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Morire in alta valle
di BARBARA SILVESTRI
"Il popolo valtellinese è assai inclinato alla pietà ed
alla venerazione verso le anime de' trapassati. Non si bada ad economia
per procurar loro dei servigi di requie, ed il contadino si raccomanda
loro per i suoi bisogni, e fra pericoli si pretende che alle volte appariscano
ad aiutare i loro amici e vicini, per isbrigarli delle soverchie faccende
dell'agricoltura o quando cade loro un giumento carico, a porger mano per
rialzarlo…".
Così riferiva il prefetto del Dipartimento dell'Adda nell'Inchiesta
Napoleonica sulle tradizioni popolari nel Regno d'Italia del 1812 , riassumendo
il rapporto esistente tra vivi e morti nelle co-munità dell'Alta
Valle.
Ai morti, infatti, si dedicavano tempi, spazi, pratiche, oggetti specifici
(al toilà di mört, al pra di mört, la carità di
mört, la caseràda di mört, i anziàn di mört,
l'altàr di mört e la càscia di mört, la fèsta
di mört, al triduo di mört), d'altra parte essi intervenivano
a sostegno e in aiuto dei vivi, come numerosi racconti degli anziani riportano.
Così per esempio, la signora Dina di Valfur-va racconta di una sua
compaesana, mandata dalla madre a lavorare il campo. Ella era molto sco-raggiata
per la grande fatica che l'aspettava; la madre, impossibilitata ad aiutarla,
le raccomandò: "Préga al Signór e i kar mört
che i te giùtien". La madre seguì dalla casa il lavoro della
figlia e vide che quattro uomini erano accorsi ad aiutarla; al suo ritorno
chiese perciò alla figlia chi fosse-ro. "Non è venuto nessuno,
mamma, ma anche a me è sembrato di aver fatto in fretta". Erano
in-tervenuti i morti, conclude la signora. Analoga la leggenda del Plan
di Mört a Livigno. Racconta-no i vecchi che nei tempi addietro furono
proprio i morti usciti dal cimitero a ricacciare i prote-stanti entrati
dal passo Cassana per "voltare" la nostra religione… Questi scapparono
dicendo: "Noi combattiam coi fanti ma non coi santi!".
Tale rapporto era reso possibile dalla centralità riconosciuta
alla morte e al morire, attraverso i riti e le pratiche che accompagnavano
questo evento e chi ne era colpito, che qui di seguito de-scriveremo.
Presagi e preavvisi di morte: avìs e segnal
Presagi e preavvisi di morte informavano o annunciavano in anticipo
o in concomitanza la mor-te di un proprio caro: il lagno del gufo - duch
- o del nottalone - cabrabègìol -, il picchiettio del tarlo
- martelìa - che rode un mobile della sc-tùa - stanza-; lo
scoccare simultaneo delle ore e dei botti dell'agonia; le croci recate
per gioco da fanciulli lungo la via o foggiate per caso sulla stra-da .
Gli anziani raccontano anche di altri segnàl o avìs
: si tratta in generale di sogni annuncianti la morte di qualcuno o di
avvertimenti di vario tipo quali lo scuotimento, passi, battito d'ali,
essere chiamati, avuti poco prima o in concomitanza della morte di parenti
o conoscenti.
Così, per esempio, la signora Filomena di Trepalle di
80 anni, racconta di sua madre. Nel 1941, un giorno si trovava sola in
casa e stava lavorando; ad un certo punto sentì al piano di sopra
che era solaio, dei passi avanti e indietro per tre volte. Comprese che
era successo qualcosa di grave, lasciò perciò il suo lavoro
e lesse le Offerte (preghiere particolari per i defunti) per quell'anima
che sentiva essersene andata. Si seppe una settimana dopo che quel giorno
due suoi compaesani erano rimasti sepolti sotto una valanga; i loro corpi
furono ritrovati uno in quei giorni e l'altro solo in primavera.
Metilde, novantenne signora di Valdisotto, racconta una sua esperienza
personale del 1942. Le era nata da un paio di giorni una bambina, quando
di notte venne svegliata da uno scossone al let-to. Lei si svegliò
di soprassalto e pensò che qualcosa fosse successo a sua nonna,
poiché ella, a cui era particolarmente legata, le aveva promesso
che le avrebbe inviato un avìs prima di morire. Prese in braccio
la sua piccola e pregò per la nonna, poi la depose e si rimise a
dormire. Ma di nuovo si sentì scossa, si svegliò ed ebbe
il pensiero che la piccola non era ancora stata battezzata. Svegliò
perciò il marito ignaro di tutto ciò e chiamò gli
altri figli perché la portassero dal sacerdo-te per il battesimo.
Per tranquillizzare la madre, essi la battezzarono subito quindi la portarono
in chiesa. Era ormai mattino presto. Per strada incontrarono una donna
del paese alla quale mostra-rono la piccina che era ancora viva. Giunti
alla chiesa, il prete fece in tempo a completare il rito del battesimo
e la piccola morì.
Il signor Pietro di Livigno racconta di sua madre che avvertì
la morte del suo vicino di casa, uomo santo, sentendo "come un forte battito
di ali": era l'anima che saliva al cielo. Anche il Longa riporta di una
vecchia che "stavasene un giorno filando sulla soglia di casa e una rondinella
le volò vicino, tanto vicino che la donna se la trovò quasi
tra mano e la prese. Quel giorno stesso la vec-chia placidamente morì.
Si disse che la rondinella le aveva portato la morte, la buona morte, na-scosta
tra le ali" . In Valfurva, si racconta che al mortorio di un piccolo si
vide una colomba vola-re verso il cielo e che questa fosse la sua anima.
Agonia e morte
Prepararsi a una buona morte era dovere e aspirazione irrinunciabile,
non solo a livello indivi-duale ma anche comunitario. Ciò significava
soprattutto giungere consapevolmente al momento del trapasso, essere purificati
dalle proprie colpe innanzi a Dio e aver vissuto nella giustizia con gli
altri. Desiderabile e usuale era inoltre morire attorniati dai propri familiari
e con loro "rassegnare" l'anima a Dio.
Una campana annunciava a tutto il paese che veniva portato il
viatico a qualche ammalato o moribondo: chi poteva accorreva ad accompagnare
in processione il sacerdote con i chierichetti alla casa del malato.
Gli intervenuti sostavano fuori in preghiera mentre il sacerdote entrava
nella casa abbellita dall'esposizione di lenzuola, copriletti o altri stendardi
lungo le pareti e le scale fino alla stanza. E se ormai agonizzante, erano
i bòt dali agonìa "rintocchi di campana" ad annunciare che
qualcuno stava morendo o ricevendo l'estrema unzione: cinque rintocchi
se era un uomo, quattro se era donna. Tutti interrompevano lavoro e chiacchiere,
riporta il Longa, per recitare una preghiera per l'agonizzante, facendo
poi seguire qualche commento sulla sua vita: L'a furnì i séi
dì ènka lu "ha finito i suoi giorni anche lui" .
Qualche eco si è trovata ancora a Livigno dell'uso di
aprire la finestra della stanza ove giaceva l'agonizzante per aiutare l'anima
a dipartire. Tale uso e credenza sono certamente connessi a quel-lo della
fenesc’trèla
da l'ànima o uscét da li ànima presenti a Livigno,
Trepalle e Valfurva e probabilmente a quella più diffusa di chiudere
porte e tirare tende al passaggio di un corteo fune-bre.
La fenesc’trèla da l'ànima o uscét da li
ànima "piccola porta delle anime perché costituita da una
piccola anta scorrevole", era posta nella stanza principale della casa
a fianco di quella ordina-ria.
Essa veniva aperta alla morte di un familiare, affinché
l'anima trovasse un passaggio per uscire e poi richiusa di nuovo e tenuta
ben sbarrata perché il morto non trovasse più la via del
ritorno . Tale finestrella è assimilabile alla cosiddetta "porta
del morto", il cui uso è documentato per l'A-bruzzo nonché
all'uso altrove praticato di scoperchiare il tetto in caso di agonia prolungata
o a quello di aprire la finestra per facilitare la dipartita dell'anima.
La morte veniva annunciata dai bòt o són da mòrt:
normalmente rintocchi della campana picco-la, variamente distinti se il
defunto era un uomo (sempre più lunghi: a Livigno quarantacinque
min.) o una donna (sempre più corti: a Livigno trenta min.), o dalla
campana più grande se a mo-rire era un sacerdote o qualche personalità
(sindaco, benefattore ecc.). Nessuna campana invece poteva essere suonata
se si trattava di un suicida o di un bambino. Per quest'ultimo, a Livigno,
l'annuncio era dato porta-porta dalla madrina che invitava al mortorio
del piccolo, durante il quale le campane suonavano a festa ["l'Allegrezza"],
per annunciare che si trattava di un angialìn "an-gioletto".
A Livigno inoltre, i bót venivano suonati anche per quei
compaesani emigrati che morivano fuori paese: questi generalmente venivano
suonati di domenica, uso in auge anche oggi.
L'intera comunità perciò seguiva e partecipava
fin dall'inizio agli ultimi eventi di un suo com-ponente. Nelle case la
morte di qualcuno induceva a raccontare della sua vita e a ricostruire
i le-gami di parentela: "…era il figlio di…, la sua famiglia era…,
aveva fatto…, di lui si racconta che…". In tal modo si stabiliva anche
l'urgenza o meno della propria partecipazione al lutto e visi-ta alla famiglia
luttuante, a seconda del grado di parentela o affinità. Tale ordine
si estendeva poi anche alla disposizione nel corteo funebre e in chiesa
durante le esequie.
Comporre la salma: ordanér al mòrt
A Livigno e Trepalle, a comporre la salma venivano chiamati abitualmente
i figliocci o le fi-gliocce, rispettivamente per gli uomini e per le donne,
coadiuvati da qualche parente o vicino di casa. Nelle altre valli, invece,
erano solitamente questi ultimi.
Generalmente il cadavere veniva lavato e sistemato al meglio;
fino alla prima metà di questo secolo (anni 50/60), a Livigno e
Trepalle, alla salma veniva messa una semplice camicia bianca lunga o allungata
fino ai piedi e qui cucita. Le donne spesso si premuravano di prepararsi
la loro camicia e il cuscinetto da utilizzare alla loro morte. Ricorda
Anastasio di Trepalle che la sua ma-drina indicò dove avesse riposto
la propria camicia, raccomandandosi di non cucirla ai piedi, affin-ché
non inciampasse presentandosi all'Altissimo.
Isaia, di Livigno (92 anni), ricorda che avànt, avànt
"addietro, addietro" ai morti legavano i piedi perché credevano
che potessero scappare. Questa credenza è presente anche altrove
. Era ed è inoltre consuetudine chiudere la bocca, eventualmente
serrando le mascelle con un fazzoletto, e gli occhi. Diffusa la credenza
secondo la quale se al morto restano socchiusi gli occhi, presto qualche
parente lo seguirà; costumi e credenze queste universalmente diffuse
fin dall'antichità .
Nell'Alta Valle, riferisce il Longa, la salma veniva vestita
con una camicia sbrindellata e poi cu-cita in un lenzuolo bianco .
Attualmente il defunto viene vestito con i suoi abiti più
belli.
In tutti i casi coloro che si occupavano di ordanér al
mòrt ricevevano in compenso un suo ca-po di vestiario (camicia,
lenzuolo, foulard).
Diversamente avveniva se trattavasi di bimbi o non coniugati,
come preciseremo più avanti.
A Livigno e Trepalle, se il defunto apparteneva a qualche confraternita
(SS. Sacramento, Ma-donna del Carmine, Madonna dei sette dolori, Figlie
di Maria, S. Francesco ecc.), gli venivano appesi al collo o posti sopra
anche gli stemmi o gli abiti corrispettivi della confraternita (si trattava
di medaglioni o pezzi di stoffa riportanti l'effigie del santo).
La salma poi veniva riposta abitualmente in stanza, nel suo letto,
ricoperta da una coperta colo-rata con le mani giunte, con una corona
ivi intrecciata. Una signora di Livigno ricorda anche che nella stanza
venivano tolti gli specchi senza sapere perché ciò si facesse.
La bara era fatta volta per volta dal falegname con le assi che
spesso gli uomini si premurava-no di predisporre: "assi belle, di larice",
dice il signor Armando di Valfurva, "perché il larice si consuma
più lentamente…". Ricorda Isaia di Livigno, di un tal falegname
che si premurò addirit-tura di costruirsi la bara, ma il destino
volle che morisse in ospedale e perciò non fu utilizzata.
Scrive il Longa che il 30 agosto 1823 il sacerdote C. Santelli
fu il primo, almeno a Bormio, ad essere seppellito rinchiuso in cassa,
contro il costume di deporre i morti nella nuda terra, dopo essere stati
trasportati con una cassa comune (una di queste è conservata nel
Museo Etnografico di Tirano).
Sopra la bara, se adulti, a Livigno veniva messo un lenzuolo
bianco, il più bello che si aveva in casa e sopra di esso veniva
steso al pagn da mòrt, un drappo nero con sopra ricamato il teschio
che serviva a tale scopo. Tale lenzuolo spettava alla figlioccia o a qualche
altra giovane parente che doveva prenderlo prima della tumulazione.
Sia in Alta Valle che a Livigno, oltre al panno nero venivano
messi sulla bara un capo della di-visa della confraternita d'appartenenza
o gli stemmi relativi: camice bianco o cappa se confratello, velo bianco
se consorella e relativo medaglione; particolari addobbi venivano fatti
sulle bare dei bambini e dei non coniugati.
Da segnalare sono alcune "ordinazioni" particolari: sia a Livigno
che in Alta Valle, sono ricor-dati alcuni sacerdoti che alla loro morte
furono vestiti con la loro veste e posti seduti nel loro stu-dio "come
vivi". Tale usanza doveva riguardare probabilmente anche gli appartenenti
a famiglie alto locate, poiché i Secchi di Bormio ricordano che
una tal matrona fu analogamente ordinata e riposta seduta nel suo soggiorno.
Un'ultima considerazione ci sembra possibile sul termine stesso
ordanér "ordinare". Esso sug-gerisce che le operazioni compiute
intorno al cadavere costituissero un "mettere ordine" allo scompiglio suscitato
nei sopravvissuti. Nel dialetto tradizionale però "ordinare", in
tal senso, veni-va più comunemente indicato con altri termini: a
Livigno, regalzér, métar vìa; ordanér è
piuttosto accostato a "ordinazione". Ci sembra perciò che l'ordanér
al mòrt fosse inteso anche come avviarlo ad un nuovo ordine-stato,
quello appunto del mondo dei morti.
La veglia
Preparata la stanza e composta la salma, questa veniva esposta
per due o tre giorni. I primi ad accorrere erano i parenti, secondo il
grado di parentela. Tra questi vi era chi fin dall'inizio si occu-pava
di svolgere i diversi lavori in vece dei familiari luttuanti (stalla, fieno,
campo, faccende do-mestiche), così da consentire loro, per
quei giorni, una totale disponibilità a vegliare, raccontare, ricordare,
piangere il proprio caro nell'incontro con i convenuti. D'altro canto l'interruzione
del la-voro era recepita anche come un obbligo, la cui mancanza avrebbe
provocato moröia "meraviglia / biasimo" da parte della comunità.
Nell'arco di quei giorni tutte le famiglie del paese generalmente visitavano
il defunto e la famiglia colpita; anche i bambini vi erano abitualmente
condotti. La ve-glia si svolgeva prevalentemente nella preghiera a suffragio
del morto: recita del Rosario, i Cento Requiem, le Litanie, le Offerte,
la recita di Salmi (oggi la preghiera è maggiormente rivolta ai
so-pravvissuti). Oltre la preghiera non mancavano momenti in cui si raccontavano
e si ricordavano fatti della vita del defunto. Usuale era inoltre stare
a parlare della sua morte: tanto più questa era insolita (morte
prematura, improvvisa, per malattie particolari), maggiori erano i tentavi
di spie-garla, apportando ognuno il proprio parere. D'altra parte anche
i familiari erano ben disposti a raccontare l'accaduto, gli ultimi momenti
della vita del loro caro e quanto da loro fatto. Connet-tiamo a ciò
il detto: "la mòrt l'òl sèmpri la sóa resgión"
"la morte vuole sempre la sua ragione / scusa". La "ragione" così
raggiunta sempre "salvava" il defunto stesso e la sua famiglia e rassicu-rava
il gruppo.
Pane - Sale - Formaggio - Conviti
A Livigno e Trepalle, era d'uso distribuire il pane nella casa
del defunto per tutta la durata della veglia e all'uscita di chiesa, dopo
la recita del rosario che avveniva le due sere in cui il defunto si trovava
in casa. Si trattava di ciambelle di pane bianco, i breciadéi e,
altrove, la mica "panino", sulla quale veniva incisa una croce.
Altre distribuzioni, a suffragio del defunto venivano fatte in
ricorrenze o durante l'anno, il ve-nerdì santo, ed erano denominate
al pan da la lemòsana "il pane dell'elemosina" (l'ultima tradizio-nale
lemòsana del venerdì santo è avvenuta negli anni '80).
Prima del '900, a Livigno, oltre il pane, in casa del defunto, veniva data
anche una fetta di formaggio . Ricorda Isaia di Livigno che gli fu raccontato,
riguardo un'anziana signora, che alla sua morte le trovarono in cantina
una forma di formaggio già tagliata a fette, pronta per la distribuzione;
ma tale pratica era già in disuso.
Nell'Inchiesta Napoleonica del 1812 sul Dipartimento dell'Adda,
si riporta l'uso di "consumare insieme dopo il funerale una forma di formaggio,
detta in qualche luogo "del caso" (veglia), la più bella che si
faceva in alpe. Rimane intatta in ciascuna famiglia perché destinata
al solo oggetto del convito mortuario, se uno ne avvenisse in quell'anno.
Quando l'anno poi passa senza accidente, nel futuro alpeggiamento se ne
sostituisce un'altra" .
Anche nella restante Alta Valle si usava distribuire il pane
o il sale o del denaro (in Valfur-va, in sostituzione del sale), sia nell'abitazione
del defunto, sia all'uscita della chiesa dopo il rosa-rio. Risulta però
che, almeno a inizio secolo, solo le famiglie più abbienti praticassero
tale uso (ad esclusione della Valfurva e della Valdidentro), ed essendo
mal sopportato da esse, fu sostituito a Bormio dall'offerta di sale per
i poveri del Comune, distribuita in giorni determinati presso l'ufficio
della Congregazione della Carità . In Valfurva, invece, si distribuiva
il sale o più raramente del denaro, da parte di tutte le famiglie.
Qui, di ciò, si occupavano i delegati del funerale: due parenti
incaricati, tra l'altro, di acquistare il sale o far moneta spicciola per
poi farne distribuzione a tal fi-ne (dalle interviste, la distribuzione
in casa è ricordata solo a Madonna dei Monti, nei giorni suc-cessivi
al funerale). La distribuzione del soldo della limòsina (pochi centesimi)
veniva effettuata anche il giorno del funerale, lungo la strada ove passava
il corteo funebre .
L'usanza di fare queste elemosine di pane risulta già
dagli Statuti civili di Bormio, nel cap. 154 e cap. 160 del 1429. In Valfurva,
fino ai primi decenni di questo secolo, ricorda ancora qualche anziano,
si usava fare una grande tavolata nella stanza ove giaceva il morto; attorno
vi sedevano i convenuti e leggevano a turno le Settanta Offerte (particolari
preghiere per le anime del purgato-rio). Dopo questa lettura, a mezzanotte,
s'imbandiva la tavola e si mangiava insieme la marénda dal mortòri:
polenta e stracchino, patate e salsicce, minestra e scimùda "formaggio
fresco", pie-tanze per quei tempi poco comuni sulla tavola quotidiana;
il vino era assai raro, perché poco ac-cessibile da queste parti.
Ricorda Celeste di Madonna dei Monti, che alla morte di una sua parente
furono fatte ben tre polente; Dina di S. Antonio ricorda da bambina, in
una tale occasione, l'invito caloroso a mangiare: "…Mangé, mangé,
par l'ànima del nòs mòrt…" "…mangiate, mangiate, per
l'anima del nostro defunto…".
In Valdisotto invece, era usuale ritrovarsi dopo il funerale
per mangiare insieme la marén-da del mortòri ; a questa partecipavano
prevalentemente i parenti del defunto ed era un momen-to, ricordano gli
anziani, in cui si ritrovavano spesso parenti che vivevano altrove.
Commemorazioni periodiche
In tutta l'Alta Valle, era consuetudine celebrare il settimo
con una messa da esequie, circa a sette giorni dalla morte. Unico in Valfurva,
l'uso di ritrovarsi nella casa del defunto per ri-accompagnare la famiglia,
in processione e pregando, alla chiesa ove veniva celebrato il settimo,
con l'esposizione del catafalco ricoperto dal panno nero.
A Livigno e Trepalle, oltre a tale ricorrenza, era ed è
usuale celebrare anche il terzo e il trige-simo (a 30 giorni dalla morte),
quest'ultimo anche a Isolaccia.
Particolarmente sentita in tutta l'Alta Valle era la Festa dei
Morti del 2 novembre: alla vigi-lia era d'uso preparare i secchi pieni
di acqua o lasciare il lume acceso o cibarie sul tavolo, affinché
i morti potessero più facilmente ritrovare la strada di casa e ristorarsi
dopo il lungo viaggio , u-sanza praticata ancora da qualche anziana in
Valfurva, altrove invece, ricordata da pochi.
A Cepina, sempre alla vigilia, riporta il Longa l'uso d'imbandire
una cena, alla quale partecipa-vano anche i morti .
Anche la preghiera familiare e comunitaria in quei giorni s'intensificava:
Battisc-tìn di Livigno ricorda le raccomandazioni di suo padre a
fér i sài e dir su i pàtar ca i nös mört
in sc-ti dì i tór-nan e i ma védan "…fare i bravi
e pregare poiché in tali giorni i nostri morti tornano e ci
vedo-no…
Il giorno della vigilia inoltre, era d'uso la carità di
mört "carità dei defunti": i ragazzi o altri in-caricati
andavano per le case a raccogliere le offerte per i morti o, nei giorni
prestabiliti, queste venivano portate in chiesa e versate in un apposito
contenitore . Si trattava di viveri (formaggio, salsicce, uova, segale),
vestiario, oggetti, messi poi all'asta e il ricavato confluiva nella Cassa
dei Morti per pagare i tridui e le messe celebrate a suffragio di essi.
A Bormio, in Valdisotto e Val-furva, anche il giorno dei Morti, all'uscita
del cimitero, dopo la visita comunitaria, due addetti rac-coglievano la
carità . Veniva poi raccolto anche al fén per i mort: ogni
contadino che lo volesse, si premurava di portare tale fieno nella nàsa
da la bona mort "fienile" apposito per il fieno dei morti, che in
primavera veniva messo all'asta.
A Isolaccia invece, alcuni giovani addetti si recavano nei campi a
raccogliere i mucchi di fieno che i contadini vi lasciavano "per i morti",
generalmente alla fine del secondo taglio; anche questo veniva poi messo
nel toilà "fienile" e più tardi messo all'asta. A li menögliéira
spettava il compi-to di girare a raccogliere la segale nei vari campi
per raggrupparla in uno solo e comporla in co-voni con l'aiuto dei giovani
che la portavano poi in un luogo indicato per l'essiccatura. Più
tardi, altre donne si occupavano di batterla per poi venderla d'autunno
a favore dei morti. In Valdisotto era il sacrestano a girare per le case
e raccoglieva lino, segale, indumenti ecc.
A Bormio e in Valfurva , oltre a tale uso, vi era anche quello
della caseràda di mòrt cioè della lavorazione in comune
del latte (in Valfurva fino a pochi anni fa): due volte all'anno, a gen-naio/febbraio
e il 29 giugno a S. Pietro, il ricavato del formaggio e del burro
ottenuti dalla case-ràda veniva devoluto a favore dei morti per
propiziarsi il loro aiuto.
Gli anziani raccontandoci di questi usi, ci dicono che offrivano
cibarie, fieno o animali per-ché "a quei tempi non c'erano soldi".
Ciò è indubbiamente vero ma si verificava che quanto raccolto
con la carità venisse ripreso, acquistandolo, all'interno della
comunità stessa e poteva capitare che quanto offerto venisse per
necessità ripreso (per esempio il fieno).
In tal modo si realizzava una circolarità concreta e visibile
che consentiva e mostrava lo scam-bio tra vivi e morti: a loro erano riservati
spazi, tempi e strutture specifiche, quali il Triduo dei Morti, la Festa
dei Morti, il Fienile dei Morti, il Prato dei Morti, la Cassa dei Morti,
gli Anziani dei Morti, l'Altare dei Morti, e a loro ci si premurava di
procurare "nutrimento".
D'altra parte i morti "visitavano" i vivi, intervenivano in loro
aiuto, intercedevano presso Dio per i bisogni collettivi : molte
messe celebrate in loro suffragio erano accompagnate dalla richiesta di
"buon tempo durante la fienagione", di "liberazione dai sorzi" o "di allontanamento
di calamità e castighi minacciati da Dio" .
NOTA: Questo articolo è un estratto del libro, a firma dell’autrice,
"Riti e usi funebri in Alta Valtellina", a firma dell’autrice, Villa di
Tirano, 1997. |