò quasi tra mano e la prese. Quel giorno stesso la vec-chia placidamente morì. Si disse che la rondinella le aveva portato la morte, la buona morte, na-scosta tra le ali" . In Valfurva, si racconta che al mortorio di un piccolo si vide una colomba vola-re verso il cielo e che questa fosse la sua anima. 
Agonia e morte
 Prepararsi a una buona morte era dovere e aspirazione irrinunciabile, non solo a livello indivi-duale ma anche comunitario. Ciò significava soprattutto giungere consapevolmente al momento del trapasso, essere purificati dalle proprie colpe innanzi a Dio e aver vissuto nella giustizia con gli altri. Desiderabile e usuale era inoltre morire attorniati dai propri familiari e con loro "rassegnare" l'anima a Dio.
 Una campana annunciava a tutto il paese che veniva portato il viatico a qualche ammalato o moribondo: chi poteva accorreva ad accompagnare in processione il sacerdote con i chierichetti alla casa del malato.  Gli intervenuti sostavano fuori in preghiera mentre il sacerdote entrava nella casa abbellita dall'esposizione di lenzuola, copriletti o altri stendardi lungo le pareti e le scale fino alla stanza. E se ormai agonizzante, erano i bòt dali agonìa "rintocchi di campana" ad annunciare che qualcuno stava morendo o ricevendo l'estrema unzione: cinque rintocchi se era un uomo, quattro se era donna. Tutti interrompevano lavoro e chiacchiere, riporta il Longa, per recitare una preghiera per l'agonizzante, facendo poi seguire qualche commento sulla sua vita: L'a furnì i séi dì ènka lu "ha finito i suoi giorni anche lui" .
 Qualche eco si è trovata ancora a Livigno dell'uso di aprire la finestra della stanza ove giaceva l'agonizzante per aiutare l'anima a dipartire. Tale uso e credenza sono certamente connessi a quel-lo della fenesc’trèla da l'ànima o uscét da li ànima  presenti a Livigno, Trepalle e Valfurva e probabilmente a quella più diffusa di chiudere porte e tirare tende al passaggio di un corteo fune-bre. 
 La fenesc’trèla da l'ànima o uscét da li ànima "piccola porta delle anime perché costituita da una piccola anta scorrevole", era posta nella stanza principale della casa a fianco di quella ordina-ria. 
 Essa veniva aperta alla morte di un familiare, affinché l'anima trovasse un passaggio per uscire e poi richiusa di nuovo e tenuta ben sbarrata perché il morto non trovasse più la via del ritorno . Tale finestrella è assimilabile alla cosiddetta "porta del morto", il cui uso è documentato per l'A-bruzzo  nonché all'uso altrove praticato di scoperchiare il tetto in caso di agonia prolungata  o a quello di aprire la finestra per facilitare la dipartita dell'anima.
 La morte veniva annunciata dai bòt o són da mòrt: normalmente rintocchi della campana picco-la, variamente distinti se il defunto era un uomo (sempre più lunghi: a Livigno quarantacinque min.) o una donna (sempre più corti: a Livigno trenta min.), o dalla campana più grande se a mo-rire era un sacerdote o qualche personalità (sindaco, benefattore ecc.). Nessuna campana invece poteva essere suonata se si trattava di un suicida o di un bambino. Per quest'ultimo, a Livigno, l'annuncio era dato porta-porta dalla madrina che invitava al mortorio del piccolo, durante il quale le campane suonavano a festa ["l'Allegrezza"], per annunciare che si trattava di un angialìn "an-gioletto".
 A Livigno inoltre, i bót venivano suonati anche per quei compaesani emigrati che morivano fuori paese: questi generalmente venivano suonati di domenica, uso in auge anche oggi.
 L'intera comunità perciò seguiva e partecipava fin dall'inizio agli ultimi eventi di un suo com-ponente. Nelle case la morte di qualcuno induceva a raccontare della sua vita e a ricostruire i le-gami di parentela: "…era il figlio di…,  la sua famiglia era…, aveva fatto…, di lui si racconta che…". In tal modo si stabiliva anche l'urgenza o meno della propria partecipazione al lutto e visi-ta alla famiglia luttuante, a seconda del grado di parentela o affinità. Tale ordine si estendeva poi anche alla disposizione nel corteo funebre e in chiesa durante le esequie.
Comporre la salma: ordanér al mòrt
A Livigno e Trepalle, a comporre la salma venivano chiamati abitualmente i figliocci o le fi-gliocce, rispettivamente per gli uomini e per le donne, coadiuvati da qualche parente o vicino di casa. Nelle altre valli, invece, erano solitamente questi ultimi. 
 Generalmente il cadavere veniva lavato e sistemato al meglio; fino alla prima metà di questo secolo (anni 50/60), a Livigno e Trepalle, alla salma veniva messa una semplice camicia bianca lunga o allungata fino ai piedi e qui cucita. Le donne spesso si premuravano di prepararsi la loro camicia e il cuscinetto da utilizzare alla loro morte. Ricorda Anastasio di Trepalle che la sua ma-drina indicò dove avesse riposto la propria camicia, raccomandandosi di non cucirla ai piedi, affin-ché non inciampasse presentandosi all'Altissimo.
 Isaia, di Livigno (92 anni), ricorda che avànt, avànt "addietro, addietro" ai morti legavano i piedi perché credevano che potessero scappare. Questa credenza è presente anche altrove . Era ed è inoltre consuetudine chiudere la bocca, eventualmente serrando le mascelle con un fazzoletto, e gli occhi. Diffusa la credenza secondo la quale se al morto restano socchiusi gli occhi, presto qualche parente lo seguirà; costumi e credenze queste universalmente diffuse fin dall'antichità .
 Nell'Alta Valle, riferisce il Longa, la salma veniva vestita con una camicia sbrindellata e poi cu-cita in un lenzuolo bianco .
 Attualmente il defunto viene vestito con i suoi abiti più belli.
 In tutti i casi coloro che si occupavano di ordanér al mòrt ricevevano in compenso un suo ca-po di vestiario (camicia, lenzuolo, foulard).
 Diversamente avveniva se trattavasi di bimbi o non coniugati, come preciseremo più avanti.
 A Livigno e Trepalle, se il defunto apparteneva a qualche confraternita (SS. Sacramento, Ma-donna del Carmine, Madonna dei sette dolori, Figlie di Maria, S. Francesco ecc.), gli venivano appesi al collo o posti sopra anche gli stemmi o gli abiti corrispettivi della confraternita (si trattava di medaglioni o pezzi di stoffa riportanti l'effigie del santo).
 La salma poi veniva riposta abitualmente in stanza, nel suo letto, ricoperta da una coperta colo-rata  con le mani giunte, con una corona ivi intrecciata. Una signora di Livigno ricorda anche che nella stanza venivano tolti gli specchi senza sapere perché ciò si facesse.
 La bara era fatta volta per volta dal falegname con le assi che spesso gli uomini si premurava-no di predisporre: "assi belle, di larice", dice il signor Armando di Valfurva, "perché il larice si consuma più lentamente…". Ricorda Isaia di Livigno, di un tal falegname che si premurò addirit-tura di costruirsi la bara, ma il destino volle che morisse in ospedale e perciò non fu utilizzata.
 Scrive il Longa  che il 30 agosto 1823 il sacerdote C. Santelli fu il primo, almeno a Bormio, ad essere seppellito rinchiuso in cassa, contro il costume di deporre i morti nella nuda terra, dopo essere stati trasportati con una cassa comune (una di queste è conservata nel Museo Etnografico di Tirano).
 Sopra la bara, se adulti, a Livigno veniva messo un lenzuolo bianco, il più bello che si aveva in casa e sopra di esso veniva steso al pagn da mòrt, un drappo nero con sopra ricamato il teschio che serviva a tale scopo. Tale lenzuolo spettava alla figlioccia o a qualche altra giovane parente che doveva prenderlo prima della tumulazione.
 Sia in Alta Valle che a Livigno, oltre al panno nero venivano messi sulla bara un capo della di-visa della confraternita d'appartenenza o gli stemmi relativi: camice bianco o cappa se confratello, velo bianco se consorella e relativo medaglione; particolari addobbi venivano fatti sulle bare dei bambini e dei non coniugati. 
 Da segnalare sono alcune "ordinazioni" particolari: sia a Livigno che in Alta Valle, sono ricor-dati alcuni sacerdoti che alla loro morte furono vestiti con la loro veste e posti seduti nel loro stu-dio "come vivi". Tale usanza doveva riguardare probabilmente anche gli appartenenti a famiglie alto locate, poiché i Secchi di Bormio ricordano che una tal matrona fu analogamente ordinata e riposta seduta nel suo soggiorno. 
 Un'ultima considerazione ci sembra possibile sul termine stesso ordanér "ordinare". Esso sug-gerisce che le operazioni compiute intorno al cadavere costituissero un "mettere ordine" allo scompiglio suscitato nei sopravvissuti. Nel dialetto tradizionale però "ordinare", in tal senso, veni-va più comunemente indicato con altri termini: a Livigno, regalzér, métar vìa; ordanér è piuttosto accostato a "ordinazione". Ci sembra perciò che l'ordanér al mòrt fosse inteso anche come avviarlo ad un nuovo ordine-stato, quello appunto del mondo dei morti.
La veglia
 Preparata la stanza e composta la salma, questa veniva esposta per due o tre giorni. I primi ad accorrere erano i parenti, secondo il grado di parentela. Tra questi vi era chi fin dall'inizio si occu-pava di svolgere i diversi lavori in vece dei familiari luttuanti (stalla, fieno, campo, faccende do-mestiche), così da consentire  loro, per quei giorni, una totale disponibilità a vegliare, raccontare, ricordare, piangere il proprio caro nell'incontro con i convenuti. D'altro canto l'interruzione del la-voro era recepita anche come un obbligo, la cui mancanza avrebbe provocato moröia "meraviglia / biasimo" da parte della comunità. Nell'arco di quei giorni tutte le famiglie del paese generalmente visitavano il defunto e la famiglia colpita; anche i bambini vi erano abitualmente condotti. La ve-glia si svolgeva prevalentemente nella preghiera a suffragio del morto: recita del Rosario, i Cento Requiem, le Litanie, le Offerte, la recita di Salmi (oggi la preghiera è maggiormente rivolta ai so-pravvissuti). Oltre la preghiera non mancavano momenti in cui si raccontavano e si ricordavano fatti della vita del defunto. Usuale era inoltre stare a parlare della sua morte: tanto più questa era insolita (morte prematura, improvvisa, per malattie particolari), maggiori erano i tentavi di spie-garla, apportando ognuno il proprio parere. D'altra parte anche i familiari erano ben disposti a raccontare l'accaduto, gli ultimi momenti della vita del loro caro e quanto da loro fatto. Connet-tiamo a ciò il detto: "la mòrt l'òl sèmpri la sóa resgión" "la morte vuole sempre la sua ragione / scusa". La "ragione" così raggiunta sempre "salvava" il defunto stesso e la sua famiglia e rassicu-rava il gruppo.
Pane - Sale - Formaggio - Conviti
 A Livigno e Trepalle, era d'uso distribuire il pane nella casa del defunto per tutta la durata della veglia e all'uscita di chiesa, dopo la recita del rosario che avveniva le due sere in cui il defunto si trovava in casa. Si trattava di ciambelle di pane bianco, i breciadéi e, altrove, la mica "panino", sulla quale veniva incisa una croce. 
 Altre distribuzioni, a suffragio del defunto venivano fatte in ricorrenze o durante l'anno,  il ve-nerdì santo, ed erano denominate al pan da la lemòsana "il pane dell'elemosina" (l'ultima tradizio-nale lemòsana del venerdì santo è avvenuta negli anni '80). Prima del '900, a Livigno, oltre il pane, in casa del defunto, veniva data anche una fetta di formaggio . Ricorda Isaia di Livigno che gli fu raccontato, riguardo un'anziana signora, che alla sua morte le trovarono in cantina una forma di formaggio già tagliata a fette, pronta per la distribuzione; ma tale pratica era già in disuso.
 Nell'Inchiesta Napoleonica del 1812 sul Dipartimento dell'Adda, si riporta l'uso di "consumare insieme dopo il funerale una forma di formaggio, detta in qualche luogo "del caso" (veglia), la più bella che si faceva in alpe. Rimane intatta in ciascuna famiglia perché destinata al solo oggetto del convito mortuario, se uno ne avvenisse in quell'anno. Quando l'anno poi passa senza accidente, nel futuro alpeggiamento se ne sostituisce un'altra" .
  Anche nella restante Alta Valle si usava distribuire il pane o il sale o del denaro (in Valfur-va, in sostituzione del sale), sia nell'abitazione del defunto, sia all'uscita della chiesa dopo il rosa-rio. Risulta però che, almeno a inizio secolo, solo le famiglie più abbienti praticassero tale uso (ad esclusione della Valfurva e della Valdidentro), ed essendo mal sopportato da esse, fu sostituito a Bormio dall'offerta di sale per i poveri del Comune, distribuita in giorni determinati presso l'ufficio della Congregazione della Carità . In Valfurva, invece, si distribuiva il sale o più raramente del denaro, da parte di tutte le famiglie. Qui, di ciò, si occupavano i delegati del funerale: due parenti incaricati, tra l'altro, di acquistare il sale o far moneta spicciola per poi farne distribuzione a tal fi-ne (dalle interviste, la distribuzione in casa è ricordata solo a Madonna dei Monti, nei giorni suc-cessivi al funerale). La distribuzione del soldo della limòsina (pochi centesimi) veniva effettuata anche il giorno del funerale, lungo la strada ove passava il corteo funebre .
 L'usanza di fare queste elemosine di pane risulta già dagli Statuti civili di Bormio, nel cap. 154 e cap. 160 del 1429. In Valfurva, fino ai primi decenni di questo secolo, ricorda ancora qualche anziano, si usava fare una grande tavolata nella stanza ove giaceva il morto; attorno vi sedevano i convenuti e leggevano a turno le Settanta Offerte  (particolari preghiere per le anime del purgato-rio). Dopo questa lettura, a mezzanotte, s'imbandiva la tavola e si mangiava insieme la marénda dal mortòri: polenta e stracchino, patate e salsicce, minestra e scimùda "formaggio fresco", pie-tanze per quei tempi poco comuni sulla tavola quotidiana; il vino era assai raro, perché poco ac-cessibile da queste parti. Ricorda Celeste di Madonna dei Monti, che alla morte di una sua parente furono fatte ben tre polente; Dina di S. Antonio ricorda da bambina, in una tale occasione, l'invito caloroso a mangiare: "…Mangé, mangé, par l'ànima del nòs mòrt…" "…mangiate, mangiate, per l'anima del nostro defunto…".
  In Valdisotto invece, era usuale ritrovarsi dopo il funerale per mangiare insieme la marén-da del mortòri ; a questa partecipavano prevalentemente i parenti del defunto ed era un momen-to, ricordano gli anziani, in cui si ritrovavano spesso parenti che vivevano altrove.
Commemorazioni periodiche
 In tutta l'Alta Valle, era consuetudine celebrare il settimo con una messa da esequie, circa a sette giorni dalla morte. Unico in Valfurva, l'uso di ritrovarsi nella casa del defunto per ri-accompagnare la famiglia, in processione e pregando, alla chiesa ove veniva celebrato il settimo, con l'esposizione del catafalco ricoperto dal panno nero.
 A Livigno e Trepalle, oltre a tale ricorrenza, era ed è usuale celebrare anche il terzo e il trige-simo (a 30 giorni dalla morte), quest'ultimo anche a Isolaccia.
  Particolarmente sentita in tutta l'Alta Valle era la Festa dei Morti del 2 novembre: alla vigi-lia era d'uso preparare i secchi pieni di acqua o lasciare il lume acceso o cibarie sul tavolo, affinché i morti potessero più facilmente ritrovare la strada di casa e ristorarsi dopo il lungo viaggio , u-sanza praticata ancora da qualche anziana in Valfurva, altrove invece, ricordata da pochi.
 A Cepina, sempre alla vigilia, riporta il Longa l'uso d'imbandire una cena, alla quale partecipa-vano anche i morti .
Anche la preghiera familiare e comunitaria in quei giorni s'intensificava: Battisc-tìn di Livigno ricorda le raccomandazioni di suo padre a fér i sài e dir su i pàtar ca i nös mört in sc-ti dì i tór-nan e i ma védan "…fare i bravi  e pregare poiché in tali giorni i nostri morti  tornano e ci vedo-no…
 Il giorno della vigilia inoltre, era d'uso la carità di mört  "carità dei defunti": i ragazzi o altri in-caricati andavano per le case a raccogliere le offerte per i morti o, nei giorni prestabiliti, queste venivano portate in chiesa e versate in un apposito contenitore . Si trattava di viveri (formaggio, salsicce, uova, segale), vestiario, oggetti, messi poi all'asta e il ricavato confluiva nella Cassa dei Morti per pagare i tridui e le messe celebrate a suffragio di essi. A Bormio, in Valdisotto e Val-furva, anche il giorno dei Morti, all'uscita del cimitero, dopo la visita comunitaria, due addetti rac-coglievano la carità . Veniva poi raccolto anche al fén per i mort: ogni contadino che lo volesse, si premurava di portare tale fieno nella nàsa da la bona mort  "fienile" apposito per il fieno dei morti, che in primavera veniva messo all'asta.
A Isolaccia invece, alcuni giovani addetti si recavano nei campi a raccogliere i mucchi di fieno che i contadini vi lasciavano "per i morti", generalmente alla fine del secondo taglio; anche questo veniva poi messo nel toilà "fienile" e più tardi messo all'asta. A li menögliéira  spettava il compi-to di girare a raccogliere la segale nei vari campi  per raggrupparla in uno solo e comporla in co-voni con l'aiuto dei giovani che la portavano poi in un luogo indicato per l'essiccatura. Più tardi, altre donne si occupavano di batterla per poi venderla d'autunno a favore dei morti. In Valdisotto era il sacrestano a girare per le case e raccoglieva lino, segale, indumenti ecc.
 A Bormio e in Valfurva , oltre a tale uso, vi era anche quello della caseràda di mòrt cioè della lavorazione in comune del latte (in Valfurva fino a pochi anni fa): due volte all'anno, a gen-naio/febbraio e il 29 giugno a S. Pietro, il ricavato del  formaggio e del burro ottenuti dalla case-ràda veniva devoluto a favore dei morti per propiziarsi il loro aiuto.
  Gli anziani raccontandoci di questi usi, ci dicono che offrivano cibarie, fieno o animali per-ché "a quei tempi non c'erano soldi". Ciò è indubbiamente vero ma si verificava che quanto raccolto con la carità venisse ripreso, acquistandolo, all'interno della comunità stessa e poteva capitare che quanto offerto venisse per necessità ripreso (per esempio il fieno).
 In tal modo si realizzava una circolarità concreta e visibile che consentiva e mostrava lo scam-bio tra vivi e morti: a loro erano riservati spazi, tempi e strutture specifiche, quali il Triduo dei Morti, la Festa dei Morti, il Fienile dei Morti, il Prato dei Morti, la Cassa dei Morti, gli Anziani dei Morti, l'Altare dei Morti, e a loro ci si premurava di procurare "nutrimento".
 D'altra parte i morti "visitavano" i vivi, intervenivano in loro aiuto,  intercedevano presso Dio per i bisogni collettivi : molte messe celebrate in loro suffragio erano accompagnate dalla richiesta di "buon tempo durante la fienagione", di "liberazione dai sorzi" o "di allontanamento di calamità e castighi minacciati da Dio" .

NOTA: Questo articolo è un estratto del libro, a firma dell’autrice,  "Riti e usi funebri in Alta Valtellina", a firma dell’autrice, Villa di Tirano, 1997.

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